sabato 1 febbraio 2014

The Jamaica Wine House

Qui nel 1652 veniva aperta la prima coffee house di Londra, si chiamava Pasqua Rosee, adesso si entra in un pub, da una porta che pare un pertugio dickensiano, del colore delle tegole di una volta, neanche troppo vagamente gotico.

Dentro le cravatte e i loden della city bevono al banco, molti in piedi, come cavalli, quelli meno di fretta scendono sotto dove si servono i vini; sono l'unico che si guarda intorno, al soffitto e arriva prima con lo sguardo che con il passo, già incerto in mezzo a questi colletti bianchi dagli abbondanti stipendi.
 
K. da qualche giorno mi ci voleva portare, uno stroll nella City, e voi lo dovreste proprio vedere K. con un eskimo sopra una giacca a vento blu, una berretta di lana e i jeans, e lo dovreste vedere con me che lo seguo, in nero vestito, e non solo per via del colore, ma per la nostra diversissima andatura, e corporatura e ho pensato, ridendo tra me e me, quanto saremmo stati ridicoli, io in particolare, se avessi avuto i suoi di vestiti e camminassi come lui.

Comunque, fisiognomica a parte, mi fa vedere un paio di nuovi o quasi grattacieli della city, prossimi al Gherkin: questo gli piace questo no, mentre io, come faccio spesso, prendo in considerazione le sue opinioni di architetto progressista.

(Intanto centinaia di cravatte e tailleurs escono a frotte dagli ingressi, sono le cinque e qualcosa, fuori tutti!)

Per esempio: a K. piace la Leadenhall Building, soprannominata Cheesegrater,  e appunto la forma da grattugia non aiuta il mio radicato classicismo palladiano, lui mi fa notare che negli anni novanta su quella piazza l'IRA fece scoppiare una bomba e l'architetto, Richard Rogers, anziché costruirci sopra, come il committente avrebbe voluto, ha lasciato lo spazio il più aperto possibile.


Insomma entriamo nel pub per vicoli stretti (qui tra Bank e Liverpool Train Station si alternano grattacieli a vecchie chiese, mattoni a vetri infrangibili), ordiniamo pinte di Guinness, infiliamo un tavolino, con le panche a muro; una donna bella dai capelli castani, con un calice di vino rosso stracolmo, mi avverte, scusandosi, che ha l'ombrello appoggiato al nostro angolo. 

K. parla di Venezia, dove tra qualche giorno va per lavoro, io gli parlo di Hugo Pratt e di Corto Maltese, sediamo dietro una paratia di legno: questi pannelli, mi spiega K., che separano gli interni dei pub più vecchi, servivano a garantire la privacy ai business men, ai LLoyds e ai Dealer quando prendevano e firmavano accordi... davanti ai boccali di birra.

La donna dell'ombrello intanto finisce il suo calice da sola, non aspettava nessuno o quel nessuno non è venuto, non sembra triste, nè delusa. Mentre le passo l'ombrello, mi fa un sorriso largo, si sistema il tailleurs con un impercettibile colpo d'anca. 
Incrocia K. che torna con un paio di birre, poi esce dalla Corte Sconta detta Arcana, verso la Siberia.

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