domenica 7 settembre 2014

Blu di Prussia (autobiografia del)

Non prendevo la metropolitana da più di un mese, la stazione è in costruzione: scheletri di strutture d'acciaio, sospese per aria ne cambieranno la faccia, il cosiddetto look.

Da cinque anni - un mantra questo dei cinque anni, ma difficile misurare le cose a colpi di tre sette o undici anni, meglio i lustri no? - questa parte di Londra è quasi cambiata, anche se rimane ai margini, ancora tagliata da un'arteria di traffico che decentrifica, ancora troppo divisa (percettibilmente ma non conflittualmente divisa) tra neri della pianura e bianchi della collina.

Cambiata... io con Lei, in un rito di passaggio al termine del quale ho riaperto la porta degli studi in Storia Antica, porta così vicina a me che a lungo ho ignorato, buttandomi in imprese assurde e nostalgiche:
come quella di aprire un'attività commerciale - cosa quest'ultima non sbagliata in sé ma fatta con la persona sbagliata -;
come quella di fare analisi e tentare lo studio della psicanalasi;
come quella di fare il cuoco per bambini... 

Beh fare il cuoco non è stato per niente male, dirlo sarebbe ingratitudine: cominciata per caso, l'avventura è finita altrettanto per caso: avevo esaurito le pile, aspiravo con i vapori una certa alienazione, la scontentezza di un modo che non mi dipendeva ma da cui dipendevo. Ormai non cucinavo più, leggevo soltanto, in semi-perenne pausa mentale. 

Il corpo - mai mentitore, piuttosto ricettacolo fedele di aspirazioni e delusioni - mi ha detto basta: era ora di imboccare un'altra strada, con fatica, impiegando del tempo dentro e fuori il lavoro, ho dato retta ai miei istinti desossiribonucleici e alle mie articolazioni. 
Così riprendo a fare ricerca; e questo momento, questo ennesimo settembre, devo qui testimoniare... a me soprattutto e ai venticinque lettori.

La reticenza su ciò che facevo e ciò che ero nasceva da un'insoddisfazione dura da ammettere, dura da scrivere e poiché la scrittura chiede verità, anche nel raccontare bugie, finivo con il non scrivere, celandomi in una specie di silenzio rancoroso, senza motti di spirito, ma con il fragile alibi di una certa cattiva salute. 
Sono sano invece... prendo qualche pastiglia, solo per il gusto di prenderla: per negarmi responsabilità, cercare un pretesto, dare la colpa a qualche milligrammo di carbimazole per poi continuare a respirare.

Non voglio farla tanto lunga, sono fortunato perché posso cominciare ancora. 
So bene che non ho niente da ri-cominciare, piuttosto un nuovo inizio e un'età diversa, matura all'anagrafe, adulta nei tessuti ossei e nelle membrane, giovane negli slanci dei muscoli più elastici e nel cervelletto.

Sono circondato da persone che mi amano e chiedono francamente poco in cambio: all'altruismo e la prodigalità degli altri raramente la mia accidia risponde con un sorriso sciolto. 
Potrei cambiare, ma un giorno firmerò l'armistizio con il mio mondo interiore, egotico, sovrannumerario. Un giorno.

Adesso godiamoci tutto: la domenica, la telefonata di mio padre, la telefonata a Cristiana, la macchina che non parte, Matilde che suona, il pranzo a Greenwich, il prossimo libro da scegliere, Jacopo che rimbomba il pallone in giardino, la colazione con i corn flakes... tutto questo minuzioso vivere, fatto di ingrandimenti e immense lontananze, di pensieri mai scritti, di improvvisa felicità, di bugie e di sorrisi, del nero dei vestiti, del cielo opaco di Londra...

(A che distanza dobbiamo guardare le persone, tutte le persone, per dire di conoscerle veramente? Due, cinque, dieci metri?)

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