domenica 29 dicembre 2013

Imperial War Museum

Imperial non so se sia aggettivo di War o di Museum, non importa.

In via di restauro (to mark the Centenary of the First World War), questi sono gli ultimi giorni prima della chiusura per il nuovo make up. 
Nel cavedio centrale di questo edificio vittoriano dalla cupola cilindrica, oggi visibile solo spiando tra i pannelli di protezione, penderanno nel vuoto aerei da combattimento, droni e altre meraviglie della tecnologia bellica di Sua Maestà l'Impero Britannico.

Nei quattro piani (sui lati a balconata del cavedio) sono parcheggiati esemplari originali di auto, carri armati, bombe, camionette, missili impiegati nelle due guerre vittoriose mondiali e fino ai giorni nostri. Obiettivo dell' IWM: to provide for, and to encourage, the study and understanding of the history of modern war and "wartime experience". 

Una parte dedicata all'olocausto (vietata ai minori di 14); una mostra per bambini a pagamento sullo spionaggio; una sezione sulla Londra del Blitz e la politica del Keep Calm and Carry On (il razionamento dei cibi, dei vestiti, la vita quotidiana di una famiglia, gli shelter) e un piano, l'ultimo, dedicato a tutti i medagliati (con la Victoria Cross e la George Cross) al valore civile e militare "persone che hanno sfidato il pericolo, la paura e il dolore, per aiutare amici e sconosciuti e salvare vite". Il motto: Ordinary People can do extraordinary things.

Appena accennato
Di fianco all'esaltazione muscolosa della guerra, gli effetti mortali della guerra.
Si mostra la causa e l'effetto, il carnefice e la vittima dentro la stessa scatola: un insopportabile controsenso.

Una celebrazione imperiale e siccome l'Impero non esiste più, esistono le sue armi, e rimane della guerra la sua accezione imperiale: cosa di lustro, di forza, di vittoria e di dominio.
E prevale, l'immagine della guerra dico, sulle sue tragiche conseguenze.

Comunque c'era il pieno di visitatori, famiglie con bambini in particolare (tra cui la mia).
Un'agiografia degli eroi e delle tecniche di guerra anche in tempo di pace (qualità o virtù che non esiste, oltretutto noiosa). 

Faccio fatica a credere che l'intento del Museo sia creare consapevolezza, studio, comprensione. Balle! crea invece mito, mitologia di guerra.

Il Museo che può fare solo chi vince, troppo umiliante sarebbe per chi ha perso vedere il proprio talento, la propria furbizia e l'intero arsenale finire sconfitti.

In Italia impensabile (abbiamo anche perso la guerra)
Per fortuna!

martedì 24 dicembre 2013

Giocare con le Wigs

Facciamo così, che per una volta ci si mette tutti una parrucca e ci si diverte a Natale, a Capodanno, in uno dei tanti Capodanni che le specie umane si scelgono come inizio.

Playing with the wigs: posologia libera.

Semel in anno licet insanire, pure tribus, pure ter in die; oppure: desipere in loco, insomma ammattirsi dove capita.
Oggi sul 47, per esempio, un ragazza fradicia batteva gli stivali sui gradini del double deck, noi stipati, l'umidità che non fa vedere fuori, i pacchi dei regali, le carrozzine, le cuffie e tunza tunza.

(A pensarci non rimane che il delirio).

E il carpe diem possiamo mandarlo a quel paese, in fondo chi mai coglie l'attimo...

Dai! Buon Anno allora.

(che poi oggi ha piovuto, i treni non andavano per l'allerta meteo, mi pareva di essere l'unico a lavorare, ma poi ho fatto pure un salto da Rough Trade a prendermi un caffè con Oscar; e sono arrivato a casa facendo un giro lungo da Spitalfields, leggendo sul bus senza che mi venisse la nausea: sono quasi felice) 


Se mi volete fare un regalo: calze a righe. I dettagli fanno la differenza. 
Sempre.

*** 
Sono le due del mattino della vigilia, non prendo sonno: tira un vento, una rosa di venti, a 50 miglia l'ora, come BBC disse.
Londra città e sembra di stare su una qualche scogliera di Dover, controvento, contromano, in balia degli elementi.

Mi alzo, scendo, guardo fuori dalla veranda: la recinzione - due pannelli, un terzo splafonò giorni fa per l'umidità -, del vicino sono finiti nel nostro giardino, come fradici aquiloni che non sanno più volare.
(Ora Matilde potrà giocare a pallone con i ragazzi del 24, un gruppo di ormonati con la passione per il pugilato, il rugby e il calcio... fonderemo un kibbutz e uno di loro mi farà da Sergente Hartman.)

Poi silenzio, poi il vento riprende,
poi cascano i bidoni della spazzatura,
poi si scatenano gli allarmi, poi si sentono le sirene.
I sensi accesi: sulla strada il rumore pizzicato che fa la carta stagnola quando si srotola.

Risalgo e informo Cristiana del guaio al boccaporto, lei rimane sotto coperta e se ne fotte. Non mi manda affanculo, forse non mi ha sentito.

Adesso piove orizzontale, le gatte girano per casa come due particelle di sodio scampate al fiume Lete. Se uscissi nella tempesta in vestaglia, sembrerei la controfigura di Voldemort.

(Domani vado a Shoreditch a piedi? Perchè Paola non si alza e non va fuori a fumare? I bambini?)
Intanto scrivo e sto già meglio.

Dai, Buon Anno, parte seconda.

venerdì 20 dicembre 2013

Harts Lane: galleggiare

(Cristiana fuori con Sigrun e Tisna, una festa a Peckham, con musiche di David Bowie, io a letto dovrei dormire, non ho neanche visto Poirot - che vedo in assenza di Cristiana - ma sento Shadi su skype, Jacopo non prende sonno, le gatte girano per casa come giocassero a Risiko -il Kamchakta è mio! - e quindi scrivo).

La parola galleggiare, per vizio e deformazione mentale, associavo alla metafora del vivacchiare, poi da lunedì sera galleggiare ha ripreso il senso letterale dello stare a galla, e poi dell'essere leggero: i timpani a pelo d'acqua, un moto ondoso magari lacustre o di un mare omerico, un peplo bianco, leggero. Un mistero sereno, un caos calmo.
Galleggiare alla rovescia: sospesi dall'alto, l'acqua che non ci fa cadere, l'acqua al posto del cielo.

Mi è sembrato un augurio, che mi prendo e rilancio a piene mani.
Nella realtà - semmai esista davvero - è un video di Antonella Ferrari, uno dei tre nella mostra di chiusura del 2013 in quel di Harts Lane (con Andrew James e Sarah Doyle).

http://hartslanestudios.org/

Harts Lane intanto e' diventata una cosa seria, Cristiana direbbe che lo e' da sempre, da quando lei insieme a Sigrun, Tisna e families hanno deciso di squottare lo spazio, allora un garage unto e bislacco, ma affascinante con le sue pareti di mattone, le lamiere, la biacca sui muri.

(e Cristiana dice "ho squottato" serafica e professionale come se stesse parlando di una cosa inevitabile da fare di cui lei sia assolutamente consapevole) il Comune di Lewisham ha riconosciuto lo spazio non solo come un asset importante per New Cross Gate, ma come legalmente occupabile (e affittabile) ai fini culturali per i quali e' nato.

Mulled wine, le luci basse, il chiarore dei video, gli artisti e i loro amici, io che cazzeggio e chiacchiero senza costrutto, al solito, vagheggiando il mio locale, mentre distribuisco qualcosa da mangiare e da bere.

Galleggiare, sospesi, la confidenza dell'acqua, il verde, ma anche il zaffiro e il purpureo dei mari e dei laghi nelle nostre balneazioni estive.

Nel video di Antonella le chiare e fresche e dolci acque del lago di Garda, non il mare come verrebbe da credere.
(Cristiana rientra da Peckham, con foto e autografo del batterista degli Spandau Ballet, puntini, puntini, puntini)

martedì 17 dicembre 2013

Le notti di Cabiria

Anzi una notte e mezza soltanto... quasi due, di Cabiria.

La seconda gatta soddisfa il sogno borghese, una certa agiatezza, la stabilità e la stanzialità nella casa, una vaga idea di fare del bene, di trattare - si dice - gli animali come gli uomini.

Non si tratta di giustificarsi, piuttosto, per me e pure per Cristiana, refrattari da sempre a occuparci di altre forme viventi, l'essere diventati più comprensivi e più anglosassoni almeno verso i felini (Fellini!) e la felinità (Fellinità).
Tinkerbell ha abituato tutti noi all'indipendenza, a un affetto misurato, scaltro, mai falso.

Per fortuna i gatti non parlano, non manca a loro il dono della parola, la parola non sarebbe affatto un dono per queste creature, sarebbe una iattura: come saprebbero altrimenti dare alle emozioni e ai sentimenti, il fascino muto dello sfiorarsi, del vellicare, il tango dell'avvicinarsi annusando a passi morbidi, prudenti.
I gatti conoscono l'indipendenza degli affetti, perché conoscono le emozioni. 


Ho imparato, a mie spese, a spese del mio bruciante sarcasmo, che i gatti restituiscono assai di più di quello che viene loro dato: in tutto questo definitivo non parlarsi, non dipendere, in tutto questo emozionarsi senza vocaboli, senza comizi e tiritere i gatti ci indicano un silenzio primordiale, un modo di comunicare perduto.

Cabiria ha due anni, si chiamava prima Mango, un nome maschile per la grammatica italiana, scelta da Matilde, prima sul sito e poi raccolta dal monolocale di vetro che il Battersea Dog and Cat Home riserva ad ogni suo ospite. 

Cabiria apparteneva ad un'altra famiglia che ha deciso di vivere all'estero, Battersea al pari di Tinkerbell, ce l'ha consegnata sterilizzata, con il microchip, l'assicurazione (quattro settimane rinnovabili, se crediamo) con il kit dei primi giorni e un libretto di istruzioni, da sfogliare, data l'esperienza acquisita con la precedente, al capitolo Introducing your cat to your resident cat.

Ora in quattro tentiamo l'avvicinamento seguendo non alla lettera, ma all'italiana il suddetto capitolo, quindi apriamo l'uscio della stanza in cui abbiamo confinato l'una verso gli spazi dell'altra, accarezziamo entrambe con matematica devozione (dura per le abitudini mie e del mio demone, Tinkerbell), distribuiamo gli odori delle due diaconesse, come monatti a casa propria.

Questa notte di Cabiria passa anche per me, lei e l'insonnia, l'accordatore notturno, mi fanno compagnia; l'altra, il mio demone, gira per casa a preparare agguati emotivi (adesso vigile stazione come statua dietro alla porta e mi chiama senza strazio, puntuale, precisa), fino al suo bastione preferito, il letto mio e di Cristiana.

Io non ho bisogno di niente, diceva la Cabiria di Fellini; era una puttana Cabiria, con il volto innocente, spavaldo, clownesco e fragile di Giulietta Masina, la Gelsomina de La Strada. Anche lei a proclamare quell'indipendenza e allo stesso tempo il disperato bisogno di affetto, un bisogno emozionale che non si misura, non si dimostra, ma le sta addosso, nel corpo, nel viso.

Questo mi piace da sempre di Fellini e di quasi tutti i suoi film: la mancanza di un significato recondito, la presenza di mondi paralleli, di sequenze slegate, di apparizioni fulminee, di sogni dentro unità di tempi e luoghi. I silenzi carichi di emozioni (non vuoti, angoscianti, terribilmente estetici come in Antonioni), le moine delle donne, i balli sgangherati, le iperboli, gli sguardi dai pertugi (a sceneggiare Cabiria signori come Flaiano e un giovane Pasolini, di Nino Rota le musiche).

Fellini, il felino e Cabiria la gatta (ora dietro lo scaffale dei libri, vedetta alla notte).

(giorni, questi di dicembre che sono sere prolungate e lunghissime) ma poi sono solo gatti, sono solo film.

sabato 14 dicembre 2013

Un Pirlo a Spitalfields

"Papi, ma Robin non porta mai i pantaloni?"
La domanda di Jacopo mi tiene occupato. Per ben due settimane.

- bella scusa lo so, ma riempire quindici giorni di iato mi lascerebbe senza f-iato e da qualche parte devo pure ricominciare -

Giorni fa si guardava il primo film di Batman: correvano gli anni sessanta, e pareva di assistere a un giocattolo kitsch a metà tra Barbarella, Modesty Blaze e Flash Gordon, originale certo: con modellini come effetti speciali (Robin che passa sulla scaletta di un elicottero in volo uno spray anti squalo, che sta addentando il polpaccio di Batman) e una dose abnorme di latenza (il povero Robin non può vedere Batman tra le braccia di Catwoman sotto le mentite spoglie di una attraente russa) e i cattivi, beh più pagliacci che cattivi. 
Jacopo estasiato dalla trama lineare e dai gadget, io dalla scenografia,  dall'accento cirillico di Catwoman.

I pantaloni di Robin intanto finiscono negli Annales con l'accoppiata (intendo nella stessa frase e poco prima di addormentarsi) "come si fa a sapere quando nevica?" e "ma dio esiste?" Se qualcuno dei venticinque lettori ha notizie sulle prime due domande, sarei grato e prometto di citare la fonte.
Rimane il dubbio se a domande intelligenti sia meglio non rispondere, oppure buttarsi con un approccio divulgativo scientifico. Mi fermo qui.

Quella su dio beh già scrissi che mi pare una conquista da adulti e impiantare dogmi sulla esistenza o non esistenza di dio suona alla mie orecchie, parla alle mie labbra e odora al mio naso come assai prematuro.

Non ho ancora trovato i pantaloni di Robin.
***
Ora che lavoro a Spitalfields e gironzolo nell'ora di pausa tra il mercato coperto, i grattacieli della city, la council house dove vive Iolanda (assistere a una preghiera islamica nel cortile con sullo sfondo le facciate a vetro delle banche, che sovrastano l'intera area), la vecchia Soup Kitchen for the Jewish Poor, lo street food e le bancarelle di Petticoat Road, e scopro ogni volta angoli e chioschi e chincaglierie varie,  posso finalmente avere la possibilità di farmi una birra. 
La possibilità (di un'isola) mi basta. 

Comunque quando K. mi invita a prendere una birra al The Golden Heart, non devo fare altro che attraversare la strada, ed entro proprio con il cipiglio del profondo conoscitore della zona:
-Scusa ma dove è All Saints?
-Ma lì di fronte! 
Infatti, balbetto qualcosa, mentre tutti gli astanti guardano attenti al televisore e un coro di Shit, 
Shit!
Shit!
Shit!
più che un coro una valanga di Shit!

Guardo i televisori a muro, un pallone gira su un angolo dello schermo, Uruguay, Italy, Costa Rica, manca una squadra al gruppo D... England
Oh Shit! We play Italy, again!

Tocca fare un'altra figura da Pirlo.