domenica 23 marzo 2014

Smiling in slow motion

St. Dunstan's College, Catford: nel campo (una gabbia in realtà, pareti di compensato e reti metalliche, reti sopra, prato in plastica) opposto a quello dove Matilde gioca, si sente solo il rumore secco delle pallonate, lo scatto dei piedi e i rimbalzi della palla: un gruppo di ragazzi si allena comunicando con il linguaggio dei segni. Li vedo ballare con gambate lunghe, mentre tirano fiondate ridendo con gesti da mediterranei e sui volti una felicità senza arrabbiature.
Il limite del loro sordomutismo scavalcato dalla gioia di vivere, dai movimenti spontanei, smiling in slow motion.
E la sensazione che in quel silenzio ci fosse una dignità recuperata (cioè una facoltà -quella di non parlare- che possedevamo e abbiamo smarrito), il silenzio di uomini più completi e in nulla mancanti.
E le loro emozioni anziché controllate dai gesti del linguaggio, parevano più vere, più genuine.
Ero però l'unico che li guardava, e sarei stato lì ore.
***
Prima di ritornare al ristorante dove abbiamo fatto una prenotazione volante, io e Cristiana entriamo alla Goldsmith, dall'ingresso appena restaurato (l'asfalto nel cortile rovina l'ottocento della facciata, pure le porte scorrevoli e una reception stile Deutsche Bank) e da soli o quasi percorriamo, a passi lenti e meditati, i quattro corridoi lungo il perimetro dell'edificio. Sostiamo davanti a bacheche stracolme di avvisi e locandine, luci al neon nuove, alcune vecchie, bianche, quasi avorio, ombre nascoste, porte socchiuse.
Nessuno esce nessuno entra; diagonalmente viene avanti una studentessa non so da dove e verso dove, non si spaventa, non mi spavento, dove è Cristiana?
Per un attimo le gemelle in fondo al corridoio, io sul triciclo, la steadicam mi segue.
Tutti i corridoi illuminati a neon sono corridoi dell'Overlook Hotel e noi non lo sappiamo, a meno di esserne accidentali testimoni. Come gli incubi e i sogni che ci portiamo dentro ma che visitiamo soltanto di notte.
***
Al ristorante Thai una delle cameriere assomiglia a mia suocera ma con gli occhi a mandorla, una Paola mandorlata. 
Mentre aspettiamo che si liberino i tavoli al piano fronte strada, ci fanno accomodare nello scantinato: una stanza chiusa dalle pareti rosso sangue con luci intermittenti incastonate nelle panche a muro, sgabelli e tavolini a fungo laccati; qui potrebbe, dal palco, una quinta ridotta a sgabuzzino, uscire Isabella Rossellini, anch'essa mandorlata, intonando il languido ritornello di Blue Velvet:
She wore blue velvet
Bluer than velvet was the night
Softer than satin was the light
From the stars
.....
Sono a disagio. Molto.

Imparo poi, a spese mie e del mio palato, quanto sia sbagliato (una pessima idea) ordinare un piatto con la dicitura generica di fish, servito con una salsa piccante assai e del color e sapor acciuga. Cristiana invece esce soddisfatta del tempura. Temperatura ancora da febbraio inoltrato più che da ultima decade di marzo.
***
De La Strada per Roma del senatore Paolo Volponi, mi rimane nei precordi, una scena di leggerezza boccaccesca. Nel Boccaccio era Guido Cavalcanti che evitava la rissa scavalcando un muro fiorentino, qui il protagonista, sempre un Guido
guardava il divano dormeuse di seta grigia, che divideva il loro angolo dal resto del salone. A un certo punto, mentre si spegnevano le voci di altra gente che se ne andava, Guido si mosse dal suo posto, depose il bicchiere e si pose davanti alla dormeuse, in senso longitudinale.
Portò le mani indietro e respirò, piegò la testa e dopo un mezzo passo si slanciò in un salto mortale perfetto, sopra la dormeuse, e piombò dall'altra parte a piedi giunti, con le ginocchia piegate.
Scenetta che vale il libro, che ho più volte riletto. Per il resto un'opera difficile che non raccomando.

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