mercoledì 14 gennaio 2015

Duemilaquattordici libri o quasi.

L'abitudine di tirare le somme e darsi dei propositi mi piace, e i libri sono le mie migliore somme e i miei migliori propositi. Non servono a vivere meglio, ma aiutano. Tolgono - certo - tempo ad altre attività, a doveri coniugali e familiari, ma alle tentazioni bisogna saper cedere. As good as it gets.

Ho la fortuna di battere biblioteche come mai nella vita, come entrare in un tempio di una religione perfetta, libera e materialista, persino compulsiva... esistono regole, ma di comportamento, niente comandamenti ("non avrai altro libro all'infuori di me" lo dice ogni tanto qualche biblista coranico) tranne due: "non citare un libro invano" e "non uccidere un libro", mentre si può, aspettando, desiderare il libro di altri e commettere atti di prestito e copiatura. 
La citazione è ammessa: si cita spesso, citarsi da soli o citarsi in gruppo non dà scandalo a nessuno. Il guardone da scaffale é tollerato assai più del tarlo, non esiste regola per la spia da biblioteca così come per l'invecchiamento del libro, oggetto che in consultazione o prestito, ama lasciarsi deperire e farsi ristampare all'occorrenza.

La biblioteca é multietnica, una vera babele in temperatura ambiente, in ristampa, in una o più edizioni, talvolta limitate, mai limitanti. Inchinarsi al bisbiglio degli addetti, per ingraziarseli, sarebbe buona pratica... costoro presiedono al catalogo, che é sia il contenitore che il contenuto di ogni biblioteca.

Dunque ecco in ordine sparso i libri del duemila quattordici, vecchi scrittori sepolti e nuove leve calcistiche:
Le piccole virtù e Famiglia, Natalia Ginzburg. Il modo asciutto di scrivere, chiaro senza orpelli e l'esprimere opinioni in articoli che sono memorabili, come Ritratto d'un amico, ovvero Pavese, qui mai nominato, con di sfondo una Torino agostana e le pagine sulle piccole virtù, che lette da genitori fanno un certo effetto e obbligano all'autocritica e alla riflessione.

Un prato di Papaveri, Mario Soldati. Un diario sull'Italia che non volevo finisse mai, luoghi, persone e occasioni sul nostro Paese, scritti con partecipazione e disincanto. Ed in più un invito a viaggiare lungo lo Stivale.

The intellectual life in the Late Roman Republic, Elisabeth Rawson. Scritto di una critica/studiosa negli anni '80: un'arbitrale, ma coraggiosa e dottissima ricostruzione di un periodo di guerra civile, ma intellettualmente fervido, che ha lasciato sul terreno migliaia di cadaveri più o meno eccellenti, e ha visto proliferare un infinito numero di personaggi interessanti, armi e libri in pugno.

Reading Dante, From here to eternity, Prue Shaw. Bello leggere di Dante in inglese. Un invito alla lettura trasversale della Commedia (non canto per canto, come a scuola) che fa venire voglia di riprenderla in mano. Mi mancava una interpretazione, uno sguardo dall'alto.


La strada per Itaca, Ben Pastor. Che una serie di romanzi abbia come protagonista un ufficiale tedesco, cattolico e con origini scozzese, mi inquieta e quindi mi attira. Quest'ultimo ambientato a Creta, gli altri in Ucraina, Polonia, Salò e dintorni... non capisco se politicamente scorretto o allineato, conservo il dubbio.

Gli ospiti di quel castello, Ercole Patti. Molto sarebbe da dire sull'ormai sconosciuto Patti, ma questo racconto surreale regala uno dei capitoli più erotici e divertenti che mi sia capito di leggere. Altroché telefoni bianchi.

Racconti, Antonio Delfini. Un altro emerito sconosciuto, scoperto grazie a un articolo della Ginzburg in Vita immaginaria, modenese, indolente scrittore ma scazzato e disilluso. La breve autobiografia iniziale è una perla da antologia.

Fellini, Tullio Kezich. La biografia è un genere anglosassone, noi mediterranei la amiamo poco, non so se questo abbia a che fare con la memoria e l'arte della dimenticanza e anche con il nostro tiepido senso patrio. Non sapevo nulla sulla provenienza creativa di Fellini e Kezich racconta con molta dovizia i primi anni del Nostro. Dovizia del ricercatore perché l'interessato sarà stato alquanto parco e assai ingannevole.

Modern Nature e Smiling in slow motion, Derek Jarman. Diario degli ultimi anni di vita di un regista sceneggiatore giardiniere visionario della contro-cultura britannica dagli anni 70 in poi. Non mi dimentico il pellegrinaggio a Dungeness e la semplicità omerica del suo Caravaggio.

Poi Dormono sulla collina di Giacomo di Girolamo: gli ultimi quarant'anni del nostro Paese raccontati per epitaffi a noi viandanti della nostra Repubblica. Essenziale per il lettore e lo studioso di memoria storica, per scacciare la dimenticanza e non solo.

Di questo "non solo" e di altre amenità parlerò qui, su Fratyricon.

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