giovedì 5 febbraio 2015

I Gellas

Dunque i Gellas sono venuti al completo. Una il giovedì sera, uno il venerdì sera, l'altro il sabato sera.
Quest'ultimo è partito lunedì all'alba, il secondo lunedì a mezzogiorno, la terza è ancora con noi, partirà sabato il giorno dopo che la di lei sorella verrà in compagnia di Pino, lui sì amico mio.
Ci sono infatti anche io.
L'occasione che portò i Gellas qui: la Winter Run, dieci km di corsa nel bel mezzo di Londra, per sostenere la ricerca sul cancro.

L'unica co(r)sa che ho fatto io, anzi due: il tragitto dal touch in alla platform 5 per prendere la Overground con Jacopo e il passo accelerato tra Waterloo e Westminster dato che parte della metropolitana era chiusa: vento gelido, bambino lamentoso e ritardo consistente.

Ho visto l'arrivo di Cristiana, intendevo fare dell'ironia su quello di Paola, ma ho perso l'attimo, la mia lingua biforcuta al fin seccòssi alla fredda brezza di Febbraio.

Al traguardo sparano musica neve e bevande al cocco: i Gellas si lamentano, ma sono molto orgogliosi di loro stessi medesimi. In giornata e in serata divorano le carni che ho in anticipo cucinato e si compiacciono dei rispettivi risultati, cronometrati grazie al microchip.

L'unico a guardarsi le statistiche a casa? mio suocero che ci tiene ad essere primo e tenersi informato.
Comunque è arrivato primo tra gli over 60.
Leggermente competitivo il ragazzo, in foto è quello più distaccato e professionale.

Son soddisfazioni.


E gli Strocchis? Ci ho pensato tutto il weekend, noi non saremmo stati capaci di tanto, condizionale d'obbligo, troppe le variabili. Tralasciamo mio padre anche per raggiunti limiti di età. 
(A Veruno non gli ho visto fare nemmeno una grigliata in vent'anni, figurati una dieci chilometri di corsa.).

Mi sono chiesto se sono capace di fare un'adunata di cugini. In cinque anni non li ho convinti nemmeno a venire a Londra, quando Massimo è venuto io non c'ero perché avevo frainteso il weekend... un disastro.

Questa parte di famiglia (il termine parentela non mi piace) vive soprattutto a Faenza e i miei figli, le rare volte che li porto in Romagna, sono anche contenti e mi pare sia una cosa bella per loro stare insieme a coetanei e cugini che hanno il loro stesso cognome, se la intendono facilmente quasi subito come se il cognome bastasse a rompere il ghiaccio, un'amicizia ovvia, desossiribonucleica.

Poi un altro paio di pensieri patetici, come i fiocchi di neve artificiale sparati sulla linea del traguardo; le ventate lungo Horse Guard Avenue; Jacopo che scorrazza irrefrenabile e io d'inverno sembro un pupazzo imbottito, un cilindro; meglio la cuffia del cappello, Jacopo addirittura senza, ma lui non patisce.

Madri che corrono per mano alle loro figlie, seni che ballano, pieni, aguzzi, flaccidi, tirati nel lycra, uomini che corrono a slalom per fare il miglior tempo, quelli che hanno le migliori scarpe, la tuta smagliante, il cellulare al braccio, la fascetta in testa, sui polsi (cose che avranno tutti o quasi postato su facebook). La solita perfetta organizzazione inglese, manca il the caldo, ma non sono le cinque, allora meglio il drink al cocco dello sponsor.

Foto di rito, da più cellulari: mi arrivano intanto una decina di telefonate dall'allenatore di Matilde, niente partita oggi, l'altra squadra non si presenta, vittoria a tavolino. Non sento niente, musica a palla. Non trovo Elio, non trovo Ettore.

Al solito mi guardo fare le cose, mi guardo pensare; sono due, sono trino (l'ho già sentita questa); lo studio di questi giorni mi dà alla testa: scrivo in inglese penso in italiano, forse sarebbe peggio il contrario.

Torno per terra e mi accorgo che a correre sono solo i bianchi, white British e non, e gli altri?

1 commento:

  1. Questa cosa del running ormai è da farci i conti. Prima o poi, nonostante le resistenze si verrà assimilati. (Che bellissimi che sono i Gellas, però)

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