sabato 25 gennaio 2014

Il mare, l'inverno e il ponte

Tre giorni di pioggia, quasi senza interruzione e intensa da causare frane e interruzioni di strade... ci saranno stati pure ventitré gradi soltanto la settimana prima, come R. diceva, ma a Ventimiglia e in tutto il Ponente non ha mai smesso.
Non inizierei con il meteo e le sue patìe se l'acqua non fosse stata il quinto incomodo tra noi, fin da quando ci accorgiamo di non poter raggiungere via Toscanini (nome che R., pur da decennale proprietario, non ricordava) se non dalla parte opposta. 
Ma i posti, per fortuna, rimangono tali che piova o tiri vento:

Ventimiglia vecchia: con le mura in alto su un crinale, città di frontiera, di dogane, di traffico merci e di riciclaggio (il casinò di Sanremo a due passi e il contrabbando) abitata fina dal dopoguerra da immigrati calabresi (i liguri scesero dabbasso sul mare). 
Diventerà mai antico questo centro storico? la povertà dell'arrangiarsi e l'attitudine a vivere la vita senza consacrarsi agli oggetti e alla casa hanno conservato Ventimiglia intatta o quasi; quella nuova giù al mare pareva stare al passo con i tempi, con il presente, ora invece si stende anonima, al pari delle altre, sul mare, con i suoi condomini e i suoi viali, al limite dell'abuso edilizio.
Lassù Ventimiglia vecchia si apre su piazze inaspettate, quella della cattedrale dell'Assunta,  e di San Michele Arcangelo, percorsa da vicoli stretti, fino a pochi anni fa impraticabili per la malavita contrabbandiera di queste zone (via Falerina con Piazza delle Erbe). 
Usci si aprono sui carrugi, tende kitsch, vasi di gerani, tubature e ragnatele di fili elettrici, mentre si cammina con lo sguardo verso l'alto, luoghi dove tutto si deve guardare, androni consumati, l'Oratorio dei Neri, il marmo chiaro del Battistero e la vista dal punto più alto delle mura, dove si aprono all'italiana finestre e persiane. 
Italia contaminata, genuina.

Si cena venerdì sera, solo noi, a U Funtanin, tutto a base di pesce, all'arco di via Garibaldi. Ottimo se non fosse che il cameriere e il cuoco non aspettavano nessuno e stavano per chiudere. Indolenza, gentile indolenza, a parte, ne caviamo un ottimo pasto.  


(Sei una gran vecchia) Bussana!: e ci sarebbe molto da dire su questo villaggio (dell'usocapione e sulle carte bollate e sul sessantotto) devastato da un terremoto del 1887 un mercoledì delle Ceneri, quando gli abitanti si trovavano nella chiesa di Sant'Egidio, ora sventrata e con le sole mura perimetrali (una lapide del 1970 ricorda i nomi degli abitanti morti quella notte) e poi abitato da artisti fin dal Cinquanta. 
Noi si incontra una donna di origine tedesca, camicia di flanella a scacchi, jeans con le ginocchiere, capelli biondo sporco e rughe profonde sul viso alemanno: dice che ha piovuto talmente tanto che gli abitanti, per lo più artisti e stranieri, sono impegnati nelle pulizie. Gli atelier sono chiusi, pare non ci sia anima viva e continua piovere.  
Bussana pare vivere un secondo autunno dell'umanità, più triste, più decadente, una moda passata colonizzare un villaggio abbandonato e farne un'utopia. Rimane il paese e i segni di quel terremoto: la chiesa di Sant'Egidio sventrata mozza il fiato.
Siccome la caffetteria all'ingresso è chiusa e l'agriturismo, appena fuori, pure, si scende a Sanremo per una farinata e un caffè.

Dolceacqua: sopra Ventimiglia e verso Pigna (non raggiungibile per la strada interrotta), qui, sul lato sinistro del Nervia, i cartelli consigliano di non parcheggiare in prossimità del fiume per allarme meteo. 
Si attraversa un ponte, trentatré metri, a schiena d'asino, leggero, fragile al disegno e alla vista, ma nel percorrerlo ampio e robusto: sotto infatti il fiume si slarga e non pare gonfio. Poi il vecchio villaggio fatto di carrugi strettissimi, le facciate alte delle case si sostengono con ripetuti contrafforti e il cielo non si vede, ma piuttosto un intrico di linee e costruzioni, come un labirinto in altezza. Sopra cupo, buio il castello dei Doria, le cavità della facciata e le due torri, la storia e la parola Michetta nasce da qui. 
Leggo un dedica di Claude Monet, in visita da queste parti dipinse su più telepoi il ponte e il paese: L'endroit est superbe, il y a un pont, qui est un bijou de légèreté.

Anche la cena a U fundu, un gioiello di leggerezza, menù unico, vino della casa amabilissimo, poi fuori, su e giù per quei carrugi, i sassi del ponte lucidi e scivolosi di pioggia.

1 commento:

  1. DA NUNZIO

    Piove.

    Piove sulle grandi foglie delle palme

    e la pioggia gocciola dalle foglie.

    Piove sui borghi medievali
    e la pioggia gocciola sulle tra le lastre del pavè.

    Piove sulla gente senza ombrello,
    chè in Liguria, anzi a ponente, lo usano in pochi.

    Piove sui cappelli di lana dei pescatori.
    Piove sulle scarpe lucide delle madame
    e sugli stivali di gomma dei bambini.

    Piove sulla farinata, sulla torta di verdure, sui nostri vestiti umidi.

    Piove sulle vetrate innanzi al mare
    e la pioggia gocciola in picchiata sui vetri.

    Piove sulle rotaie del treno e sul treno in bilico sulle rotaie.

    Piove su rudi e alberto che corrono, su pino che va in chiesa, su strocchi che ozia.

    Piove su tutto il week end.

    Piove sui ricordi, sulle risate, sulle illusioni, sulle delusioni e sui desideri.

    Forse pioverà.
    Sta già piovendo.

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