giovedì 11 dicembre 2014

4.50 from Paddington

Fa freddo. Che noioso inizio.
Pigrizia vuole che non voglia altro che rintanarmi in casa, vestaglia, the, sofà, libro e musica.
Una certa asocialità, poca voglia di fare regali.

Domenica mattina a Orpington per il quarto di finale con il Fleet (vinto 2 a 0): un arbitro arrivato in ritardo, la bruma che sale, la pioggerella sottile anglosassone, un cielo sul grigio, poi quasi viola.
Possibile che la campagna inglese non puzzi, non odori, abbia sempre questo colore verde uniforme d'estate come d'inverno, graziosamente spettinata, uguale a se stessa?
Riprendo la macchina, mentre Matilde fa il riscaldamento (!) pre-gara, trovo un caffè dove fanno colazioni e girano piatti di bacon e baked beans (l'unghia laccata sfiora l'intingolo), alle pareti quadri di paesaggi arabi, cameriere slave scazzatissime, un pound per un caffè che ne vale meno.
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Sabato mattina alla Senate House non basta la stufetta in dotazione, se non fosse per la gentilezza del personale, e per i libri sugli scaffali, sarei uscito subito, invece rimango... il freddo entra nell'ordito del maglione, nella maglia cotone dentro e fuori, come un veleno sotto cutaneo.
Esco lungo Goodge Street, sono le tre del pomeriggio (tra poco consegnano a casa la lavatrice) e una folla ingorga i marciapiedi e le strade... decido di evitare lo shopping e ficcarmi nella tube. A Tottenham Court Road il vento fatale dei sotterranei... altroché colpi d'aria.
Non un caso che in inglese "colpo d'aria" sia intraducibile: non esiste e basta.
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Per la seconda volta la lavatrice non viene consegnata, così ce la andiamo a prendere. 
Immaginarmi ripreso dall'alto con un trolley portare una Beko (una Becco!) e attraversare New Cross Road, e un'ora dopo portare quella vecchia e ri-attraversare New Cross Road.
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Ai colloqui abbiamo due soli minuti per insegnante, tutti stipati nella Hall e in qualche stanza laterale, poi nella mensa: tavoli di legno, scenari da Herry Potter, gagliardetti, lettere dorate, teche e targhe con doppi cognomi alle pareti. 
Matilde si siede con noi, in mano ha una porzione di apple pie che ha preparato durante la lezione di Design & Techologies, dove si fa pure cucina. 
Nessuna privacy, anzi la privacy è garantita dal common sense, il comune senso del pudore; nessun voto pubblicato: l'ipocrisia nasconde i rendimenti dei singoli oppure il convitato di pietra semplicemente non c'è, al solito paiono tutti sereni e gli insegnanti non te la mandano a dire.
Menzione speciale al timido insegnante di arte.

Da noi ci si chiudeva, studenti esclusi, in vuote classi dove il rapporto genitore-insegnante rasentava la massoneria. Immaginavo mia madre uscire imperiosa da quelle porte (mio padre al solito aveva da fare), e poi a casa aspettavo il verdetto anticipato dal pagellino, scritto in inchiostro dall'elegante calligrafia di Don Re.

Qui ho l'impressione che siano i figli a emettere verdetti su di noi. E hanno ragione.
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Si fa l'albero, i bambini, a parole i più entusiasti, decidono tutto senza impegnarsi tanto (giorni fa alla tivvù in un programma sui compulsivi della pulizia una signora lava le palle dell'albero nell'ammoniaca ogni tre giorni), ma il rituale della trasformazione e del decoro libera dalle ansie quotidiane.
Una voglia recondita viene fuori: di solito orticaria e pessimi ricordi (due genitori, uno in particolare assolutamente indifferente), questa volta invece un sentimento nuevo, non patetico o pietoso, ma calmante, come un vino da conversazione.
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Prova ne sia che sono andato a vedere Paddington, storia natalizia di un orso del Perù che se ne viene a Londra in cerca di affetto e prende per caso il nome della stazione... il resto una sciarada...

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