mercoledì 23 luglio 2014

From Cyprus with love

According to my google account, I've recently been to Cyprus, precisely in Limassol, where I lost everything including my passport and after heading to the Italian embassy, I've promptly decided to email all my contacts begging for the precise sum of 1200 euros.

I received straight away a lot of messages: some worried about my Cyprian cast away, some warning me of phishing, hacking and other amenities, some making jokes... Mrs B. instinctively texted to Cristiana her fist thought: That bastard, what is he doing in Cyprus?, before realising it was a spam email.

OK then: I changed my password as Mr Google suggested, making a couple of steps more to secure my account and my safety. Now I am wondering after this false alarm if, in case of need, I would be helped, assisted and financed for a second time, as my friends consideration seems to suggest.
Getting twice the same regard would be too much love and as you know you can only ask once (at least according to Aesopian fairy tale moralism).
We also do not live in a second chance society (this is a bit more City ethos).  But all that scrupulous attention made my day.

Eventually I discovered that the phishing (a camouflage so to speak) came from a **** account of mine (which I never created).
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I finally visited Brinkworth. 
K. gave me access to the studio in a hot and sunny Saturday afternoon, letting me wear an Elton John jacket bought in an auction, a slightly un-noticeable peace by Gianni Versace. More a candelabra than a candle in the wind.

I went out envying that feedom of working alone in a huge studio, uncrowded, silent and vaguely conspiratorial.
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Discovered how much I like Eric Ambler novels, old fashioned but not at all twee as Dame Christie's, undoubtedly Hitchcock ante (post) litteram, and despite the pre-war settings still with a contemporary freshness, which does not lies in the plot itself but more in some clever statements, as The Mask of Dimitrios opening lines:

A Frenchman named Chamfort, who should have known better, once said that chance was a nickname for Providence.
It is one of those convenient, question-begging aphorisms coined to discredit the unpleasant truth that chance plays an important, if not predominant, part in human affairs. Yet it was not entirely inexcusable. Inevitably, chance does occasionally operate with a sort of fumbling coherence readily mistakable for the workings of a self-conscious Providence.


Great! A bit Wodehouse, truly British understament.

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This post is a cover up... my mind is somewhere else, feeling powerless, surrounded by too many comments, opinions and statements, and the silence is the only weapon my timidity could arm.

But with no doubt I stand for Palestine.

Fra

giovedì 10 luglio 2014

Cut out, cut off

Quando, nei miei tentativi di promuovere gli artisti contemporanei oppure in occasione di una mostra, qualcuno mi dice: Ma questo lo saprei fare anche io, rispondo: Perché non l'hai fatto tu?; o alla più prosaica: Anche un bambino lo farebbe così!; rispondo: Non siamo in un asilo, l'opera d'arte ha messaggio, significato, racconta una storia, poi può piacere, non piacere, essere interessante o meno, essere fortunata e bla bla bla.
(L'interlocutore di fronte a tanta sicumera tace senza però cambiare parere).

I bambini, come dice Montale, sanno che quel nocciolo duro non ha semenza, ma istintivamente e con allegria, e nei loro disegni o nelle loro performance significante e significato coincidono in modo del tutto naturale.

Ma oggi alla mostra di Matisse della Tate ho per la prima volta pensato: beh questo lo posso fare anche io: il Matisse dei Cut out, dei Ritagli, quello che con la forbice modella la carta e compone alghe figure femminili frutta santi e madonne dentro cornici, pareti, chiese, case.
Ottantenne (come il novanta per cento dei visitatori) immobilizzato nei movimenti, la forbice e i ritagli hanno fatto lui compagnia, ma proprio solo compagnia: il Matisse geniale aveva già dato.

In realtà la scelta di esporre un artista non contemporaneo (1869 - 1954), ma moderno da parte della Tate mi ha indisposto a priori. Facile, assai self assuring, attrarre ottuagenari e far contemplare loro capolavori consolidati nell'immagnario collettivo.
La Tate deve fare cassa e vuole andare sul sicuro, sta insomma diventando conservatrice.  Si chiama modern infatti, ma in dieci anni ha fatto molto contemporary art (dove è finita?).

Alla prossima dunque: Kazimir Malevich, un'altra carampana (1879-1935) del reparto geriatria dell'arte: dunque  non plaudite modo pecuniam jacite!
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Io di calcio... si sa, però voglio dire la mia: definire come oggi La Stampa, orrenda e noiosa Argentina - Olanda e provare nostalgia per "le castronerie difensive del Brasile e la lucida pressione dei tedeschi", proprio non mi piace.

Perché quello di martedì non è stato uno spettacolo, ma una farsa e di fronte al tracollo e l'inettitudine i teutonici avrebbero potuto dire basta: anziché dare una lezione di calcio (senza darla), meglio sarebbe stata una lezione di stile, senza infierire sul paziente malatissimo.

E quella di ieri?: una vera partita di calcio, combattuta e rincorsa, tecnica e tattica, solo a tratti umanamente disordinata e poi decisa sulla ruota del destino.

O siamo abituati ai massacri? e temiamo l'horror vacui della noia? che cosa mai saranno venti minuti di noia, di fronte alla possibilità di vittoria? O preferiamo, pur di vincere, umiliare e trionfanti invadere la Polonia ascoltando a tutto volume Wagner?
(i rigori poi assomigliano alle ultime pagine di un thriller, quelle che ti svelano il colpevole e spiegano tutto o quasi)
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Ho mangiato con Cristiana qui, al The Begging Bowl in un pomeriggio tiepido e assolato, sulla Bellenden Road, nel miscuglio variegato di Peckham, che mi piace sempre di più.
Piatti da dividere in due di cibo Thai, fatti bene e un bicchiere di prosecco, nella veranda verso la strada (compresa l'indulgenza verso il cameriere, raffreddato e nasale).
In realtà si doveva andare all'Artusi lungo la stessa strada, ma era deserto, forse più serale che meridiano.

lunedì 7 luglio 2014

Pimms, Tour, Crash, Boom

Un bambino con gli occhiali da sole mi fa segni dietro una porta finestra. Un altro gattona seguendo una palla, afferrando un mezzo cracker dal pavimento. Cani al guinzaglio mansueti, gente della moda, che si senti di moda, con spigliatezza. Una valchiria con una gonna in pelle vaginale con tacchi esagerati, un'altra a gambe nude, massiccia e  su con l'età, uomini sottotono in jeans e birre, in pieno understatement. Il regalo più chic: una pianta di rose senza fiori, il vaso avvolto in un sacchetto di plastica, da porgere alla festeggiata raccontandoLe una storia.
La luce e l'aria fresca della sera entra attraverso i tigli di Queen's Gardens, dal balcone (elegante coprirsi le spalle con una pashmina) dentro quest'ambiente bianco, dal soffitto alto, elegante, disordinato.
Al solito nessuno tocca il buffet, tutti bevono, according to the party code. Per fortuna ciotole di patatine un po' dovunque.
Non dovrei bere, almeno per un po'. Ma a mo' di trofeo, un enorme bacile di Pimms, leggerino, dolce e poi una caraffa di Bloody Mary, salato, piccante.
Adoro il Pimms, un po' gaio, con la frutta e le verdure e il Bloody Mary da pasteggiare idealmente con le linguine allo scoglio. Ma questo nel mio pasto ideale.
Ho, giuro, messo in bocca qualche tartina solo dopo che i vassoi erano mezzi vuoti e ho bevuto in scioltezza.
E mi è pure passato il mal di testa.
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All'ultimo piano del multistore building di Peckham Rye, un enorme e semivuoto parcheggio, d'estate e solo d'estate apre Frank's Cafe: due tendoni rossi, sedie e tavoli fatti con travi di legno grezze, una vista (da sud a nord) su Londra spettacolare, ma per la distanza come certe foto aeree, orizzontali, azzurre di vapori e smog, nitide (un panorama di concept opposto dalle terrazze della Tate, dove invece il cielo si intra-vede). Insomma basta poco: prendere una costruzione, possibilmente uno scatolone deserto e dimenticato/alienato dal contesto urbano, utilizzare il tetto come luogo di eventi con bar: l'edificio rivive, ciò che era marginale diventa centrale, e un cambio di prospettiva, la quinta diventa palco, con pochi pochissimi ritocchi. (Dietro a questa idea Hannah Barry)
A completare lo spettacolo l'installazione di un giardino ispirato a quello di Prospect Cottage a Dungeness, concepito dal grande Derek Jarman... (noi più umilmente alle prese con il nostro di giardino, quello sul retro, nessuna idea tranne due figli che giocano a pallone).

Mentre Matilde guardava The Fault in our Stars nel multisala qui sotto, io sorseggiavo l'ennesimo Pimms.
A roof with a view.
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Le loro Altezze Reali, i due eredi al trono più quel simpatico erotomane di Hanry, inaugurano il Tour e presenziano a Wimbledon con il jet set britannico e non... la lingua francese e 128 anni di racchettate sull'erba fanno storia e tanto status symbol.
Peccato che il tennis soffra un calo di iscrizioni, uno sport che non interessa, ma bello da guardare... roba da ricchi.

Nei parterre (l'uso di questi francesismi si deve al clima da Tour de Angleterre che stiamo vivendo) della Formula Uno la famiglia reale non si fa vedere (a parte Hanry, appunto): meno tradizione, il vago ricordo del Duke of Windsor, famoso pilota, e all that noise!
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E a proposito di velocità questo articolo di Zadie Smith su Crash di JG Ballard mi ha fatto venire voglia di rileggere il libro e di rivedere il film di Cronenberg.
Al solito ho cominciato dal fondo: dall'autobiografia di Ballard per scoprire un autore che viviseziona l'umanità, considera la realtà uno stage set, che può essere dismantled overnight e i suoi romanzi che si accaniscono sul modo, sull'uso e mai sul significato. E specialmente Crash.

mercoledì 2 luglio 2014

Non Pos-sumus

Nella perfida Albione, dal dentista ai due pound di caffè, dall'edicola al libero professionista, dalla bancarella più truce, all'ufficio pubblico si paga con la debit card, alias il bancomat.
Nella perfida Albione, paese della Finanza più speculativa e (stra)fottente, delle Banche senza scrupoli, quando si usa la debit card, alias bancomat, e quando si preleva contante dagli sportelli automatici non si paga nessuna commissione. 
Capita talvolta in alcuni esercizi commerciali (specie nei pub) di dover affrontare una spesa minima di cinque o dieci pound per poter utilizzare la debit card: per chi beve meno un inconveniente.
Capita anche qui che si paghi l'idraulico in nero. Nessuno è perfetto.

Tra poco non si potrà usare più il contante per pagare il bus o la metro ma solo la Oyster e la contactless card, cioè la debit card con l'effetto touch in. Basta un tocco. 
Bello o brutto che sia, si farà così.

Tutta questa caciara italiota invece sul bancomat ha il sapore di un certo provincialismo e di una certa paura delle novità, che volenti o nolenti ci vengono incontro. 
D'altronde se usiamo i più sopraffini cellulari spendendo cifre da capogiro senza capirci spesso un c****, non si capisce tutta questa fobia da Pos
Circa le spese o i favori alle banche basterebbe che il governo, le associazioni di categoria e la lega per la protezione del pensionato (= il sindacato) si muovano per evitare al contribuente anche il minimo aggravio.

Sembra che tutto abbia l'odore degli interessi di parte, in attesa di trovare la gabola fottente. 
Il nuovo intanto ci travolgerà, tanto vale adeguarsi.  Poi tranquilli, pagheremo sempre in nero l'idraulico che ci fa il favore. 
Nessuno è perfetto. 
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Tempo di Wimbledon: passati i furori calcistici, non rimane che Andy Murray, uno scozzese... gli inglesi non impazziscono, ma meglio riprendersi un trofeo casalingo che sognare l'impossibile.
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Ancora non mi capacito che i miei figli in pieno luglio vadano ancora a scuola. 
Così tanto profondo il ricordo del sollievo che si provava ai primi di giugno quando si smetteva di frequentare, che ancora adesso torna a galla l'idea di quella lunga vacanza... e mi pare di infliggere loro una specie di lieve tortura.

Probabile che noi si passi la seconda metà della vita se non a scacciare almeno a riflettere sulle conseguenze - Fellini diceva: i guasti - che l'educazione ha avuto sulla prima metà.

Non che aiuti molto, ho scoperto, ripescare i ricordi, mai proprio di zucchero, nemmeno di fiele, si rimane intrappolati, non si vive e e non si passa mai oltre. Insomma non si riesce mai a prendere i ricordi e poi riporli intatti sugli scaffali, come i libri, macchiano le mani, ungono le vesti.
Si può dire anche delle persone, i genitori in particolare, che inevitabilmente influenzano la nostra vita, anche se assenti, anche se docili o spenti.
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Ma dove sono i contenitori della spazzatura a Chelsea? i ricchi non producono scorie, rifiuti, resti? In minima parte, in sacchetti fatti sparire da servitù straniera.
E però non si può negare che vivano una vita in lento decadimento.