sabato 24 gennaio 2015

Luoghi comuni-sti

Alla mostra comunista di Harts Lane ho fatto una cosa borghese: ho acquistato una delle fotografie in mostra. In un furore snobistico, ho preteso il pallino rosso. L'unico pallino della serata credo.

Il ragazzo addetto alle pubbliche relazioni presentatomi da Cristiana aveva un'età variabile tra i venti e i quaranta, capelli rasta imprigionati in una cuffia di lana rossa e gli occhiali tenuti insieme dallo scoch adesivo, più lungo che alto.


All'ingresso un banchetto con monografie su Cuba e il Che Guevara, alle pareti foto delle manifestazioni londinesi anti aphartheid, una tela chiodata di oggetti a ricordare Walter Benjamin. Tutto riportato in vita e allo stesso tempo remoto, come le cartoline che non ci spediamo più, come quelle ombre sulla parete bianca proprio qui ad Harts Lane:  affreschi fragili di persone e parole a cui guardano inevitabilmente solo i nostalgici, giovani e anziani. 

Chi oggi può ancora dirsi comunista? chi potrebbe, magari non sa di potersi dire comunista? Non è un gioco di domande. Tra la nostalgia e l'oblio, ha vinto l'oblio, che di sé ammanta pure la nostalgia.
Che cosa sarebbe una rivoluzione oggi? E via chiedendo...

Poi in un angolo una donna su con l'età, sguardo mite e beffardo, vestita a strati come una vecchia zia zitella, mi sorrideva come da una foto di un comitato centrale in pausa riunione. 

Mi viene da sorridere a quel che rimane: un antiquariato spoglio e umano di un cadavere eccellente.
***
Che cosa ci fanno qui Le lettere a Lucilio di Seneca nell'inconfondibile dorso rosso della Loeb? Mi verrebbe da chiederlo a Emil.

Sono dalle parti di Brockley, dove abita Emil. Qui i bambini suonano piano e chitarra, prima una poi l'altro.
Siedo su un divano coloratissimo in una stanza microscopica che contiene quello che io e Cristiana metteremmo in cinque. 

Piante esotiche, chitarre e quadri precari alle pareti, maschere di cartone colorato, libri e cd impilati sui lati di un camino anni settanta con la cornice piastrellata, un piano, duo divani, uno stendi panni e altre cose new age. 

Mi ero immaginato un uomo sui trent'anni avanzati, un salotto svedese essenziale e vagamente Spectre, dove io avrei atteso leggendo, mentre i bambini suonano.
No Fra! Emil sembra Piero Gobetti, ne ha gli occhialini... ma porta anche in casa una cuffia... Casa non so, Cristiana dice che sembra più una comune.

Ho vissuto in posti come questo, ora non potrei. Ma trovo salutare, per la mente dico, pensare che le case londinesi, uguali o quasi di fuori, nascondano mondi interi dentro.

Matilde sta imparando al piano Hey Brother di un certo Avicii, pure lui svedese. Mi piacerebbe suonare il piano. Non lo escludo. 
Mai escludere.

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