domenica 16 marzo 2014

Derek Jarman, Blue

Dentro l'antica chiesa di St Clement ad Old Romney avremmo potuto incontrare il San Gerolamo di Antonello da Messina: spazio silenzioso fresco più che freddo ma, seppur vuoto, stranamente accogliente: i banchi in legno chiusi come box (i famosi pew), il cotto e le piastrelle del pavimento, la navata centrale in legno e il coro, anch'esso in legno e i ripidi scalini per raggiungerlo, color marrone chiaro, l'altare rialzato e a muro, il presbiterio separato dai banchi da un muro arcuato e leggero, ma aperto.
Mobili in quercia naturale semplici e non rozzi, accostati alle pareti, una luce uniforme, un'eleganza medioevale, quasi toscana, una calma prima esteriore, degli oggetti e delle pareti, poi nostra, interiore.
E vi si entra da un lato da una porta verde che apre su un piccola hall dalle pareti bianche con l'orario delle messe e gli avvisi del parish priest, e la raccomandazione di chiudere entrambe le porte per evitare che gli uccelli entrino nidificando nella chiesa, che però rimane sempre aperta al visitatore occasionale o al fedele.
Attorno alla chiesa - fatta di una torre campanaria e di contrafforti in mattone e sasso, che la sostengono e la sospendono su un collina d'erba verde, al lato di una falda acquifera -  in un prato tagliato di fresco, come d'uso, vecchie di secoli e nuove sepolture e sculture: alcune appoggiate sul verde o emergenti come arbusti in fiore.

Su un lato verso la strada provinciale e in faccia al sole la lapide scura e la firma scolpita di Derek Jarman, un mazzo di fiori e alcuni sassi votivi.

La ragione del pellegrinaggio nella punta estrema del Kent a un'ora e mezza da Londra, direzione Dover: rendere un tardivo omaggio, lasciare un pietra, a un uomo (film director, stage designer, diarist, artist, gardener and author secondo le biografie) coraggioso sensibile e di enorme talento.

La sera prima con e grazie a Beatrice ho visto finalmente e per intero Blue nella Room 5 al quarto piano della Tate gallery.
Blue: un unico frame monocromo, il colore di un'opera di Yves Klein che Jarman vide la prima volta esposta alla Tate e che utilizzò nel suo ultimo film, intimo, sperimentale, come una pagina di diario dove alla scrittura si sostituiscono l'audio, la voce, le voci e la musica, i suoni.

Blue è un colloquio di un'ora con la morte, a fianco della morte più che a proposito della morte, pieno di una saggezza stoica, senecana, o meglio epicurea della vita. 

In Blue la morte non è indagata o attesa, non è nemmeno contemplata, è piuttosto raccontata come un'esperienza già vissuta, come un ricordo, senza affanno, senza terrore, ma con ironia e con enorme coraggio.
La morte come un colore presente e costante, profondo e palpitante come il cuore blu cobalto di un fiore, di una profondità marina nuotabile, di un cielo ravvicinato che si può toccare.

Nel buio della sala riflettente il colore dello schermo, infossato nel sofà di pelle a due posti, credo di aver assistito (e con me Beatrice) al miracolo di un dialogo intriso, circondato e arreso al blu, cioè alla consapevolezza di una ammissione ovvia ma non più fatale (l'inevitabilità di morire) e allo stesso tempo di una straordinaria occasione di conoscenza e di profonda comprensione della vita.

Derek seduto a un caffè mentre legge sui giornali della guerra in Bosnia:
What need of so much news from abroad,
while all the concerns either life or death
is all transacting and at work with me

Proprio questo transacting arriva e passa fino a noi che siamo seduti dall'altra parte dello schermo, dall'altra parte del blu.

Difficile e imbarazzante ammettere il privilegio di ascoltare che cosa ci sia si veda si senta attraverso e oltre quel blu.
Il film su Youtube si trova in sette parti di dieci minuti circa l'una, qui la prima.

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