sabato 8 febbraio 2014

La città e la casa

Quella è ancora casa mia e lo sarà sempre. Uno le case può venderle o cederle ad altri finché vuole, ma le conserva ugualmente per sempre dentro di sé.*

Un pensiero leggero dapprima, poi angosciato. 
Vero è che una casa rimane nostra nonostante il distacco, la lontananza... ma la vendita? la vendita è una cesura che separa il ricordo dal possesso?. O il ricordo basta a dirsi possesso? 
Perché quella casa là che si ricorda, quella del passato, non è più abitabile, divenuta remota ormai, una sinapsi del cervello, attivata dalla sola memoria.
Ho provato a spiegarmi con mio padre, nella solita pizzeria del Gallo Verde, non mi ascoltava, intrappolato nel suo presente, così l'angoscia è rimasta con me, anche adesso che provo a guarirmene scrivendo.
Che cosa faccio di Veruno? di me a Veruno? La casa, la terra?  Inutile sentirmi dire che la mia è un'inutile ansia, che non mi devo preoccupare.
Intanto mio padre vernicia color argento vivo vecchie anticaglie, perfino due pannocchie di granoturco, appese da trentanni alla volta della sala, novello Pedro Almodovar.
Qué he hecho yo para merecer esto?
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Parto alle quattro antimeridiane da casa, per prendere l'aereo delle sette da Gatwick
Andrea, mio suocero, parte sempre con l'aereo delle sette. Anche il ventisette di dicembre, un venerdì, diceva che doveva tornare a Biella per andare in banca. Per lui è una sfida quell'ora, un quisisana, un so fare anche questo, con dimestichezza e in un paese straniero.
Non l'ho mai capito, mio suocero, un tipo rigido, di lui, da lui non traspare nulla, emozioni sempre trattenute... in compenso sa fare molto bene il nonno, con passione, una dedizione al ruolo che gli invidio, e se mai mi capitasse, saprei a chi guardare. Pretende solo di fare il padre con noi, che è un clamoroso errore.
C'e un tempo per fare il padre e quel tempo scade. Invece si fa i nonni per sempre.
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A quell'ora, alle quattro meridiane, sull'autobus N136, dove N sta per Night, guida un autista comprensivo e guardingo. Salgono ragazzi caracollanti di alcool, pantaloni a mezz'asta, e lì lì per vomitare, emanano l'odore di birra calda. 
Per fortuna non ho fatto colazione. (Che cosa ci fanno due donne con bambini e trolley colmi di spesa, non so).
Victoria station, aperta solo da un ingresso, vuota lucida deserta: cerco esseri umani, mi accontento della ragazza allo sportello, l'unico, poi al treno vedo un gruppo di persone. Troppo presto per proferire parola, il mattino ha il silenzio in bocca.
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In camera da letto di Pino - a Roma e la casa senza lui mi pare un confortevole albergo - io stanco da non riuscire a dormire guardo il Tiggi2 di mezza sera... meglio, davvero meglio la televendita di orologi con quell'imbonitrice vestita di strass; meglio il trita verdure in offerta alle prime venti telefonate che queste notizie raffazzonate, presentate male, montate peggio, senza commento, senza approfondimento, senza e basta.
Le larghe intese decerebrano la tivvù pubblica, privatizzando l'ultima quota di buon senso; la Rai sembra il residuo mentale di una cultura frusta, ripetitiva, senza creatività e svogliata: inseguendo la concorrenza ha perso direzione e meta, diventando una mediocre tivvù privata. Ipse dixit. Spengo e apro la finestra, entra il vento della sera dai tetti di Milano.
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I Navigli al mattino di domenica deserti, un caffè, anzi due, le signore di Milano che vanno alla messa nella chiesa di Santa Maria della Grazie sul Naviglio (quella senza facciata, ma solo una parete di mattoni nudi: carne senza pelle), mentre entro ed esco dai tre Libraccio pieno di libracci.
Quando abitavo qui, mi piaceva la domenica mattina: capitava pure di incontrare Alda Merini, ingioiellata di bigiotterie, golosa di dolci, gli occhiali mancanti di un'asta. A vederla pareva una svitata, la pazza della porta accanto, invece era la poetessa e conoscerla era il segreto dei Navigli.
Poi i ponti, non belli, ma al passante chiedono sempre una sosta, balconi da cui guardare non l'altezza, ma la via di fuga del canale, in secca o in piena che sia, e la luce delle stagioni (sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta), la via di fuga delle case di ringhiera, spettatrici del Naviglio.
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Note del viaggiatore:
a)Impossibile fare benzina dalle parti di Malpensa domenica mattina con la carta di credito, bisogna avere i contanti. All'Ip sulla bretella (uno di quegli elastici che tengono i pantaloni) dell'A8 io, una macchina di spagnoli, una coppia inglese, due tedeschi scambiamo euro e sterline nel tentativo di fare il pieno alle macchine a nolo: abbiamo tutti banconote da venti euro. 
Pare che la lobby dei benzinai non voglia crediti con le banche, la lobby delle banche applichi le commissioni, alla fine benzinai chiusi e solo contanti, rendite di posizione che fanno dell'Italia un paese bloccato... comunque gli stranieri sopportano, sorridono e non si incazzano. E io sono straniero o no?

b)Il duty free di Malpensa 2 costa di più di un qualunque negozio del centro, altroché duty free, diversamente da Gatwick dove i prezzi sono esentasse, ma non mi riesce di comprare niente lì, finisco sempre per comprare a Malpensa: la mancia di fine soggiorno. Pay for duty.

 Appunto.

*Natalia Ginzburg, La città e la casa, Einaudi, Torino 1984, pag.178

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