sabato 29 marzo 2014

Conscious Uncoupling

Vado di nuovo da Doppio, solito cappuccino: mi offrono un tarallo e un cannolo. Mai capitato prima: a Londra siccome non si chiedono sconti, non si fanno omaggi. 
Da Nude ieri mi hanno quasi aggredito: "eat in or take away?" Un attimo, fatemi respirare. 
Infatti sono uscito senza salutare, una cafoneria che riservo a chi pensa che un cliente sia un pollo da batteria, affamato e danaroso. Nude, Nude non mi vedrai più Nude!
A Doppio (finirà con il piacermi anche il nome)  italiano è il personale: si chiamano per nome, a voce alta: sbuca un certo Fra (mi volto io credendo di essere l'unico al mondo) e il cliente qui- non siamo in tanti - non è un'ossessione o una specie protetta, ma semplicemente uno che vuole un caffè. Nessuna terapia d'urto, al solito la vita più importante del business
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Vedo K. da Verge, appena uscito dal lavoro, dopo una bottiglia di Valpolicella (si ordinano bottiglie non calici e rigorosamente a stomaco vuoto) e i miei racconti su Dungeness e Jarman, dice di dover prendere Jackson in studio. A falcate K. macina il marciapiede di Bethnal Green, inseguo con affanno e mi accorgo di quanto fosse familiare questa strada, che confondo con Hackney Road. Gayle abitava da queste parti e l'immagine di lei, del suo passo altrettanto concitato a indicarmi questo e quel rivenditore di frutta carne tessuti e Tesco dove poi si finiva con il fare la spesa. 
Anche K. mi parla di Policci, il ristorante italiano dove pare lui vada spesso e conosca tutti: infissi in legno, menù semplice, una trattoria insomma.

Sudato arrivo da George, dove incontriamo Jordan: un pub vecchia maniera, di molto ringiovanitosi: in platea nessun anziano con la pancia e la pinta di birra, ma avventori trentenni, per lo più uomini: pago il mio giro e mi beve un bicchiere di Montepulciano. Medium or large? Large, quasi una pinta, un tazzone di vino. (Pensiero negativo che tengo per il blog: Manca d'eleganza un calice colmo fin quasi all'orlo)
K. racconta che Gwyneth Paltrow ha chiamato la sua separazione conscious uncoupling, definizione scientifica di due cani che non riescono a staccarsi dopo l'accoppiamento. Si discute se Gwyneth Paltrow (comunque pessima attrice) ci fa o ci è. Ha pure pubblicato un libro di ricette, che K. ha in casa. Dice di non sapere come ne sia venuto in possesso. Ridiamo.

Dopo il terzo giro Jackson scalpita, usciamo dal pub verso la macchina, parcheggiata a Shoreditch: altra maratona, con Jackson che zampetta più veloce di K.
Faccio il viaggio via Rotherhithe con Jackson in braccio, non sta fermo un minuto e mi punta le zampe sui testicoli, provo dolore come un vero animalista: conscious coupling.
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Twitter, facebook con foto di famiglia di deputati e senatori di destra e sinistra e centro (quest'ultimo camuffato negli apparenti estremi) a messa dal Papa, giacchè basta la parola Francesco e di Francesco per sentirsi legittimamente buoni. Quattrocentonovantatre!
E passino quelli di destra, da sempre dio (cristiano lefevriano) patria (fino alla soglia di casa) e famiglia (etero), ma i sedicenti di sinistra che vanno a messa per farsi benedire e per benedire l'Italia che ne ha tanto bisogno, è davvero troppo. Immemori del più banale ideale laico o libertario, non solo frequentano la messa in cerca, dentro san Pietro, di quella politica che non sanno fare fuori, ma orgogliosi lo raccontano pure ai quattro venti, mostrando che la mano destra sa finalmente che cosa fa la sinistra. Appunto. E si prendono pure la reprimenda! 
Ma in quale paese al mondo il Parlamento si presenta davanti a una autorità religiosa? in Iran forse? 
Dopo centocinquantanni risorge Porta Pia. Ma son scemi o cosa?! Vergogna!
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Fino a qualche mese fa spostavo bambini, per esempio dal sofa alla camera da letto, ora sposto gatte da un giaciglio all'altro.

mercoledì 26 marzo 2014

Narcissus

A Willow Tree mi si gelano le dita e non mi riesce di leggere Livio, quindi passeggio in cerca di sprazzi di sole: guardare cavalli sotto questa tettoia, che pare un hangar da baraccopoli, mi annoia e appunto fa pure freddo.
Mentre riparo verso la macchina mi accorgo che potrei essere al Lirone, a Veruno: la fila di narcisi che decora i bordi e il fosso, il bosco trascurato, la vegetazione disordinata, il fango. 
(Ancora i narcisi gialli: nel campo coltivato a granturco al di là della strada provinciale davanti a casa).

Solo a Londra, dietro le solite file, uguali, interminabili, di case, improvvisamente, infilando un cancello, può capitare di trovarsi in aperta campagna, come qui a Willow Tree: la boscaglia, il maneggio, un container di letame fumante, le stalle, due luride roulotte (una aperta: la reception abitata da una signora infagottata di lane dalle unghie marroni e un quadernone dove a matita segna le prenotazioni). Nell'aria, come in agguato, un odore di terra e di merda, altrimenti e altrove insopportabile. 

Dentro la broda calda della macchina mi viene in mente quando accompagnai Matilde a vedere un maneggio tra Candelo e la Baraggia.
Lei aveva due anni, era un pomeriggio d'estate, e fissava estasiata un cavallo che si esercitava nel dressage.
A me calò la palpebra subito, chiesi a una donna anziana lì presente, forse la mamma della cavallerizza, di dare un occhio a mia figlia: mi precipitai in macchina e dormii una buona mezz'ora. 
La fascinazione di Matilde per le movenze cadenzate del trotto e galoppo e per le traiettorie diagonali del quadrupede è forse la stessa che i bambini piccoli provano nel vedere e rivedere gli stessi film, sentire e risentire le stesse storie: un appropriarsi con sicurezza della realtà. 

Per addormentarmi più che le pecore, dovrei contare i cavalli al dressage.
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UCL: non metto piede in una università da quasi vent'anni. 
Chiedo a qualche studente che incontro dove sia il Dipartimento di Storia, mi rispondono che non lo sanno, ma ho l'impressione che si riferiscano alla Storia, più che al dipartimento.

Sono entrato dalla parte opposta (da Economia?), al fin mi oriento e trafelato arrivo al quarto piano di un edificio vittoriano: una mansarda con scale da mansarda e un ballatoio da mansarda, room quattrocentodue dell' History Department. 
Sudo come un ventenne, forse sono un ventenne. L'età, mi convinco, è un fatto puramente mentale.
I polmoni no.

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Prima della lezione di latino passeggio fino al Telegraph Hill Upper Park, quasi un common con vista su Londra, e sulla cima due campi da tennis.
Temperatura mite per noi mediterranei, torrida per gli inglesi. Dietro la rete mi saluta P. che sta giocando una partita. A torso nudo. 
Non rabbrividisco solo per il freddo, ma anche, diciamo così, per lo stile.
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Cappuccino da Doppio a Hambury Street, off Brick Lane, molto off. Non male anzi buono, il cappuccino dico.
Doppio (il nome non mi piace tanto) è uno store che vende caffè, le moka (un po' costy), le macchine da bar eccetera (che vengono riparate sul posto).
Libri impilati ai tavoli, sedie disegnate e stampate, molto legno, vetrate a pavimento, edificio nuovissimo. Barista italiano. Avventore italiano che si finge inglese.

domenica 23 marzo 2014

Smiling in slow motion

St. Dunstan's College, Catford: nel campo (una gabbia in realtà, pareti di compensato e reti metalliche, reti sopra, prato in plastica) opposto a quello dove Matilde gioca, si sente solo il rumore secco delle pallonate, lo scatto dei piedi e i rimbalzi della palla: un gruppo di ragazzi si allena comunicando con il linguaggio dei segni. Li vedo ballare con gambate lunghe, mentre tirano fiondate ridendo con gesti da mediterranei e sui volti una felicità senza arrabbiature.
Il limite del loro sordomutismo scavalcato dalla gioia di vivere, dai movimenti spontanei, smiling in slow motion.
E la sensazione che in quel silenzio ci fosse una dignità recuperata (cioè una facoltà -quella di non parlare- che possedevamo e abbiamo smarrito), il silenzio di uomini più completi e in nulla mancanti.
E le loro emozioni anziché controllate dai gesti del linguaggio, parevano più vere, più genuine.
Ero però l'unico che li guardava, e sarei stato lì ore.
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Prima di ritornare al ristorante dove abbiamo fatto una prenotazione volante, io e Cristiana entriamo alla Goldsmith, dall'ingresso appena restaurato (l'asfalto nel cortile rovina l'ottocento della facciata, pure le porte scorrevoli e una reception stile Deutsche Bank) e da soli o quasi percorriamo, a passi lenti e meditati, i quattro corridoi lungo il perimetro dell'edificio. Sostiamo davanti a bacheche stracolme di avvisi e locandine, luci al neon nuove, alcune vecchie, bianche, quasi avorio, ombre nascoste, porte socchiuse.
Nessuno esce nessuno entra; diagonalmente viene avanti una studentessa non so da dove e verso dove, non si spaventa, non mi spavento, dove è Cristiana?
Per un attimo le gemelle in fondo al corridoio, io sul triciclo, la steadicam mi segue.
Tutti i corridoi illuminati a neon sono corridoi dell'Overlook Hotel e noi non lo sappiamo, a meno di esserne accidentali testimoni. Come gli incubi e i sogni che ci portiamo dentro ma che visitiamo soltanto di notte.
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Al ristorante Thai una delle cameriere assomiglia a mia suocera ma con gli occhi a mandorla, una Paola mandorlata. 
Mentre aspettiamo che si liberino i tavoli al piano fronte strada, ci fanno accomodare nello scantinato: una stanza chiusa dalle pareti rosso sangue con luci intermittenti incastonate nelle panche a muro, sgabelli e tavolini a fungo laccati; qui potrebbe, dal palco, una quinta ridotta a sgabuzzino, uscire Isabella Rossellini, anch'essa mandorlata, intonando il languido ritornello di Blue Velvet:
She wore blue velvet
Bluer than velvet was the night
Softer than satin was the light
From the stars
.....
Sono a disagio. Molto.

Imparo poi, a spese mie e del mio palato, quanto sia sbagliato (una pessima idea) ordinare un piatto con la dicitura generica di fish, servito con una salsa piccante assai e del color e sapor acciuga. Cristiana invece esce soddisfatta del tempura. Temperatura ancora da febbraio inoltrato più che da ultima decade di marzo.
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De La Strada per Roma del senatore Paolo Volponi, mi rimane nei precordi, una scena di leggerezza boccaccesca. Nel Boccaccio era Guido Cavalcanti che evitava la rissa scavalcando un muro fiorentino, qui il protagonista, sempre un Guido
guardava il divano dormeuse di seta grigia, che divideva il loro angolo dal resto del salone. A un certo punto, mentre si spegnevano le voci di altra gente che se ne andava, Guido si mosse dal suo posto, depose il bicchiere e si pose davanti alla dormeuse, in senso longitudinale.
Portò le mani indietro e respirò, piegò la testa e dopo un mezzo passo si slanciò in un salto mortale perfetto, sopra la dormeuse, e piombò dall'altra parte a piedi giunti, con le ginocchia piegate.
Scenetta che vale il libro, che ho più volte riletto. Per il resto un'opera difficile che non raccomando.

venerdì 21 marzo 2014

Prospect Cottage, Dungeness

Le prime sequenze di Caravaggio sembrano girate negli interni della chiesa di Old Romney, e anni fa, la prima volta che guardai il film, che era vietato e a notte fonda, ricordavo gli interni poveri scarni, i comportamenti barocchi dei personaggi e rimasi, come rimango ora, colpito dal senso estetico classico di Derek Jarman, che resiste in tutti i suoi film.

In dieci minuti di macchina da Old Romney (con nella testa la semplicità, gli angoli di luce e gli spazi di St Clement) a Dungeness il paesaggio cambia, l'orizzonte si abbassa, si allunga, pochi alberi, grumi di cespugli; la strada divide prima una specie di laguna d'acqua dolce e salmastra, rifugio protetto di uccelli migratori,  poi taglia l'entroterra da una bruma quasi deserta di sassi, e, se non fosse per il mare che si intravvede, infinita. Cristiana mi dice che questa zona è considerata l'unica zona desertica della Gran Bretagna

In fondo sulla destra, oramai prossimi all'abitato, oltre il filo spinato e una linea di rotaie interrotta da una cancellata, la centrale nucleare, prossima alla chiusura: una scatola di lego che, forse solo a causa del vento, rumoreggia inquieta o inquieti noi a guardarla, mentre i bambini fanno domande.

Lasciamo la macchina al Pilot Inn, in un parcheggio tra il pub e la distesa ondulata di sassolini (shringle), da un tavolo all'aperto un uomo anziano e panciuto rolla una sigaretta con una pinta di birra scura davanti, capisce che cerco la casa di Jarman e mi fa segno di proseguire verso il faro.

Davanti a noi dune di sassi, non un pugno di sabbia, nessuna vegetazione, qualche rado ciuffo d'erba, da lontano quelli che sembrano rottami ferrosi di vecchie carrucole in disuso, qualche barca dai fianchi consumati, e pezzi di legno consunto, assi lisce del colore delle ossa, oggi sentieri e prima binari per le chiglia trascinate in rada.


Sparse come in una scacchiera vuota, case da far west, o capanni di alta montagna, dai tetti di lamiera scura, pareti in legno (una con un portico, dipinta di verde), nessun albero, solo il vento, nessuna recinzione, sul davanti oggetti di giardino a metà tra l'abbandono e il recupero.

Arriviamo a Prospect Cottage, scuro con gli infissi gialli, intorno un giardino fatto di legna, sculture di ferraglia recuperata, semplice, molto elegante, cespugli, piante grasse, il giallo dei narcisi in fiore da un aiuola di sassi e queste geometrie fino al retro, fino ad un fragile fila di panni stesi: un abito bianco a mezza manica e culotte si gonfia e garrisce come una bandiera frustata. Oltre, sempre a interrompere la fuga dell'occhio, la centrale nucleare.


Difficile non pensare al giardiniere Derek Jarman, la scelta di un luogo come Dungeness, geologico e moderno, abbandonato e con qualcosa di vitale, resistente, un confine e finisterrae, un territorio di sassi di mare di sole. Sì di sole, non il calore del sole, ma la luce del sole, The Sun Rising: la poesia di John Donne su una parete nera della casa.

Ci disperdiamo, ognuno con i propri pensieri e curiosità, i bambini corrono con lo scalpiccio che fa la ghiaia e che quasi ci affonda ad ogni passo e da una duna fingono di precipitare in mare .

 Poi il mare grigio che setaccia la ghiaia e ancora dune e dune, il vento che fischia e al Pilot Innsimply the finest fish and chips in all England" (sempre secondo Jarman, noi non abbiamo poi cenato, per dire quanto era leggero).

domenica 16 marzo 2014

Derek Jarman, Blue

Dentro l'antica chiesa di St Clement ad Old Romney avremmo potuto incontrare il San Gerolamo di Antonello da Messina: spazio silenzioso fresco più che freddo ma, seppur vuoto, stranamente accogliente: i banchi in legno chiusi come box (i famosi pew), il cotto e le piastrelle del pavimento, la navata centrale in legno e il coro, anch'esso in legno e i ripidi scalini per raggiungerlo, color marrone chiaro, l'altare rialzato e a muro, il presbiterio separato dai banchi da un muro arcuato e leggero, ma aperto.
Mobili in quercia naturale semplici e non rozzi, accostati alle pareti, una luce uniforme, un'eleganza medioevale, quasi toscana, una calma prima esteriore, degli oggetti e delle pareti, poi nostra, interiore.
E vi si entra da un lato da una porta verde che apre su un piccola hall dalle pareti bianche con l'orario delle messe e gli avvisi del parish priest, e la raccomandazione di chiudere entrambe le porte per evitare che gli uccelli entrino nidificando nella chiesa, che però rimane sempre aperta al visitatore occasionale o al fedele.
Attorno alla chiesa - fatta di una torre campanaria e di contrafforti in mattone e sasso, che la sostengono e la sospendono su un collina d'erba verde, al lato di una falda acquifera -  in un prato tagliato di fresco, come d'uso, vecchie di secoli e nuove sepolture e sculture: alcune appoggiate sul verde o emergenti come arbusti in fiore.

Su un lato verso la strada provinciale e in faccia al sole la lapide scura e la firma scolpita di Derek Jarman, un mazzo di fiori e alcuni sassi votivi.

La ragione del pellegrinaggio nella punta estrema del Kent a un'ora e mezza da Londra, direzione Dover: rendere un tardivo omaggio, lasciare un pietra, a un uomo (film director, stage designer, diarist, artist, gardener and author secondo le biografie) coraggioso sensibile e di enorme talento.

La sera prima con e grazie a Beatrice ho visto finalmente e per intero Blue nella Room 5 al quarto piano della Tate gallery.
Blue: un unico frame monocromo, il colore di un'opera di Yves Klein che Jarman vide la prima volta esposta alla Tate e che utilizzò nel suo ultimo film, intimo, sperimentale, come una pagina di diario dove alla scrittura si sostituiscono l'audio, la voce, le voci e la musica, i suoni.

Blue è un colloquio di un'ora con la morte, a fianco della morte più che a proposito della morte, pieno di una saggezza stoica, senecana, o meglio epicurea della vita. 

In Blue la morte non è indagata o attesa, non è nemmeno contemplata, è piuttosto raccontata come un'esperienza già vissuta, come un ricordo, senza affanno, senza terrore, ma con ironia e con enorme coraggio.
La morte come un colore presente e costante, profondo e palpitante come il cuore blu cobalto di un fiore, di una profondità marina nuotabile, di un cielo ravvicinato che si può toccare.

Nel buio della sala riflettente il colore dello schermo, infossato nel sofà di pelle a due posti, credo di aver assistito (e con me Beatrice) al miracolo di un dialogo intriso, circondato e arreso al blu, cioè alla consapevolezza di una ammissione ovvia ma non più fatale (l'inevitabilità di morire) e allo stesso tempo di una straordinaria occasione di conoscenza e di profonda comprensione della vita.

Derek seduto a un caffè mentre legge sui giornali della guerra in Bosnia:
What need of so much news from abroad,
while all the concerns either life or death
is all transacting and at work with me

Proprio questo transacting arriva e passa fino a noi che siamo seduti dall'altra parte dello schermo, dall'altra parte del blu.

Difficile e imbarazzante ammettere il privilegio di ascoltare che cosa ci sia si veda si senta attraverso e oltre quel blu.
Il film su Youtube si trova in sette parti di dieci minuti circa l'una, qui la prima.

lunedì 10 marzo 2014

Yulia on Ukraine

I asked my friend Yulia to write something on Ukraine, on being Ukrainian, considering what happened and is still happening in Kiev and in the whole country .
Hereby her contribution:
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The only thing needed for evil to triumph is for good men to do nothing. (E. Burk)


Dedicated to all those who frequent social networks and take an ‘active stance’ posting, re-posting, liking, commenting and sharing.

During the recent months a few of my international friends or fb contacts asked me how I felt, whether I was safe, and a few ‘strangers’ offered their help or a refuge if necessary since they remembered my Ukrainian origin. I truly appreciated the gesture and care. Although comparing to what my compatriots in Ukraine had to live through and experience during the recent months on day-to-day basis, my life was a paradise. Because the morning news, even the most horrible was thrilling, but distant, and going to bed every night was safe and comfortable.


However, all accumulated information, facts of crime and enormous corruption, protests and manifests, statements and interviews, instances of solidarity and courage, images of blood, bullets, terrible wounds and eventually death are now being accumulated in my mind, stored in my heart…

Hope in yours too, as:

Didn’t you follow the news headlines? Well, if not from the beginning, but later then – yes… Does it help? Can you make a difference? Does it matter in a world order of corporate interests and hypocritical ‘deep concerns’?

I do not know the answers, but I think it is high time to say: ‘I am not Ukrainian, but I cannot keep calm!’

ps: the image above - from American Artist Martha Rosler' series "Bringing the war home" - have already become a reality for everyone of us.

Yulia Oleksandriv Usova
Stockholm, March 8 2014

sabato 8 marzo 2014

Fast food and furious

Se per caso capita di trovarsi o salire su un bus dalle parti di una scuola alle tre e mezza del pomeriggio di un qualunque giorno della settimana, ci si imbatte nell'odore di chicken fry e patatine, brillanti tra le dita di studenti affamati, nella gloria del dopo scuola*.

Un odore di frittura d'olio (un ol-i-ezzo), di pollo da riporto assale l'aere, l'aria, le narici, giù fino alla bocca dello stomaco e non rimane che spostarsi oppure sboccare: 
perché chi mangia, come anche chi suda, non si accorge dell'afrore che emana;
perché noi mediterranei non riusciamo a quell'ora del pomeriggio di un giorno qualunque a ingollare ali di pollo in pastella e strutto ungerci di mayo, per non dire dell'aceto sulle patatine.

Noi mediterranei facciamo altro, noi deliberatamente, secondo una promessa fatta a Matilde, compriamo un family meal deal di fried chicken and chips & pepsi, e svuotiamo i bisunti pacchetti, contenenti tali leccornie, nei nostri smaltati piatti da portata e pronti via!

E mi becco da mia figlia l'appellativo di posh, perché ci voglio bere del vino, in realtà trangugiato, e azzardo la proposta di una posata. Divorare, divorare! le dita, le dita!

Fino a questa sera credevo che fast food fosse solamente il fatto di mangiare in piedi, il modo, il luogo, la postura, mi sbagliavo: il cibo stesso, come questo pollastro fritto ricoperto di sale spezie e gluttamato di sodio, ha la qualità e la qualifica del fast. Sarà la copertura, saranno le patatine, le bollicine, ma è cibo che tira la volata, fa masticare, senza gusto, campioni dei cento metri piani divoranti.

Bolsi, aggressivi, satolli di incontrollati rutti, ci alziamo da tavola, io non ho sete non ho fame non voglio nemmeno un digestivo, non voglio, non.
(a dire il vero io non ho disdegnato, non ne avevo il tempo, a parte il diversivo del vino, che non c'entra nulla, semel in anno licet fast food...)

Cristiana: Chissà perché il pollo crudo costa di più?

Post pullum: mi alzo in piena notte di-strutto, con i riflussi di pollo in bocca, prendo una bustina di Gaviscon e del bicarbonato, spero nell'efetto idraulico liquido ma niente, sono le nove del mattino ora... niente colazione al massimo un the e Cristiana urla: mai più!

*Di fronte alla scuola di mia figlia il Deli di chicken si chiama Getaway, una vera via di fuga, un paradiso di pollo, di oli saturi e di strutti per le giovani generazioni di londinesi!

venerdì 7 marzo 2014

Song in the City

Decido di andare, durante la pausa, in libreria, attraverso quindi Spitalfields Market, passo davanti a Liverpool Train Station poi entro, per la prima volta, nei giardini di St Botholph (San Batuffolo?) without Bishopsgate Church - ! - per accorciare la strada.
Nel giardino vedo una costruzione dalla facciata in mattoni, timpano e nicchie: la Hall. 
Incuriosito da un certo via vai, mi avvicino: di lì a poco inizia un concerto di voci liriche accompagnate al piano, organizzato dalla chiarity Song in the City. Sono ormai dentro, prendo il libretto, quattro pagine fotocopiate e mi siedo.

Così rinuncio a caffè, libreria e libri e mi godo lo spettacolo, mi verrebbe da dire lo spettacolino, nel senso di siparietto lirico, quasi come una bella e lunga sequenza pubblicitaria in mezzo al noioso film quotidiano del lavoro.

E subito da una porta laterale entrano gli artisti con il pianista; avanza verso di noi, prima a cantare, una giovane soprano, australiana, paffutella, non alta, un vestito fasciante nero, i capelli sciolti sul petto, come una sciarpa di crine, seni in vista e una scollatura segnata da una collana d'argento a pendaglio, mi viene voglia di pizzicarla, mentre lei urla vocalizzi, mentre mi fissa, complice, con i suoi occhietti verdi.

Canta un'aria in francese, poi in russo, Stravinsky, segue la mezzo soprano e il baritono, poi il tenore che canta, credo solo per me, un'aria di Paolo Tosti: Aprile, che nel ritornello fa:
E' l'April! E' la stagion d'amore!
Deh! vieni o mia gentil
 E canta April come fosse Brasil in un pezzo di Disco Samba.

Ma possibile che sia l'unico dagli istinti erotici e dalle memorie esotiche in questa platea anziana di intenditori (pochi in cravatta, una giapponese)? le sedie in velluto rosso, la moquette e gli interni a pannelli di quercia del secolo diciottesimo, e nella due nicchie della parete di fondo due charity children del 1821.

Tutti giovani, in carriera; sorprende il baritono: un ragazzo smilzo, alto, con una barba trasandata, con la voce piena di bassi e le iridi notturne, da gufo.

Si canta, si inneggia alla primavera, con un repertorio da Schubert, a Rachmaninov, da Beethoven, a Fauré e Schumann, non ne so nulla - e ho sempre rifuggito la lirica per il semplice e infantile motivo che non la conosco - ma ne sono incantato, come se mi venga data l'accasione di un vero momento di pausa. Le parole cantate non mi paiono poi così ridicole e stucchevoli, me le godo e ne sorrido.

Quest'ora passata mi rende leggero, godereccio; un carosello di arie, un'antologia che va bene anche al profano, quale io sono, che può vantare di esserci stato da indiscreto guardone, da intruso scroccone.

E' l'April! (si replica i prossimi due giovedì... di Marz!)

sabato 1 marzo 2014

6a 4b 3c

Primi colloqui con gli insegnanti della Secondary.

All'ingresso un gruppo di studenti degli anni superiori consegna la pagella (Short Report) ai genitori e un foglio con le aule e gli insegnanti.

Nella Main Hall, stile Henry Potter, gli insegnanti su banchi isolati, gli studenti in divisa e i genitori in piedi o seduti, in fila. Chi è Voldemort? Rubeus? Minerva? Un paio di Hermione svolazzano civettuole. 
Fra, concentrati!

Devo avere addosso un sorriso da ebete, me lo sento, da uno che ha appena scoperto l'acqua calda: sono per la prima volta ai cosiddetti colloqui in veste di genitore, non più studente dai Salesiani al seguito di mia madre, mio padre ovviamente assente per inderogabili impegni di lavoro e di cazzeggio. E certi ricordi ritornano.

Intanto la vera differenza: Matilde assiste al colloquio, cosa che ha un qualche impatto educativo, almeno spero, nel senso che almeno si condividono insieme risultati e aspettative senza troppi giri di parole; ai miei tempi (ah!) imperava il verdetto genitoriale del "come è andata?" che aumentava l'ansia (ma avrebbe colorato di tinte thriller le buone maniere inglesi), e l'immagine di mia madre che usciva sempre con quella sua andatura militare...

Poi il report: una colonna del target level che vanno da 6a a 3c,  la colonna del current level, quella del behaviour for learning e dell'attitude for learning, caselle in verde, in giallo e rosso, la pagella a metà tra un semaforo e battaglia navale.

Io e Cristiana non capiamo niente: pare che ogni materia abbia un target diverso e quindi un voto proporzionato al target, mentre dubitiamo a voce alta del rendimento di Matilde, lei si difende dicendo che gli asini siamo noi. 

Gli insegnanti ci danno ciascuno una versione diversa di come leggere i voti, ma dicono di non preoccuparci. E noi dubitabondi stiamo ad ascoltare: 3a, 4b, 5c. 

Benvenuto Fra! (Cristiana sempre scettica, pare pianifichi un incontro con l'Headteacher di Year 7) oltre al cricket ora anche i sistemi di valutazione, che mi toccherà imparare altrimenti sto indietro e di questi tempi chi sta indietro, chi non sta al passo (al paso doble) non esiste.

E domenica Matilde gioca allo Stadio dei Lords, una, temo, interminabile partita di cricket. Sveglia alle sette. 
Segue cronaca, se sopravvivo ai punteggi.