giovedì 10 luglio 2014

Cut out, cut off

Quando, nei miei tentativi di promuovere gli artisti contemporanei oppure in occasione di una mostra, qualcuno mi dice: Ma questo lo saprei fare anche io, rispondo: Perché non l'hai fatto tu?; o alla più prosaica: Anche un bambino lo farebbe così!; rispondo: Non siamo in un asilo, l'opera d'arte ha messaggio, significato, racconta una storia, poi può piacere, non piacere, essere interessante o meno, essere fortunata e bla bla bla.
(L'interlocutore di fronte a tanta sicumera tace senza però cambiare parere).

I bambini, come dice Montale, sanno che quel nocciolo duro non ha semenza, ma istintivamente e con allegria, e nei loro disegni o nelle loro performance significante e significato coincidono in modo del tutto naturale.

Ma oggi alla mostra di Matisse della Tate ho per la prima volta pensato: beh questo lo posso fare anche io: il Matisse dei Cut out, dei Ritagli, quello che con la forbice modella la carta e compone alghe figure femminili frutta santi e madonne dentro cornici, pareti, chiese, case.
Ottantenne (come il novanta per cento dei visitatori) immobilizzato nei movimenti, la forbice e i ritagli hanno fatto lui compagnia, ma proprio solo compagnia: il Matisse geniale aveva già dato.

In realtà la scelta di esporre un artista non contemporaneo (1869 - 1954), ma moderno da parte della Tate mi ha indisposto a priori. Facile, assai self assuring, attrarre ottuagenari e far contemplare loro capolavori consolidati nell'immagnario collettivo.
La Tate deve fare cassa e vuole andare sul sicuro, sta insomma diventando conservatrice.  Si chiama modern infatti, ma in dieci anni ha fatto molto contemporary art (dove è finita?).

Alla prossima dunque: Kazimir Malevich, un'altra carampana (1879-1935) del reparto geriatria dell'arte: dunque  non plaudite modo pecuniam jacite!
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Io di calcio... si sa, però voglio dire la mia: definire come oggi La Stampa, orrenda e noiosa Argentina - Olanda e provare nostalgia per "le castronerie difensive del Brasile e la lucida pressione dei tedeschi", proprio non mi piace.

Perché quello di martedì non è stato uno spettacolo, ma una farsa e di fronte al tracollo e l'inettitudine i teutonici avrebbero potuto dire basta: anziché dare una lezione di calcio (senza darla), meglio sarebbe stata una lezione di stile, senza infierire sul paziente malatissimo.

E quella di ieri?: una vera partita di calcio, combattuta e rincorsa, tecnica e tattica, solo a tratti umanamente disordinata e poi decisa sulla ruota del destino.

O siamo abituati ai massacri? e temiamo l'horror vacui della noia? che cosa mai saranno venti minuti di noia, di fronte alla possibilità di vittoria? O preferiamo, pur di vincere, umiliare e trionfanti invadere la Polonia ascoltando a tutto volume Wagner?
(i rigori poi assomigliano alle ultime pagine di un thriller, quelle che ti svelano il colpevole e spiegano tutto o quasi)
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Ho mangiato con Cristiana qui, al The Begging Bowl in un pomeriggio tiepido e assolato, sulla Bellenden Road, nel miscuglio variegato di Peckham, che mi piace sempre di più.
Piatti da dividere in due di cibo Thai, fatti bene e un bicchiere di prosecco, nella veranda verso la strada (compresa l'indulgenza verso il cameriere, raffreddato e nasale).
In realtà si doveva andare all'Artusi lungo la stessa strada, ma era deserto, forse più serale che meridiano.

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