venerdì 19 dicembre 2014

Faraway, so close

mentre le due gatte si tendono agguati, inseguendosi per casa, senza far cadere nessun oggetto (lasciano agli occhi scie di disegni manga) provo a mettere in (dis)ordine un paio di necessari pensieri prefestivi.

Come certi treni che prendevo da studente in prossimità delle feste, che volevo passassero in fretta perché trascorrerle con mio padre significava frantumarsi i coglioni dalla noia con la sola speranza che qualcosa accadesse.

Anziché le ombre, i pensieri negativi sulle tasse e sui contributi vari, le scadenze fiscali che la ormai mitica Tiziana mi ricorda via mail al sedici del mese - di quasi ogni mese - causando fitte al costato, voglio concentrarmi sulla luce, l'ottimismo e il sale della vita.

E sulla luce (le gatte intanto compaiono e scompaiono nello spettro visivo in una frazione di secondo come se si materializzassero dal nulla) desidero, con un colpo di penna, che illumini i dettagli della vita e dei luoghi, perché nei dettagli non il diavolo si manifesta ma il segno rivelatore della piena sincerità o del funesto inganno.

Vorrei smettere di sentire le persone lamentarsi o vomitare addosso angosce e ansie e ripetere per ogni domanda o accenno di novità quel monosillabo dall'orizzonte angusto: No; ma vorrei, anzi voglio ricevere inviti, ascoltare idee, farmi coinvolgere in cose che non ho ancora fatto e persone che ancora non conosco. E questo perché so che talvolta a quelle persone assomiglio.


Voglio vedere nelle persone, in tutte le persone, quello sguardo misto di invito e ironia, che non contiene nessuna certezza su quasi nulla, ma curioso e creativo, che mi faccia sentire fortunato, così a prima vista. Voglio quello sguardo che dice: io di te e di me tutto so e tutto ignoro.

E il sale certo brucia pure le ferite, e guarisce... ecco: lo voglio in grani grossi su fumanti grigliate, sul riso giallo zafferano, sul ghiaccio perché non si scivoli e dietro la schiena per tre volte se per caso ne ho versato.

E ora che sono diventato anche il padre di mio padre vorrei per anche solo un minuto fare il figlio di qualcuno. Questo però vorrei che fosse l'unico rimpianto, l'unica debolezza e che passasse veloce come le mie due gatte impazzite che paiono ferirsi a colpi di stiletto e poi s'acquattano come se niente importasse loro.

Che noi tutti abbiamo un dettagliato, salato e creativo 2015!

giovedì 11 dicembre 2014

4.50 from Paddington

Fa freddo. Che noioso inizio.
Pigrizia vuole che non voglia altro che rintanarmi in casa, vestaglia, the, sofà, libro e musica.
Una certa asocialità, poca voglia di fare regali.

Domenica mattina a Orpington per il quarto di finale con il Fleet (vinto 2 a 0): un arbitro arrivato in ritardo, la bruma che sale, la pioggerella sottile anglosassone, un cielo sul grigio, poi quasi viola.
Possibile che la campagna inglese non puzzi, non odori, abbia sempre questo colore verde uniforme d'estate come d'inverno, graziosamente spettinata, uguale a se stessa?
Riprendo la macchina, mentre Matilde fa il riscaldamento (!) pre-gara, trovo un caffè dove fanno colazioni e girano piatti di bacon e baked beans (l'unghia laccata sfiora l'intingolo), alle pareti quadri di paesaggi arabi, cameriere slave scazzatissime, un pound per un caffè che ne vale meno.
***
Sabato mattina alla Senate House non basta la stufetta in dotazione, se non fosse per la gentilezza del personale, e per i libri sugli scaffali, sarei uscito subito, invece rimango... il freddo entra nell'ordito del maglione, nella maglia cotone dentro e fuori, come un veleno sotto cutaneo.
Esco lungo Goodge Street, sono le tre del pomeriggio (tra poco consegnano a casa la lavatrice) e una folla ingorga i marciapiedi e le strade... decido di evitare lo shopping e ficcarmi nella tube. A Tottenham Court Road il vento fatale dei sotterranei... altroché colpi d'aria.
Non un caso che in inglese "colpo d'aria" sia intraducibile: non esiste e basta.
***
Per la seconda volta la lavatrice non viene consegnata, così ce la andiamo a prendere. 
Immaginarmi ripreso dall'alto con un trolley portare una Beko (una Becco!) e attraversare New Cross Road, e un'ora dopo portare quella vecchia e ri-attraversare New Cross Road.

mercoledì 3 dicembre 2014

Al confine delle cose.

Andando verso Mitcham per la partita contro il Carshalton (vinta 3 a 1) domenica mattina il sud di Londra è avvolto nella nebbia.
A Cristiana piace molto.
Non più fumo di Londra, ma quel velo opaco che scontorna le cose, che mostra le cose invece di nasconderle. Forse la nebbia rende finalmente miopi, non obbliga a quello sguardo totale, occhialuto, con cui vediamo tutto, tranne i dettagli.
Gli oggetti vengono incontro uno per volta, in prospettiva rallentata, un effetto calmante: il mattino ha la nebbia in bocca e il confine non incute paura, perché si sposta sempre appena in là e rimane visibile. 
Poi il giorno inizia e chiede il solito sguardo sul totale, a cui siamo troppo abituati per notare tanto la crepa più profonda quanto la più piccola incrinatura... fino al sipario della sera, dove però il buio sembra un alibi.

***
Ieri sono finito nel laboratorio artigianale di un noto epigrafista scultore, un letter-cutter, Richard Kindersley.
Non è mancata la solita notazione sul perché a Roma si lasciano le pietre scolpite nel Foro, esposte alle intemperie, e non si portano all'interno dei musei dove  invece esistono le copie in fiberglass di quelle stesse pietre... avrei dovuto rispondere, ma lui dovrebbe sapere, che in Italia abbiamo talmente tanti monumenti, inscrizioni e epigrafi che per la sola via Appia dovremmo costruire un pianeta intero... né siamo ossessionati dal catalogare, possedere e esibire come ad Albione dove un reperto romano fa prima notizia e poi trova spazio nelle riviste di settore e nella teca del museo... in questo la Britannia è rimasta provincia dell' Impero, per nostra fortuna.
Richard è una cara persona; un appassionato amante della pietra e del marmo, ormai settantenne con gli occhi a fessura arrossati, credo, per via della troppa polvere, i capelli bianchi a ciuffi, una leggera balbuzie e un parlare esatto e meditato di chi con il cesello allena la mente al silenzio, ai tempi dell'infinitamente piccolo e dell'elegantemente preciso. Si scolpisce una lettera all'ora e non si può cancellare.
Mentre parlava e su quei tavoli e tra i disegni, uno splendido gatto tigrato girava con agio per lo studio, come un lare domestico.
***
A Londra pare ci siano più Mohamed di Oliver e di Jack... a Londra non in Inghilterra, tiene a precisare un piccato articolo di Metro, non proprio autorevolissimo come giornale, che se la prende con i criteri selettivi, ma si veda pure il Telegraph, che riporta altri dati e pure il Daily Mail, che fa notare appunto i dieci spelling diversi di Mohamed che valgono però come un nome unico... e bla bla.

Le elezioni si avvicinano insomma e c'è quell'aria di confusione tra problemi percepiti e problemi reali... insomma le invasioni barbariche sono un tema, tra la paura degli europei che rubano benefit, soldi da pagare all'Unione Europea e qualche atavico pregiudizio.
Tutto il mondo è paese... e qui guarda caso casca la traduzione. 
Mossi gli altri mari.

mercoledì 26 novembre 2014

Astensionismi

Finalmente al Matarel... un risotto all'osso buco memorabile, abbondante e piatto unico, con il gusto ritrovato dell'osso da scucchiaiare, la carne morbida e sudata a condire un riso giallo e al dente. Che goduria! lo scrivo anche per Marga a cui devo la dritta e con l'auspicio di rivedersi magari davanti a questo signor piatto.

L'ultima volta credo d'averlo mangiato fors'anche di malavoglia sotto la dittatura di mia nonna Ada e sotto il neon della cucina a Veruno.
Vuoi per l'aquolina che gonfia le ghiandole e pure la memoria, vuoi per il riscatto dell'adulto sul bambino fragile e viziato, potrei ora ingurgitare anche il riso e latte, omaggiando il mio ventre dell'ennesima carica proteica e pure quella donna tutta burro, riso e patate e carote. Nonna che sta la' in fondo agli anni ottanta: nessuna concessione alla fantasia, nessuna indulgenza, come se la poverta' della guerra, anzi di due guerre, avesse lasciato il segno sugli aromi e sul nero dei vestiti.
Che cosa mai avrebbe detto nel vedermi satollo del suo riso e divorare l'osso buco (lanciato poi al cane di cortile in un improperio dialettale) in compagnia di altre solide mandibole?
***
Pagare il conto e uscire, dividendosi sui Palazzi dell'Expo e su Piazza Gae Aulenti: a me e Alberto paiono scatole vuote belle ma fuori tempo massimo, enormi palestre di un'economia che non si sviluppa piu' e forse un'edlizia che in pochi si possono permettere, Rudi piu' ottimista, Pino attaccato al suo cellulare.
Bello il cosiddetto Bosco Verticale, chi oserebbe dire il contrario comunque?, e la possibilita' di camminare ignorando il traffico, che rumoreggia la' sotto. Come i nostri intestini.

mercoledì 19 novembre 2014

Capossela Vinicio e Lontano

Le canzoni si appendono ai ricordi (o viceversa), emozioni da poco, anche facilmente reperibili e si potrebbe farne una lista per le occasioni più varie (mia suocera dice regolarmente: voglio questa per il mio funerale; e sono già così tante che il funerale non finirebbe più; io no, perché poi vorrei sentirle le mie canzoni preferite! o no?). Sono il frutto di un innamoramento precoce e istantaneo, e agli inizi si ascoltano fino alla nausea, di solito la nausea degli altri.

E quelle londinesi beh sentirò quando mi sarò stabilito altrove e saranno i ricordi appunto di Londra.
Ma per tornare a noi, al codazzo di Pistoletto e Cristiana cenai insieme a Capossela, e di lui non conoscevo nulla, la stessa o quella dopo sera, andammo al concerto a Ponderano: Cristiana aveva il pancione, in cerca di uno sgabello uno del pubblico cedette il suo con un sorriso che brillò nel buio della sala. Capossela cantò con il fiasco di vino ai piedi del microfono, e so che mi piacque e ancora mi piace per il potere che hanno le circostanze quando fanno sembrare la vita unica e irripetibile.

Checcossé l'amor, parole esatte, durata anche e ripetutomi tra labbra il testo troppe volte per dimenticarmelo, arrivo, ma solo per il tempo dell'ascolto, a figurarmi ogni scena: l'amaca, il peruviano gongolante, il sottrattor della cucina, il posto lontano solo prima di arrivare, la vaiassa dal culo basso e tutto quello che di emiliano romagnolo, di emigrato meridionale si legge. La consapevolezza delle cose effimere, se questa e' (fosse) la miseria...

Ma al concerto alla Royal Festival Hall, quasi piena la platea, nessuno in balconata, non l'ha cantata, per il nostro anglosassone disappunto. Capossela in forma, magro e nero con il capellaccio da passator cortese, piu' colto di dieci anni fa, sempre burattinaio ma savio e come dire li' proprio li' sul palco.
A Ponderano era diverso, troppo diverso e noi siamo rimasti a quel concerto, vai a sapere perche'.
***
Vado a Milano nel weekend e cenero' finalmente Al Matarel. Consigliommelo Marga, come da suo blog, ah Marga! non ci vediamo da un po', da troppo...
***
Il bottino della mostra: non quadri o fotografie o sculture, ma pezzi di una fabbrica in disuso, precisamente un mobile d'officina, pesante come una balena, trasformato in una libreria... da spartirsi e litigarsi, nel setaccio della penultima ora.

giovedì 13 novembre 2014

67/P Churyumov-Gerasimenko

potrebbe essere una mossa di una partita a scacchi tra russi, un coppia di cavalli chekhoviani su un calesse della memoria... Rosetta potrebbe essere la fotografatissima stele al British Museum, oppure una signora nata a Veruno, che lavorò con mia nonna a servizio della contessa Bice Visconti.

Invece si tratta di una cometa, e un navetta spaziale.
Cometa senza chioma e senza mistero: il portento dell'apparizione in cielo, foriera di sventure o di prodigi è rimasto un sogno romantico, letterario, pagano e cristiano.
Ai segreti dell'universo pensa la sonda e le sue decrittazioni, lanciate a miliardi di miglia, e quella fantasia che la cometa ci scateneva a naso in su, ora diventa stupore scientifico, di fronte all'infinitamente grande, infinitamente da scoprire.
Meglio - pare - rispondere allo stupore con una spiegazione che con la superstizione, in ogni caso restiamo sempre umani.
***
Questa faccenda dei poppy, che spopolano ogni inizio di novembre, è cosa davvero molto british: un retaggio dell'Inghilterra imperiale, militare e armata che ancora oggi manda cadetti e soldati in giro per il mondo in missioni di peace keeping, che fanno però morti e feriti.
Si organizzano eventi di raccolta fondi, tanto i minicab quanto le giacche e i tailleur si aggirano puntati del fiocco rosso: il papavero insomma! A ben vedere fiore fragile, rosso come una macchia di sangue, ma dallo stelo resistente ai colpi (bassi) del vento.
La Tower of London, circondata da 888.246 poppy di ceramica (titolo: Blood-Swept Lands and Seas of Red), ha attirato migliaia di londonesi, turisti e curiosi. 
Spettacolo bellissimo a vedersi, che da ieri devoti volontari hanno iniziato a disinstallare.
Un caso ben riuscito di pubblicità e nazionalismo, che credo riesca solo a queste latitudini: quando il significante supera e annichilisce il significato.
***
Chiaro che io riferisco solo le vittorie sul campo, tanto più se ottenute ai tempi supplementari e grazie a un gol di Matilde. Agli ipocriti poppy ribatto con romagnolo furore (la metà novarese qui non cale: il furore non esiste, avrebbe la maschera del senso del dovere e della cortesia).
Ovviamente ci siamo fatti un giro a Sutton, anonima cittadina del Surrey appena fuori Londra. La via del centro, un'isola pedonale, ha i soliti negozi, alcuni ancora chiusi e altri spariti del tutto... cinque anni fa era pure più elegante e pulita o forse la nostra è una impressione.
Venimmo qui, io e Cristiana, a firmare davanti al nostro avvocato l'acquisto della casa, proprio in questo pub, il Cock and Bull (!), e cinque anni dopo... beh siamo di nuovo qui per una partita di calcio femminile.
Goooool!
***
La foto di Oscar nell'intestazione testimonia (non mi viene altro verbo) il lavoro di Harts Lane per Deptford Antology. Uno spazio quello di Arklow Road, una ex fonderia e colorificio, strepitoso e morituro (il developer, l'mpresario che farà costruire il complesso abitativo, è anche il committente della mostra) dove gli artisti hanno mostrato e esibito in oggetti e performance le relazioni del luogo con le persone che vi hanno abitato e lavorato.
Mi chiedo sempre in queste occasioni dove mai andrà tutto questo lavoro e non mi riferisco solo alla curatela di Cristiana, Tisna e Sigrun. Peraltro tutta l'umanità (il sentimento e gli attori) coinvolta dove mai andrà?

giovedì 6 novembre 2014

Una sottile linea rossa

Come camminare in punta di piedi su una sottile linea rossa? da una parte il desiderio di scuotere e rimuovere dai guai una persona a cui tieni, dall'altra la libertà di non impicciarsi, libertà a cui sembriamo condannati da convenzioni e pure da buone ragioni.
So che la frase è criptata, ma vale un po' a suggello e pure in premessa ad ogni amicizia, di qualunque natura sia.
Pare che poi alla fine tocchi a ciascuno di noi scegliere e sapere che cosa fare. E non ho mai capito - ah che domanda! - se siamo artefici del nostro destino - in parte almeno - o se il vaso di gerani sia sempre lì lì per cadere dal davanzale, se cioè in preda al (e in balia del) caso si vaga distratti credendo di avere nelle mani il nostro immediato domani e dopodomani.
L'arbitrio è veramente libero o no?
Quella immagine dantesca del libero arbitrio come vascello che va sul fiume e tu che guardi dalla riva mi ha, infatti, sempre angosciato.
***
Amo della storia i periodi di mezzo, piuttosto che le lotte estreme e titaniche, vuoi per una certa mia indolenza e qualche grammo di accidia, preferisco quel tempo che va dalla fine di una stagione all'inizio di un'altra, il transito da oggetti persone culture e politiche che si stanno decomponendo verso qualcosa di indefinibile, prima che l'indefinibile diventi codificato e secolare. 
Gli anni dell'imperatore Adriano (la fine del paganesimo, l'inizio del cristianesimo), l'Italia alla fine della prima guerra mondiale e prima del fascismo... per fare due esempi... oppure gli anni che stiamo vivendo e per dirla tutta che non stiamo vivendo: dal 1990 a oggi: un momento di transizione, dove non transita niente o molto poco.
E quello che transita non si riesce a fermare e, attraverso una qualche indagine, sarebbe utile capire.
***
Copio e incollo un estratto di quanto si trova qui, il risultato di una ricerca della mia Università; nel video linkato sotto, uno degli intervistati è italiano e ha un inglese comprensibile a tutti, come peraltro le righe qui riportate.
Ora quella che segue è probabilmente l'acqua calda e non smuoverà una virgola la politica da cacasotto di Mr Cameron, che straparla di costi e di gravami pubblici a spese degli inglesi e per opera dei cattivi europei (polacchi italiani spagnoli e francesi in primis, che arrivano in massa) per riprendersi i voti di un populista come Farage, il Beppe Grillo di Albione.

mercoledì 29 ottobre 2014

Mitzi Macintosh

Venerdì scorso per la prima volta in un club del sud est invitati da K. 
I club sono gentlemen o working class, di vecchia tradizione vittoriana, ma anche labourista. Organizzazioni dove ci si aiuta, dove si fa conoscenza. si parla di affari o semplicemente ci si intrattiene bevendo birra e sidro. 
Nel club a Kennington (un lungo corridoio, poi una sala con la contro-soffittatura, un angolo bar con gli spillatori, sopra il biliardo un buffet, moquette blu, pareti foderate) noi si era con i colleghi dello studio di K., nei tavoli vicini due gruppi di compleanni, scapoloni sparsi e calmi gli altri mari. 
Sul palco serata drag queen, battute pesanti, volgarissime, grasse, anzi crasse.

Insomma cazzi e canguri (pochissimi i canguri).

E soprattutto lei: Mitzi Macintosh! Una vera stangona, gambe da urlo, trucco non esattamente appena accennato, parrucca da Gorgòne, una Minnie in plasticazza, con voce baritonale e all'occorrenza acuta. 
Dei vestiti si potrebbe scrivere una fenomenologia, portati alla Joan Crawford, e per quanto il maschio sia là sotto - schiacciato da un corpetto abbagliante come lo Scudo di Achille sugli assolati arenili di Troia - proprio della mascolinità qui si va in cerca, strappanzando il mito e facendosene le più pantagrueliche, catulliane, scheccanti beffe.


Mitzi se ne è venuta dall'Australia per starsene stabilmente a Londra: scendere nella suburra di Kennington non le rende abbastanza giustizia, ma a lei non credo importi, le  vere star vanno dovunque, altrimenti sono farlocche e perdono all'istante l'ironia di sé. Lei ha ironia da vendere.

martedì 21 ottobre 2014

M_Ascot*

Jacopo gironzola per il prato da calcio (campo non proprio, qui si ricavano campi da calcio da prati, detti common) per fortuna dotato di un playground per bambini, categoria alla quale lui orgogliosamente ancora appartiene.
Jacopo aveva già dato e vinto la sua prima partita ufficiale a Blackheath il giorno prima, sabato, con la sua scuola. Che dire di Blackheath? sarebbe da far dire a Paola: tira sempre vento lì su quella maledetta piana dove nessuna siepe il guardo esclude.
Piuttosto il contrario: il guardo include colpi d'aria, freddo anche in pieno giugno, figuriamoci ottobre, inglesi impassibili, italiani disperati... noi che pur sapendo non ci portiamo né un thermos (beh si va a piedi al caffè più vicino, ovvero a mezzo miglio giù dal pratone), né sciarpe protettive (sì la mia di seta e di mezza stagione svolazzante ma solo svolazzante).

Sarà che anche questa fa parte del contrappasso; siamo a due! dico due figli che giocano a calcio, una ormai da professionista negli under 13 del Crystal Palace, l'altro ancora al primo stadio(ah!)... (iscrittosi in ritardo al dopo scuola di calcio, l'allenatore ha preteso facesse gli allenamenti e fosse nella rosa "con una sorella come Matilde in casa..."**).

Dunque domenica prima trasferta calcistica di Matilde in quel di Ascot, luogo del più esclusivo ippodromo del pianeta, reale, aristocratico, una cattedrale fatta di una fila di spalti e poi il verde... come a dire che il problema consiste nell'entrarci, una volta dentro...
Il paese noi si pensava più bello, ma scompare davanti all'ippodromo, in giro tutti bianchi, tutti Tories: anche le giocatrici.

Noi siamo in un prato da calcio, dove le under 13 dell'Ascot attualmente in testa al campionato sfidano una squadra di primo pelo, la nostra. Si noti che considero di primo pelo la squadra solo perché è la prima partita di Matilde, in realtà le ragazze hanno già giocato cinque partite vincendone tre e perdendone due.

E quando dicono di essere lì per le nove, sappiate genitori che intendono almeno mezz'ora dopo: noi ci siamo fatti la levataccia quasi per niente, considerata poi l'assenza di traffico in uscita da Londra, per arrivare nella verde bruma aneliamo un caffè... finiamo con comprarci pure un coniglio selvatico al farmer market di Ascot, dove credo siamo gli unici stranieri, e dove un cartello di picnic policy diceva: "each customer (over the age of 18) is permitted to bring with them 1 bottle of sparkling wine or champagne to accompany their picnic"***. 


Se non fosse per Emma, non sapremmo nemmeno come fare il tifo, lei, capelli tinti punk, di una certa presenza, sempre a incoraggiare, motivare, mai una parolaccia e verrebbe da pensare all'ipocrisia del politicamente corretto se non fosse il suo un atteggiamento al limite della più pervicace costanza dal primo minuto all'ultimo, e per tutti, avversarie comprese.

domenica 12 ottobre 2014

Let England Shake

Sono nella Main Library della UCL, sono contento di essere qui: di sottofondo al silenzio di queste stanze ottocentesche, neoclassiche e germaniche, il brusio dei libri, delle sedie, dei roditori che sgusciano da ogni scaffale, da sotto ogni tavolo, alcuni avvoltolano la coda dietro la schiena, poi assumono sembianze per un tempo definito (quello della consultazione), mentre digitano con le unghiette parole elettroniche a schiocchi e colpetti. Squittiscono guardinghi e con lo sguardo fisso e strabico questi finti umani nella luce blu del neon, persi nei codici, nelle password, nei google di cataloghi e download. Adoro la cocciutaggine di questi esemplari che aspirano ad essere un giorno libri loro stessi, magari appendici o note a piè di pagina.

Adoro questo falso silenzio, il rumore sottotraccia di passi, passettini e starnuti, sbuffi, tremori e picchettii. Perché non stiamo a casa nostra a rodere le scrivanie spuntandone con le unghie  i contorni e veniamo qui dal primo mattino, topi di tutte le razze, con la schiena prona ai dorsi dei volumi più reconditi? perché avanziamo caparbi  dentro il più complesso motore di ricerca fino a trovare la fonte del nostro segreto dilemma? qui si scava con la mascella mentale e di reale riverbera soltanto il neon azzurro delle luci da tavolo e il solito mutevole cielo di Londra dalle ampie finestre.
Adoro tutto questo perché conosco la vertigine orizzontale di questa follia, anzi me la ricordo.

Poi vado a fare pipì a bere un caffè e forse a nuotare (ma devo ancora iscrivermi, lo dico così per dire).
***
Contro Simone è il titolo di un'orazione di Lisia, un autore greco del 4 secolo AC e fin qui potrebbe anche non importarvi niente. 
L'imputato che legge il testo davanti alla corte si deve difendere dall'accusa di ferimento con dolo che gli muove Simone. I due infatti si sono presi a cazzottatate perché entrambi sono innamorati di un ragazzo, un certo Teodoto, che si contendono. Simone è giovane, il nostro invece, l'imputato di cui non conosciamo il nome, è un po' su con l'età.

martedì 30 settembre 2014

Oggi ho comprato un cappello

Come di Giovanni Comisso Un gatto attraversa la strada, in un ipotetico gioco di semplificazione le frasi esatte e piane, con soggetto verbo predicato e qualche aggettivo*, meglio descriverebbero le cose quando si ingarbugliano, quando nessun filo logico importante** s'addipana dal gomitolo del vivere quotidiano.

Oggi sono al termine (e all'inizio anche) di una settimana marcata dall'arrivo di Enza e Beatrice, da una mostra ad Harts Lane e dall'inizio universitario. E oggi ho anche comprato un cappello.

Una girandola di pensieri e situazioni dalla sigaretta intima e serale, alla visita guidata nelle librerie della UCL (Senate House compresa); dalla preparazione culinaria (mentre si sorseggia un aperitivo onnicomprensivo) alle lezioni di italiano e latino da preparare; dai bambini a scuola all'allenamento calcistico di Matilde; poi application, tessere, due divani da spostare dall'altra parte di New Cross Road, fingendo leggerezza; qualche passeggiata, poi consigli domandati e pure elargiti; studenti che forse diventeranno amici in queste straordinarie giornate e sere di settembre - Enza e Beatrice possono testimoniare - che iniziano fredde e finiscono tiepide, come fosse da sempre così.

Forse Enza con uno dei suoi post - lei che riesce ad essere occasionale (cioè che sa parlare bene delle occasioni: quelle cose che si manifestano, che forse noi stessi cerchiamo e vogliamo e che sappiamo nostre -mi verrebbe da dire- a priori) - saprebbe descrivere la serena confusione di questa settimana, da lunedì a lunedì, da luogo in luogo, da parola a parola.
Con Silvia a The Sky in a Room

E forse sta, intendo quella serena confusione, in un dosaggio istintivo tra momenti solitari e momenti familiari (la casa e gli amici), una situazione ovvia e comune ma che riaffiora (e si esalta) in presenza e grazie alle persone appunto occasionali (nel significato di cui sopra).

Mentre oggi assistevo a una conferenza introduttiva e sottilmente muscolare su quanto abbia rappresentato e rappresenti la cultura universitaria londinese, in particolare per chi fa ricerca, mi sono domandato ridendo se io sia di nuovo di fronte a un Eldorado, un profondo canyon visto dall'alto o dal basso, un pozzo senza fine di oro e materie preziose, da avvicinare con cautela e per approssimazioni... 
Quanto mi ci vorrà?

L'impressione, anzi la convinzione di essere al centro di una città della cultura (la sola UCL 66 kilometri di scaffali e non so quanti megabyte di memoria) mi lascia frastornato e confuso, ma straordinariamente febbricitante: il traffico di Euston Road e la British Library, un edificio di mattoni che ascende al cielo, un'astronave marziana in un cratere lunare.

Ho bisogno quindi di scrivere frasi esatte e piane per pensare pensieri esatti e piani, per nuotare, per respirare in questo mare di log in log out log off, di stimoli, di rivalità, di conoscenze e di libri.

Comunque e per inciso: radunare tutti i ricercatori dell'anno accademico, illustrare loro la storia dell'università, i servizi che offre (corsi specializzati extracurriculari, biblioteche e tecnologie, consulenza psicologica e culturale, palestre e caffè, organizzazione studentesca) è una prova di orgoglio e identità sconosciuta allo studente/ricercatore universitario italiano. Lo era ai miei tempi e penso lo sia anche ora. 
Puntare sulla ricerca e sui ricercatori di ogni disciplina*** e fornire loro servizi impeccabili o quasi in una città come Londra, affermare con enfasi la cultura della diversità e tutte le altre amenità... beh io non conosco eguali in Italia. 
Sono dentro un rito/luogo di passaggio, le prove generali, nel backstage, per la seconda volta, ma con una libertà di manovra che mi dà le vertigini (e pure l'ansia della scioltezza muscolare).
***
Sabato ad Harts Lane il nostro divano in mezzo alla strada creava il centro di un salotto, le forme leggere di Silvia i contorni di un arredamento sospeso, le performance di danza un senso di appartenenza che fino ad ora, noi che qui viviamo e crediamo l'arte uno strumento pubblico di condivisione, non avevamo forse mai provato prima.

Complimenti a chi ha fatto The Sky in a Room, a chi ci crede e continuerà a crederci. Le foto di Oscar qui.
*(magari con l'inversione sintattica dello splendido verso leopardiano: dolce e chiara è la notte e senza vento)
**nel mercato sottostante
*** pare che la ricerca come investimento universitario sia stata un'idea tedesca importata a Londra nei primi del novecento almeno secondo il relatore, prof. David D'Avray. 

lunedì 22 settembre 2014

Nursery: piante e bambini

Seduti su una panchina di un parco fuori Croydon (parco un po' over 60) dedicata alla memoria di cani, cagnolini e cagnette - i bambini laggiù giocano a pallone, mentre quadrupedi di ogni ordine e grado (si) (in)seguono padroncini e padroni - io e Cristiana leggiamo, dopo aver divorato il pic-nic con eccessiva compulsione.

Fa freddo, poi arriva il sole, di nuovo le nuvole... mutevole, variabile come gli umori; io leggo le cronache di guerra di Montanelli, Cristiana il Gattopardo e talvolta ride.


Poi si va in una nursery (un vivaio... ma nursery significa anche asilo nido: le piante come i bambini o viceversa), dove è appena terminata una di quelle competizioni così genuinamente british: i tre migliori pomodori, le tre bietole, le cipolle, gli iris... ciascun piatto con una coccarda rossa o blu o gialla. Compriamo di tutto e vorremmo comprare tutto e quasi ci riusciamo.

***
Quella piacevole sensazione della domenica pomeriggio: tutti un po' esausti che cerchiamo ognuno il proprio spazio e in solitudine, la casa abitata ma silenziosa.

***
Dietro la cronaca spiccia, una settimana, quella che viene, da ricordare: l'università, due ospiti importanti, la mostra ad Harts Lane e una certa voglia di cucinare che mi è ritornata.

***
La Scozia rimane nel Regno Unito: il voto di una maggioranza silenziosa che ha avuto certamente un po' paura... sono tempi, i nostri, in cui le certezze del presente, sebbene fragili, valgono più dei timori per il futuro.
Un voto dello status quo? forse nel senso che tutto l'establishment ha voluto la Scozia dentro (famiglia reale, parlamento, banche e industrie) e Cameron ne esce per il rotto della cuffia, giocando la carta della riforma costituzionale per dare indipendenza all'England (e a lui altri cinque anni di governo).

Vediamo come se la cavano, comunque chapeau per lo stile! Braveheart intanto a farsi una doccia scozzese.

venerdì 12 settembre 2014

Non metterli nei preferiti...

Bisognerebbe parlare di Scozia, se non altro perchè trovarsi nel bel mezzo di evento che direttamente non mi riguarda ma che scatena dibattiti e discussioni tra i miei simili esalta la condizione di privilegio e di finta indipendenza di giudizio.

Bisognerebbe ma... titillata la mia vanità dalla nomination di Fabrizio, complice l'insonnia,  ieri ho buttato giù al buio con un pastello blu Prussia (va molto di moda lately) sul retro di un foglio i dieci libri che hanno cambiato il mio modo di pensare ad oggi... alla data di oggi. Domani accadrà l'imprevedibile.

Non sono le mie letture preferite in senso stretto, quelle cioè che mi commuovono o, credo, mi assomigliano così tanto che vorrei esserne l'autore. Sono, ripeto, i libri che hanno cambiato il mio modo di pensare. Mi spingerei un po' oltre quel "pensare", ma poi il territorio si restringerebbe fino alle regioni o ragioni più intime e recondite di me, che come tali sono noiosissime (prolisso son prolisso nevvero?).

Senza cedere al troppo effimero facebook, in questo simile alla cara vecchia catena di sant'Antonio, e al solito copiando l'opinione di Eugenio Mastroviti anche nel rimando al link stop-lying-about-your-favourite books on fb  (parlo a voi, lying liars!), fatti salvi gli errori e le dimenticanze, con l'ordine misterioso della grafite blu e a occhi chiusi:

-l'idea del narratore assassino, dello scrittore che mente o tace al lettore, scosse la mia mente di tredicenne, che da allora non si fida quasi più dell'autore, del narratore e oggi pure del lettore: L'Assassino di Roger Akroyd, Agatha Christie.

-raccontare lo stesso episodio in mille modi, con trucchi lessicali, figure retoriche, dialetti e voli sintattici... che cosa dunque è realmente accaduto? quello che è accaduto o il modo di raccontarlo? Esercizi di Stile, Raymond Queneau, con la traduzione di Umberto Eco.

-nel pieno del Liceo Classico, nel pieno dell'educazione Salesiana, dove Dio si celebrava tutti i santi giorni senza parlarne mai, cioè senza l'ombra di un dubbio, senza la minima eresia, lessi prima Il nome della Rosa poi L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere e cominciò l'erosione lenta e inesorabile di Dio e di tutte le sovra-strutture di potere che l'idea di Dio porta con sè; l'uno con la farsa e il kitsch, l'altro con il nominalismo. Rileggerei Eco, ma Kundera forse non più.

-la lettura poi il film di Fellini (fantasmagorico, ma anche esatto); il testo frammentario con il latino di un anonimo che concepì un proto-romanzo vivissimo e ai nostri occhi decadente; l'idea che niente veramente muore finché lo teniamo in vita con il racconto e la fantasia - qualcosa che emerge dal fondale e vedendoci si ritrae nell'abisso - e che una piuma può sostenere un mondo intero, poi non credevo che la modernità potesse stare dentro un tale zibaldone: Satyricon, Caio Petronio Arbitro (forse ma molto forse).

-negli anni universitari gli esami di greco e latino erano soprattutto sfoggio di nozioni, di esattezza, in letteratura e storia si riportava il pensiero del docente, anche la mitologia era intoccabile, l'Edipo di Euripide e di Freud in particolare. Ci voleva uno svizzero tedesco, disilluso giallista, per riportare a terra i miei miti classici e non solo: La morte della Pizia, Friedrich Durrenmatt.

domenica 7 settembre 2014

Blu di Prussia (autobiografia del)

Non prendevo la metropolitana da più di un mese, la stazione è in costruzione: scheletri di strutture d'acciaio, sospese per aria ne cambieranno la faccia, il cosiddetto look.

Da cinque anni - un mantra questo dei cinque anni, ma difficile misurare le cose a colpi di tre sette o undici anni, meglio i lustri no? - questa parte di Londra è quasi cambiata, anche se rimane ai margini, ancora tagliata da un'arteria di traffico che decentrifica, ancora troppo divisa (percettibilmente ma non conflittualmente divisa) tra neri della pianura e bianchi della collina.

Cambiata... io con Lei, in un rito di passaggio al termine del quale ho riaperto la porta degli studi in Storia Antica, porta così vicina a me che a lungo ho ignorato, buttandomi in imprese assurde e nostalgiche:
come quella di aprire un'attività commerciale - cosa quest'ultima non sbagliata in sé ma fatta con la persona sbagliata -;
come quella di fare analisi e tentare lo studio della psicanalasi;
come quella di fare il cuoco per bambini... 

Beh fare il cuoco non è stato per niente male, dirlo sarebbe ingratitudine: cominciata per caso, l'avventura è finita altrettanto per caso: avevo esaurito le pile, aspiravo con i vapori una certa alienazione, la scontentezza di un modo che non mi dipendeva ma da cui dipendevo. Ormai non cucinavo più, leggevo soltanto, in semi-perenne pausa mentale. 

Il corpo - mai mentitore, piuttosto ricettacolo fedele di aspirazioni e delusioni - mi ha detto basta: era ora di imboccare un'altra strada, con fatica, impiegando del tempo dentro e fuori il lavoro, ho dato retta ai miei istinti desossiribonucleici e alle mie articolazioni. 
Così riprendo a fare ricerca; e questo momento, questo ennesimo settembre, devo qui testimoniare... a me soprattutto e ai venticinque lettori.

La reticenza su ciò che facevo e ciò che ero nasceva da un'insoddisfazione dura da ammettere, dura da scrivere e poiché la scrittura chiede verità, anche nel raccontare bugie, finivo con il non scrivere, celandomi in una specie di silenzio rancoroso, senza motti di spirito, ma con il fragile alibi di una certa cattiva salute. 
Sono sano invece... prendo qualche pastiglia, solo per il gusto di prenderla: per negarmi responsabilità, cercare un pretesto, dare la colpa a qualche milligrammo di carbimazole per poi continuare a respirare.

Non voglio farla tanto lunga, sono fortunato perché posso cominciare ancora. 
So bene che non ho niente da ri-cominciare, piuttosto un nuovo inizio e un'età diversa, matura all'anagrafe, adulta nei tessuti ossei e nelle membrane, giovane negli slanci dei muscoli più elastici e nel cervelletto.

Sono circondato da persone che mi amano e chiedono francamente poco in cambio: all'altruismo e la prodigalità degli altri raramente la mia accidia risponde con un sorriso sciolto. 
Potrei cambiare, ma un giorno firmerò l'armistizio con il mio mondo interiore, egotico, sovrannumerario. Un giorno.

Adesso godiamoci tutto: la domenica, la telefonata di mio padre, la telefonata a Cristiana, la macchina che non parte, Matilde che suona, il pranzo a Greenwich, il prossimo libro da scegliere, Jacopo che rimbomba il pallone in giardino, la colazione con i corn flakes... tutto questo minuzioso vivere, fatto di ingrandimenti e immense lontananze, di pensieri mai scritti, di improvvisa felicità, di bugie e di sorrisi, del nero dei vestiti, del cielo opaco di Londra...

(A che distanza dobbiamo guardare le persone, tutte le persone, per dire di conoscerle veramente? Due, cinque, dieci metri?)

mercoledì 3 settembre 2014

Just a fox

After sunset a fox strolls on top of the brick wall, the nose down to smell, her fawn tail ligthly touches the bright crescent moon in a motionless, cobalt sky.

the poetry ends here, unless I persist in finding it even in the shower head, that suddenly and noisy drips in the middle of the night.

In this incredible beginning of September, I start with the Bellum Alexandrinum and a biography of an italian movie director (anonimity is the clue) and I giggle, turning my back to the past five years, which I began to feel too heavy and in some ways even disastrous (i.e. non performing): now, I feel like that fox.

Should I learn to walk sniffing, without giving too much importance to the next obstacle? we may still be able to skip it.

Yesterday: we get in the car, all four of us; the car does not start off and we get out of the car: a silent cinema script.

martedì 26 agosto 2014

Play it again, Fra (ovvero: i bambini quando dicono per sempre non pensano all'eternità)

Sono, siamo rientrati dal nostro tour europeo e arrivati in traghetto dal paesaggio surreale di Dunkirk (un arcobaleno sul parcheggio lucidato da un acquazzone improvviso) viene a noi incontro con il volo in slow motion dei gabbiani un tramonto blu e viola tra nuvole e sole.

Avevamo lasciato Londra e l'Inghilterra un mese fa, caricando la nostra improbabile Fiat sul treno sotto la Manica... difficile dire in un unico racconto che cosa questo viaggio sia stato per ciascuno di noi: i bambini nuovi di quasi tutto e tutti e noi che quegli stessi luoghi e persone abbiamo visto venti anni prima per l'ultima volta.

Vada per una manciata di momenti come mi vengono; mentre di questa estate, che della stagione ha mostrato e conservato solo il nome, rimane il mio ennesimo, o meglio quinquennale, cambio di direzione, non necessariamente quello definitivo, però...:

***
Una ragazza di quattordici anni esce dal garage di una casa in piena campagna alla periferia di Han sur Less in Vallonia e per un momento, un secondo, sembra Evelyn, parla solo francese e dice a Cristiana che la mamma è in casa. Poi rivediamo Evelyn.
Il tempo non è passato, poi sì che è passato, ma, non sappiamo mai come e perchè: le persone hanno gli stessi tratti, compiono gli stessi movimenti senza angolature e spigoli come se il corpo avesse non più anni, ma più esperienza.
La pentola blu smaltata di moules sul tavolo davanti alla piscina, al prato, alle colline prima della pioggia.

mercoledì 23 luglio 2014

From Cyprus with love

According to my google account, I've recently been to Cyprus, precisely in Limassol, where I lost everything including my passport and after heading to the Italian embassy, I've promptly decided to email all my contacts begging for the precise sum of 1200 euros.

I received straight away a lot of messages: some worried about my Cyprian cast away, some warning me of phishing, hacking and other amenities, some making jokes... Mrs B. instinctively texted to Cristiana her fist thought: That bastard, what is he doing in Cyprus?, before realising it was a spam email.

OK then: I changed my password as Mr Google suggested, making a couple of steps more to secure my account and my safety. Now I am wondering after this false alarm if, in case of need, I would be helped, assisted and financed for a second time, as my friends consideration seems to suggest.
Getting twice the same regard would be too much love and as you know you can only ask once (at least according to Aesopian fairy tale moralism).
We also do not live in a second chance society (this is a bit more City ethos).  But all that scrupulous attention made my day.

Eventually I discovered that the phishing (a camouflage so to speak) came from a **** account of mine (which I never created).
***
I finally visited Brinkworth. 
K. gave me access to the studio in a hot and sunny Saturday afternoon, letting me wear an Elton John jacket bought in an auction, a slightly un-noticeable peace by Gianni Versace. More a candelabra than a candle in the wind.

I went out envying that feedom of working alone in a huge studio, uncrowded, silent and vaguely conspiratorial.
***
Discovered how much I like Eric Ambler novels, old fashioned but not at all twee as Dame Christie's, undoubtedly Hitchcock ante (post) litteram, and despite the pre-war settings still with a contemporary freshness, which does not lies in the plot itself but more in some clever statements, as The Mask of Dimitrios opening lines:

A Frenchman named Chamfort, who should have known better, once said that chance was a nickname for Providence.
It is one of those convenient, question-begging aphorisms coined to discredit the unpleasant truth that chance plays an important, if not predominant, part in human affairs. Yet it was not entirely inexcusable. Inevitably, chance does occasionally operate with a sort of fumbling coherence readily mistakable for the workings of a self-conscious Providence.


Great! A bit Wodehouse, truly British understament.

***
This post is a cover up... my mind is somewhere else, feeling powerless, surrounded by too many comments, opinions and statements, and the silence is the only weapon my timidity could arm.

But with no doubt I stand for Palestine.

Fra

giovedì 10 luglio 2014

Cut out, cut off

Quando, nei miei tentativi di promuovere gli artisti contemporanei oppure in occasione di una mostra, qualcuno mi dice: Ma questo lo saprei fare anche io, rispondo: Perché non l'hai fatto tu?; o alla più prosaica: Anche un bambino lo farebbe così!; rispondo: Non siamo in un asilo, l'opera d'arte ha messaggio, significato, racconta una storia, poi può piacere, non piacere, essere interessante o meno, essere fortunata e bla bla bla.
(L'interlocutore di fronte a tanta sicumera tace senza però cambiare parere).

I bambini, come dice Montale, sanno che quel nocciolo duro non ha semenza, ma istintivamente e con allegria, e nei loro disegni o nelle loro performance significante e significato coincidono in modo del tutto naturale.

Ma oggi alla mostra di Matisse della Tate ho per la prima volta pensato: beh questo lo posso fare anche io: il Matisse dei Cut out, dei Ritagli, quello che con la forbice modella la carta e compone alghe figure femminili frutta santi e madonne dentro cornici, pareti, chiese, case.
Ottantenne (come il novanta per cento dei visitatori) immobilizzato nei movimenti, la forbice e i ritagli hanno fatto lui compagnia, ma proprio solo compagnia: il Matisse geniale aveva già dato.

In realtà la scelta di esporre un artista non contemporaneo (1869 - 1954), ma moderno da parte della Tate mi ha indisposto a priori. Facile, assai self assuring, attrarre ottuagenari e far contemplare loro capolavori consolidati nell'immagnario collettivo.
La Tate deve fare cassa e vuole andare sul sicuro, sta insomma diventando conservatrice.  Si chiama modern infatti, ma in dieci anni ha fatto molto contemporary art (dove è finita?).

Alla prossima dunque: Kazimir Malevich, un'altra carampana (1879-1935) del reparto geriatria dell'arte: dunque  non plaudite modo pecuniam jacite!
***
Io di calcio... si sa, però voglio dire la mia: definire come oggi La Stampa, orrenda e noiosa Argentina - Olanda e provare nostalgia per "le castronerie difensive del Brasile e la lucida pressione dei tedeschi", proprio non mi piace.

Perché quello di martedì non è stato uno spettacolo, ma una farsa e di fronte al tracollo e l'inettitudine i teutonici avrebbero potuto dire basta: anziché dare una lezione di calcio (senza darla), meglio sarebbe stata una lezione di stile, senza infierire sul paziente malatissimo.

E quella di ieri?: una vera partita di calcio, combattuta e rincorsa, tecnica e tattica, solo a tratti umanamente disordinata e poi decisa sulla ruota del destino.

O siamo abituati ai massacri? e temiamo l'horror vacui della noia? che cosa mai saranno venti minuti di noia, di fronte alla possibilità di vittoria? O preferiamo, pur di vincere, umiliare e trionfanti invadere la Polonia ascoltando a tutto volume Wagner?
(i rigori poi assomigliano alle ultime pagine di un thriller, quelle che ti svelano il colpevole e spiegano tutto o quasi)
***
Ho mangiato con Cristiana qui, al The Begging Bowl in un pomeriggio tiepido e assolato, sulla Bellenden Road, nel miscuglio variegato di Peckham, che mi piace sempre di più.
Piatti da dividere in due di cibo Thai, fatti bene e un bicchiere di prosecco, nella veranda verso la strada (compresa l'indulgenza verso il cameriere, raffreddato e nasale).
In realtà si doveva andare all'Artusi lungo la stessa strada, ma era deserto, forse più serale che meridiano.

lunedì 7 luglio 2014

Pimms, Tour, Crash, Boom

Un bambino con gli occhiali da sole mi fa segni dietro una porta finestra. Un altro gattona seguendo una palla, afferrando un mezzo cracker dal pavimento. Cani al guinzaglio mansueti, gente della moda, che si senti di moda, con spigliatezza. Una valchiria con una gonna in pelle vaginale con tacchi esagerati, un'altra a gambe nude, massiccia e  su con l'età, uomini sottotono in jeans e birre, in pieno understatement. Il regalo più chic: una pianta di rose senza fiori, il vaso avvolto in un sacchetto di plastica, da porgere alla festeggiata raccontandoLe una storia.
La luce e l'aria fresca della sera entra attraverso i tigli di Queen's Gardens, dal balcone (elegante coprirsi le spalle con una pashmina) dentro quest'ambiente bianco, dal soffitto alto, elegante, disordinato.
Al solito nessuno tocca il buffet, tutti bevono, according to the party code. Per fortuna ciotole di patatine un po' dovunque.
Non dovrei bere, almeno per un po'. Ma a mo' di trofeo, un enorme bacile di Pimms, leggerino, dolce e poi una caraffa di Bloody Mary, salato, piccante.
Adoro il Pimms, un po' gaio, con la frutta e le verdure e il Bloody Mary da pasteggiare idealmente con le linguine allo scoglio. Ma questo nel mio pasto ideale.
Ho, giuro, messo in bocca qualche tartina solo dopo che i vassoi erano mezzi vuoti e ho bevuto in scioltezza.
E mi è pure passato il mal di testa.
***
All'ultimo piano del multistore building di Peckham Rye, un enorme e semivuoto parcheggio, d'estate e solo d'estate apre Frank's Cafe: due tendoni rossi, sedie e tavoli fatti con travi di legno grezze, una vista (da sud a nord) su Londra spettacolare, ma per la distanza come certe foto aeree, orizzontali, azzurre di vapori e smog, nitide (un panorama di concept opposto dalle terrazze della Tate, dove invece il cielo si intra-vede). Insomma basta poco: prendere una costruzione, possibilmente uno scatolone deserto e dimenticato/alienato dal contesto urbano, utilizzare il tetto come luogo di eventi con bar: l'edificio rivive, ciò che era marginale diventa centrale, e un cambio di prospettiva, la quinta diventa palco, con pochi pochissimi ritocchi. (Dietro a questa idea Hannah Barry)
A completare lo spettacolo l'installazione di un giardino ispirato a quello di Prospect Cottage a Dungeness, concepito dal grande Derek Jarman... (noi più umilmente alle prese con il nostro di giardino, quello sul retro, nessuna idea tranne due figli che giocano a pallone).

Mentre Matilde guardava The Fault in our Stars nel multisala qui sotto, io sorseggiavo l'ennesimo Pimms.
A roof with a view.
***
Le loro Altezze Reali, i due eredi al trono più quel simpatico erotomane di Hanry, inaugurano il Tour e presenziano a Wimbledon con il jet set britannico e non... la lingua francese e 128 anni di racchettate sull'erba fanno storia e tanto status symbol.
Peccato che il tennis soffra un calo di iscrizioni, uno sport che non interessa, ma bello da guardare... roba da ricchi.

Nei parterre (l'uso di questi francesismi si deve al clima da Tour de Angleterre che stiamo vivendo) della Formula Uno la famiglia reale non si fa vedere (a parte Hanry, appunto): meno tradizione, il vago ricordo del Duke of Windsor, famoso pilota, e all that noise!
***
E a proposito di velocità questo articolo di Zadie Smith su Crash di JG Ballard mi ha fatto venire voglia di rileggere il libro e di rivedere il film di Cronenberg.
Al solito ho cominciato dal fondo: dall'autobiografia di Ballard per scoprire un autore che viviseziona l'umanità, considera la realtà uno stage set, che può essere dismantled overnight e i suoi romanzi che si accaniscono sul modo, sull'uso e mai sul significato. E specialmente Crash.

mercoledì 2 luglio 2014

Non Pos-sumus

Nella perfida Albione, dal dentista ai due pound di caffè, dall'edicola al libero professionista, dalla bancarella più truce, all'ufficio pubblico si paga con la debit card, alias il bancomat.
Nella perfida Albione, paese della Finanza più speculativa e (stra)fottente, delle Banche senza scrupoli, quando si usa la debit card, alias bancomat, e quando si preleva contante dagli sportelli automatici non si paga nessuna commissione. 
Capita talvolta in alcuni esercizi commerciali (specie nei pub) di dover affrontare una spesa minima di cinque o dieci pound per poter utilizzare la debit card: per chi beve meno un inconveniente.
Capita anche qui che si paghi l'idraulico in nero. Nessuno è perfetto.

Tra poco non si potrà usare più il contante per pagare il bus o la metro ma solo la Oyster e la contactless card, cioè la debit card con l'effetto touch in. Basta un tocco. 
Bello o brutto che sia, si farà così.

Tutta questa caciara italiota invece sul bancomat ha il sapore di un certo provincialismo e di una certa paura delle novità, che volenti o nolenti ci vengono incontro. 
D'altronde se usiamo i più sopraffini cellulari spendendo cifre da capogiro senza capirci spesso un c****, non si capisce tutta questa fobia da Pos
Circa le spese o i favori alle banche basterebbe che il governo, le associazioni di categoria e la lega per la protezione del pensionato (= il sindacato) si muovano per evitare al contribuente anche il minimo aggravio.

Sembra che tutto abbia l'odore degli interessi di parte, in attesa di trovare la gabola fottente. 
Il nuovo intanto ci travolgerà, tanto vale adeguarsi.  Poi tranquilli, pagheremo sempre in nero l'idraulico che ci fa il favore. 
Nessuno è perfetto. 
***
Tempo di Wimbledon: passati i furori calcistici, non rimane che Andy Murray, uno scozzese... gli inglesi non impazziscono, ma meglio riprendersi un trofeo casalingo che sognare l'impossibile.
***
Ancora non mi capacito che i miei figli in pieno luglio vadano ancora a scuola. 
Così tanto profondo il ricordo del sollievo che si provava ai primi di giugno quando si smetteva di frequentare, che ancora adesso torna a galla l'idea di quella lunga vacanza... e mi pare di infliggere loro una specie di lieve tortura.

Probabile che noi si passi la seconda metà della vita se non a scacciare almeno a riflettere sulle conseguenze - Fellini diceva: i guasti - che l'educazione ha avuto sulla prima metà.

Non che aiuti molto, ho scoperto, ripescare i ricordi, mai proprio di zucchero, nemmeno di fiele, si rimane intrappolati, non si vive e e non si passa mai oltre. Insomma non si riesce mai a prendere i ricordi e poi riporli intatti sugli scaffali, come i libri, macchiano le mani, ungono le vesti.
Si può dire anche delle persone, i genitori in particolare, che inevitabilmente influenzano la nostra vita, anche se assenti, anche se docili o spenti.
***
Ma dove sono i contenitori della spazzatura a Chelsea? i ricchi non producono scorie, rifiuti, resti? In minima parte, in sacchetti fatti sparire da servitù straniera.
E però non si può negare che vivano una vita in lento decadimento.

sabato 28 giugno 2014

Qualcosa di Tudor

Mentre di là la partita di calcio tuona dalla tivvù, con la voce anaffettiva di un cronista britannico, mi accorgo che ho da settimane tradito il nulla die sine linea.


Avrei delle confessioni da fare, sulla mia salute e sul privato, su giugno as the cruellest month, mixing memories and desire (più il romanzo di Raymond che i versi di Eliot).
Ma violerei quel senso del privato a cui finiamo con l'affezionarci, in segreto sperando che siano gli altri a capire assai più che noi a svelare.
 ***
Eltham Palace:
Un castello tudoriano, nel senso che il piccolo Henry ci andava a caccia; nel pieno degli anni trenta poi del secolo breve una coppia inglese dell'alta società lo compra e lo ristruttura con capolavori italiani e arredamento svedese, telefoni interni, e un lemure che mordicchia. 
Sì un lemure: per l'abitudine tutta aristocratica di regalarsi animali esotici e poi di seppellirli in giardino.
Spettacolare l'ingresso anni trenta, dotato di una stanza per la pulizia dei fiori raccolti nel giardino.
 ***
Ho letto in treno verso Reggio Emilia un libro di Francesco Piccolo, Il Desiderio di Essere Come Tutti, che finirà con il vincere lo Strega, e a parte quello che dice sui nostri anni (quelli anagrafici, dieci più di me) parla tanto del chessaramai, come una parola e un modo sereno di prendere la vita con leggerezza, senza idee di purezza e intoccabilità. 
Da leggere, ma per chi votò, ha votato, voterà piddì e avrebbe a suo tempo strozzato Bertinotti (chi?) e la sua purezza ideologica (che poi è quella che a sinistra ci si vanta sempre di avere, confondendola con la puzza sotto il naso).
***
Chessaramai dunque: imparerei molto di più e sarei più rilassato, se me ne fottessi... ma mi riesce con cose che riguardano gli altri: a Matilde, per esempio, ho appena detto chessaramai alle sue lacrime uruguayane.

Diacronie: quando avevo l'età di Matilde l'Italia vinse il Mondiale, 1982, e quando la nonna Maria aveva l'età di Matilde prendeva da sola a Trieste il bastimento che la portava in Uruguay, a Montevideo dagli zii, 1939.

martedì 3 giugno 2014

You keep...

Nigel Farage è un politico in doppio petto e birra rigorosamente made in England, dal ghigno anche simpatico, non uno che buca lo schermo.
Ma anche a queste latitudini, stare all'opposizione di tutto e tutti attira simpatia e voti.

Al recapito del suo partito, l'Ukip, ho candidamente rispedito il volantino elettorale recapitatomi; giacché sono uno di quegli stranieri europei che ruba il lavoro ai giovani britannici dalla pelle Chiara, Nigel non avrai il mio voto.

Mi fa ridere, e molto, vedere Grillo e Farage insieme; i due si assomigliano: quel largo sorriso, gradasso, da guasconi, le paccate sulle spalle... una complicità, la loro, un po' a priori, immediata, istintiva almeno stando alle cronache. Si sono piaciuti subito insomma.

L'Ukip pare abbia vinto le elezioni europee nel Regno Unito; le elezioni locali (noi diremmo comunali, qui le provinciali e le regionali non esistono) che si sono tenute nello stesso giorno, sono state invece vinte dal Labour, lo Ukip ha avuto un incremento consistente di consiglieri, ma in nessun caso o quasi ha ottenuto la maggioranza per governare i council.

L'affluenza è stata del 35% e l'Ukip ha ottenuto il 27% dei voti: quattro milioni circa, primo partito dunque, meglio del Labour, meglio dei Tories, spariti i Lib Dem, un paio di Verdi, calmi gli altri mari.

Gli inglesi non amano particolarmente la tornata elettorale europea; quello di Bruxelles è un parlamento lontano, un po' astratto; il parlamentare del collegio elettorale è per loro assai più vicino, e le elezioni politiche sono assai più intriganti e partecipate.

Forse non amano nemmeno l'Europa, ma per una specie di amor patrio, un misto di nazionalismo e convenienza, che a me è sempre parso assai innocuo, perché sotto sotto o sopra sopra, nel caso di Londra, non c'è in Europa paese e città che più di ogni altro ha accolto migliaia di cittadini delle ex colonie e migliaia di europei.

Quindi come fanno di solito (la volta precedente sono stati eletti due deputati del BNP, partito di estrema destra) o non votano o si lasciano andare e si incazzano un po'. Sono anche un po' gelosi di noi europei che abbiamo tanti partiti e partitini che nascono e muoiono come i funghi mentre qui ci sono solo i rossi i blu e i gialli.

L'Ukip, ah il colore viola, vince fuori Londra, nel countryside, nelle aree dove i conservatori ottengono di solito maggioranze consistenti.

A Londra, città di tredici milioni di abitanti, dove i non-britannici sono dallo scorso anno più dei britannici, l'Ukip, da quando esiste e anche in questa tornata, non sfonda e rimane marginale.

Il che non significa che di un partito omofobo, nazionalista, tatcheriano di stomaco più che di testa non ci si debba preoccupare. Peraltro l'onda viola mi pare anche il frutto di una politica sull'Europa verso la quale tanto i Tories quanto i labouristi si mostrano ondivaghi, indecisi tra il populismo di bottega e le opportunità economico sociali che l'adesione alla Comunità indubbiamente offre.

Per quanto riguarda Mr Grillo che (in attesa di quello che decide la rete) siede con Farage (certamente non un mostro, ma appunto un simpatico inglese) mangiando pommes frites beh che dire? il patto delle pomme frites.

Che sia alleanza di contenuti, da farsi o fatta, anche per avere voce al Parlamento Europeo o non si conosce lo Ukip o se ne condividono le idee o si fa di necessità virtù.
L'essere anti establishment è certo un punto in comune ma non è un punto del programma, piuttosto un modo di comportarsi.

Concludo con due pensierini coloriti di Eugenio Mastroviti che copio dalla sua bacheca di facebook e che riassumono assai meglio di quanto faccia io lo status quaestionis:

Dunque, capiamoci

Grillo, un signore che si e' battuto contro lo ius soli e che strilla il suo sdegno per gli albanegri che calpestano il sacro suolo della Patria, va a Bruxelles a parlare a quella specie di Oswald Mosley in doppiopetto che risponde al nome di Nigel Farage
Salvini, che gia' di suo, insomma, e' Salvini, lo accompagna per parlare alla leader di quelli che inneggiano ai rastrellatori di ebrei di Vichy.

E avete un Presidente del Consiglio che manda una ministra della Repubblica ad accompagnare un aereo carico di bambini neri adottati da famiglie italiane, famiglie a cui finalmente e' stato permesso il ricongiungimento, alla faccia del meticciato e della purezza della razza italica

E voi che fate? La menate contro il Presidente del Consiglio? Vi scandalizzate perche' e' una manovra pubblicitaria? MA SIETE SCEMI?

Certo che e' una manovra pubblicitaria, C***! Fa pubblicita' al fatto che l'Italia sta faticosamente diventando una nazione civile mentre le m**** razziste devono andare a pietire solidarieta' all'estero!

Si chiamano gesti simbolici, e se non ne capite il senso e la portata, persino un democristiano come Renzi e' troppo per voi.

Sinceramente, con tutta l'antipatia personale per il soggetto, dovreste mettervi in fila e prendere il numero per leccargli gli alluci, NESSUNO in Europa ha avuto il coraggio di dare un simile schiaffo alle destre xenofobe a tre giorni dalle elezioni. E voi cotonate pipponi, l'Espresso addirittura la chiama una mossa da cinegiornali Luce. #mannatevelapijanderculo
***
Ma ci vorrebbe tanto, dico io, prima di dire "X e' libertarian", ad andarsi a leggere cosa dice X, o cosa sia un libertarian?

Da un paio di giorni Facebook e' piena di gente che da' del libertarian a Nigel Farage, che e' come dare del comunista a Ignazio La Russa perche' una volta a scuola ha fatto a meta' il panino con un compagno di classe.

lunedì 26 maggio 2014

Ceci n'est pas une tomate

Al cuore di bue non si comanda...
Milano, via Pietro Moscati angolo via Canonica, Aromando, un ristorante, dove una volta c'era una famosa pasticceria.

Sulla parete un quadro anni venti, uno dei pochi cimeli rimasti del vecchio arredo, ritrae donne dai vestiti estivi che sfornano panettoni.

Colpito dal dettaglio, un cameriere mi dice che una volta a Milano si mangiava il panettone tutto l'anno.

Aromando conserva nella cucina, nell'arredo e nell'atmosfera tutta la nostalgia che ha il Kitsch (l'Italia del boom?) quando passa di moda e diventa di una qualche eleganza.

Da Aromando ho conosciuto Armando.

domenica 4 maggio 2014

It's got a groove

Nel giardino di una casa a schiera a Swallow Close, dietro la sede dei vigili del fuoco di New Cross Gate un albero di ciliege, pieno di frutti ancora acerbi.
Casa di ciprioti dai nomi greci; parlo a lungo con la proprietaria, di quelle che danno il benvenuto con un caffè, una famiglia dalla carnagione scura, i capelli neri, gli occhi marroni, trasparenti come un'opale, cupi come un'ossidana.

Lei mi racconta del ciliegio, della sua ormai trentennale storia e in un'imbarazzante déjà vu, al solito mi vengono in mente alberi e persone della mia infanzia, un pensiero che non sopporto quasi più, ma nel quale mi butto di testa senza accorgermi.
Ascolto e parlo ma poi figurati se so qualcosa di giardinaggio (l'ospite mi parla di innesti); so che mi sogno una casa in campagna con alberi da frutto e fiori per tutte le stagioni, preferibilmente in Italia, a Brisighella*, o comunque in Romagna.
un graffito lascito a metà a Wheler Street: due poliziotti hanno, civilmente, fermato i graffitari, non so perché.
 Esiste un luogo, da qualche parte sugli Appennini, che ha bisogno di essere recuperato da me solo (il luogo in realtà recupera me!), e non sono più sicuro che il mio posto sia Veruno.
Troppe ruspe, troppe potature, le idiozie degli anni ottanta e novanta, l'incuria, l'ignoranza, lo sguardo miope mi tengono lontano da quella casa, che non è più quella casa.
Sto volando e l'ospite se ne accorge, infilo la porta, mio figlio scende due rampe di scale in un baleno, con il suo sorriso senza incisivi, i riccioli scuri e quella allegra strafottenza, che non mi riesce di rimproverargli abbastanza.
Thanks for having me.
E intanto gli alberi crescono, in silenzio.
***
S. sedici anni, origini nigeriane, mi dice che ha scelto Latino perché è una lingua sofisticata, che le permette di emergere, di distinguersi, di sentirsi lei stessa sofisticata. Vive in una council house a Peckham, dove deve difendersi e difendere la propria scelta di studiare una lingua morta che invece a Lei porta vita, vita e riscatto, regalandole una chance.
***
Succede spesso che amici e amiche, anche i loro figli, che abitano nel circondario, passino davanti a casa, suonino il campanello e chiedano di usare il bagno, per una veloce pisciatina o un più lungo soggiorno, specie i figli.
Un'abitudine londinese, che semplicemente registro.
***
Sabato sera sul prato del Telegraph Hill Upper Park, temperatura mite tendente al fresco per gli inglesi, fredda con sfumature reumatiche per gli italiani, la proiezione di Grease.
Free event, no booking needed, just come along.
Una folla di locali con bivacco, pigiami e hampster, lo schermo è bike powered: si pedala e si produce l'elettricità che alimenta la proiezione.
Noi arriviamo con una coperta, Edmund ci offre un bicchiere di bianco. Ci sediamo sul plaid, dietro lo sfrigolio delle bici, davanti lo schermo e dietro il panorama di un pezzo anonimo di Londra, un unghia di luna, la stella di Venere e le luci intermittenti degli aerei.
L'odore umido dell'erba, il cambio di postura, Jacopo che si addormenta, il freddo che sale dalle dita delle mani, dei piedi.
Non vedo Grease dagli anni Ottanta, ma ricordo le musiche, e qui cantano tutti, dondolando le schiene... it's the word, it's got a groove, it's got a meaning.

*non so se i miei cugini mi vogliono così vicino... ma se dovessi decidere ora e disponessi di contante al punto da poter scegliere, non avrei dubbi, ricomincerei da lì, senza rinnegare nemmeno un minuto del mio passato.

domenica 27 aprile 2014

La mossa del cavallo

Domenica pomeriggio: mentre leggo Modern Nature, Cristiana dorme, Jacopo fa rimbalzare la pallina da ping pong sulla racchetta e sopra Matilde ripete allo spasmo le prime note di Per Elisa sul piano elettrico: i rimbalzi inseguono le note, le une anticipano gli altri, talvolta coincidono.

Sapere, essere consapevole che le cose accadono mentre accadono - la forma in -ing degli attimi - oppure accorgersi che il tempo non scorre, ma si dilata attraverso l'esercizio umano della distrazione: questi due estremi, il presente e l'atemporalità, forse si contendono il manifestarsi raro e fragile della felicità.

La gatta gioca con il topo azzurro, fatto all'uncinetto, una minaccia di pioggia incombe, ma finisce in uno sporadico spruzzo contro i vetri: the gardener digs in another time, without past and future, beginning or end. A time that does not cleave the day with rush hours, lunch breaks, the last bus home.

Lunch esagerato a base di Dumpling a Chinatown (ottimi e cucinati a vista, ma occhio al conto: tendono ad approfittarne), la mattina passata io al maneggio (a leggere in macchina con Jacopo), Cristiana a montare una mostra dalle parti di Soho, l'incontro occasionale con M. a Piccadilly e camminando verso Green Park, all'altezza della Piccadilly Arcade, un negozio inutile ma splendido della senape Maille, to add a certain je ne sais quoi to every dish.
Nessun cibo inglese credo possa aggiungere a certain you don't know what ad alcunchè, non me ne voglia Albione.
***
Nick racconta a Cristiana che a Londra quando la statua di un cavallo ha due zampe alzate, il cavallo è morto in guerra combattendo, se ha una zampa sola per aria, è morto per le ferite,  se le ha tutte e quattro saldate al piedistallo, è morto di morte naturale.
Dei cavalieri importa poco o nulla, ma sempre di guerre si tratta, vedasi il celebrato Morpurgo di War Horses.
Mi chiedo se anche in Italia... a Milano per esempio il cavallo di Vittorio Emanuele II che frena al cospetto del Duomo sia morto di vecchiaia. Meglio: se nessuno dei nostri cavalli ha le zampe alzate, vuol dir che nessuno mai combattè in guerra?
E i cavalieri? (e le armi? e gli amori?) 

giovedì 17 aprile 2014

Sakura-mente 2

Dal meccanico a piedi, tenendo un buon passo saranno quindici minuti, guardavo i miei stivali e mi pareva fossero staccati da me, come fossi sdraiato su un carrello ponte a cinquanta centimetri da terra e i piedi corressero autonomi, per conto loro, come Mano della famiglia Addams.
- guardare a terra vs guardare in alto -
Una sera di sole, più fredda che fresca; le giornate si fanno lunghe e sulla via di casa i petali dei Sakura sono metà a terra e metà sugli alberi, che si stanno inverdendo di foglie.

La Natura, ho pensato, esiste indipendentemente da noi, dal pensiero, dall'impressione che abbiamo di Lei; ciascuno con la propria impressione, magari simile, ma diversa e quindi non del tutto vera, forse falsa. Come sarebbe la Natura senza di noi (=in nostra assenza)?
Due studenti giapponesi intanto fanno una foto, lei scuote un ramo, lui scatta, io mi ritiro in casa.
Mi viene da scrivere con un pennello nero l'ideogramma fine in giapponese: quelle virgole in fondo a destra nei cartoni animati: Goldrake ha vinto, Actarus bacia Venusia, sotto il Sakura e pure sotto lo sguardo del Dr. Procton.
Io sono il Dr. Procton. I piedi negli stivali sono i miei.
Che scemo.
***
Ho visto Amour di Haneke, dopo la ventesima e ultima puntata di Rome, non potevo finire con il trionfo di Ottaviano, dovevo farmi male. E molto. (comunque da vedere da soli, senza accompagnamento... umano e di patatine).
L'inquadratura prolungata della platea durante il concerto; lo scatto di Trintignant con il cuscino, si potrebbe dire: il racconto del cuscino.
***
La Zafira (torna e il bel tempo rimena) non è ancora a posto, avevo capito di sì, Jeff mi ha detto che in macchina in Italia non ci possiamo andare, nel Suffolk sì (non so precisamente dove nel Suffolk, Cristiana al solito ha fatto tutto). 
Jeff è un omone grande e grosso, mi potrebbe con una sberla stendermi; siccome l'argomento motori mi fa cascare le palle, faccio domande cretine e lui mi risponde come può, ridendosela di gusto. 
(come si traduce pirla in inglese?)
***
Raimund Gregorius, il protagonista del romanzo di Mercier, Night Train to Lisbon "... loved the Latin senteces because they bore the calm of everything past. Because they didn't make you say something. Because they were speech beyond talk. And because they were beautiful in their immutability."
Il Latino non è un lingua morta, ma una lingua che non parla. 
Come quella dei gatti.
つづく

sabato 12 aprile 2014

Consolato erotico stomp

Telegraph Hill Festival: quest'anno riusciamo a fare un giro agli open studio, e ci imbattiamo in un casetta a tre piani dal look anni settanta in una terrace di case vittoriane, sulla buca delle lettere la scritta: No pizza's leaflets. Vegani? Brutta esperienza con una delivery di pizza? Indian food si', ma pizza no?.
E la sorpresa anticipata da quella scritta, di ascoltare un monologo della proprietaria, artista come il marito, la quale decanta, per dieci minuti buoni, le qualita' della figlia dodicenne, anch'essa baciata dal talento delle Muse.  Sono scappato. Che pizza!
***
D'altronde - mi continuo a ripetere - non posso competere con una famiglia di venti e più elementi, di un'età compresa tra i novanta e i tre anni, dal bimbo al pensionato, dal fratello alla cugina, dalla zia all'avvocato, passando per lo studente e lo scout, per i vari hobby, compresa la pallavolo, le passeggiate in montagna, la ricerca del personale e il legno.
Per l'ennesima volta trascorro una settimana da single, immerso nella lettura, nella vasca da bagno e nelle venti puntate (tre al giorno per sette giorni) di Rome, serie tv della BBC, roba che interessa solo a me (Cristiana non ama drammi storici ambientati prima della sua propria nascita) e considerato il contenuto forse è pure meglio così.
***

Il consolato italiano mi scrive: "Qualora si desideri candidarsi a ricoprire ruolo di presidente/segretario o scrutatore sezione elettorale..." con un abuso di riflessivi che fa riflettere.
Non ho tempo di ricoprire il ruolo e né intendo votare; noi italiani diamo troppa importanza alla politica, quando invece basterebbe accorgersi che la vita è assai più importante.
***
La mia pare una casa di tolleranza per gatti: da quando Cabiria (nomen omen) abita qui girano certi papponi in cortile (e talvolta pure in casa), e mi tocca, con un cipiglio da Buoncostume, agitare le braccia e scacciarli. Quanto la Fel(l)iniana lascivamente cerca dolci baci e languide carezze, tanto Tinkerbell mi gira attorno parallela e intangibile.
Inizio a adorarLe, creature religiose, lari domestici, dotate della virtù più splendente di tutte: il silenzio. E chissà quanto volgari sembrano a loro le nostre parole e schiamazzi e rumori, i nostri goffi movimenti e ridicole emozioni. (Intanto le due si stanno inseguendo per casa, con rumori da trotto e galoppo).
***
Nel 2013 l'HM Revenue & Customs ha registrato 617.000 nuovi National Insurance Number, ovvero posizioni Inps Inail, di cittadini provenienti dall'estero, tra questi 44.000 sono cittadini italiani (non pensionati quindi).
Come se in un anno la città di Biella si svuotasse.

Nel 2002 gli italiani che aprivano posizioni Inps Inail nel Regno Unito erano 7.000, su un totale di 310.000 registrazioni. In dieci anni, salve le proporzioni, i numeri sono triplicati.

Due note a margine:
1) non è soltanto (il numero di) chi va e chi sembra volere restar lontano, ma anche se e quanto l'Italia riesce ad attrarre stranieri (studenti, famiglie, professionisti, tecnici: non solo turisti inglesi con la casa nel Chianti) e "farli propri" (facendo pagare loro tasse e contributi); forse il Bel Paese non attrae abbastanza;
2) in Italia c'è molto più spazio e molte più case libere e vuote.
Amen.