giovedì 28 novembre 2013

Britain uber alles

Mi viene a prendere Oscar - a chilly start of the day, even a sunny start - e si parte, poi scendo dal bolide (non gli ho mai chiesto il nome del bolide) e al posto delle ginocchia ho due mojito con ghiaccio, molto ghiaccio. 

Mi sgranchisco, recupero calore alle giunture, per entrare come si conviene dal nuovo ingresso della Tate Britain, che poi è quello vecchio, ma rifatto, sbiancato, lucidato a nuovo.

Pare abbiano riaperto spazi chiusi dal 1938, gli scantinati, che ospitano una cafeteria da un lato, un ristorante dall'altro e collezioni varie pure la balconata interna e le stanze della cupola


Dall'atrio neoclassico, il Millbank Foyer, si entra in uno spazio circolare a base quadrata sormontato da una cupola a vista, nel quale si apre una scala a chiocciola, la Rotunda: la luce scende naturale e si decomprime nel bianco, puntinato di nero nel marmo del pavimento, negli inserti della balaustra, nei profili dei gradini.

Un ingresso kubrikiano, alla Barry Lyndon (che mordicchia un' arancia meccanica) da dove risalta l'architettura, ma senza imporsi, se non come luce, chiarore: una leggerezza, una (specie di) fragilità: pare che da un momento all'altro possano cascare i muri e la cupola, e il bianco tenga in piedi tutto. 

Un edificio platonico e trascendente, ovviamente non post industriale, nemmeno post moderno, ma imperial-nazionalista.


D'altronde la Tate Britain questo é.... no?! da Turner alla nuova pittura contemporanea, da Henry Moore a David Hume.

Soddisfa la mia aspirazione aristocratica la cafeteria lassù sotto la cupola, bisogna nascer membri per accedere e io modestamente lo nacqui... 
...per un the metafisico e per incontrare una vedova sola non rimane che l'illusione di una colazione nell'iperuranio londinese, fuori invece o per l'appunto il Tamigi scorre e scorre e scorre.
- a Roma sarebbe una terrazza aperta sulla nostra decadenza, noi caciaroni, sfacciati, sinceri, umanissimi, una grande bellezza, Stefà... - 


qui una vista sull'illusione di un modernissimo impero, la finanza della city, che veste neoclassico mentre la BP fa da sponsor per pulirsi la coscienza dai suoi oli saturi.

Uber alles.

lunedì 25 novembre 2013

Bobo Rondelli

Me l'aveva fatto sentire Rudi un anno fa in una versione di Un anno d'Amore: voce calda di uno che ci crede e una canzone stra-cantata diventa nuova, la fa sua propria (e capirai/in un solo momento/ che cosa vuol dire/ un anno d'amore).


Ne fui conquistato così, per colpa di Mina, sempre galeotta nel presentarmi gli sconosciuti. 
Bobo Rondelli non è soltanto quella canzone, ma molto, molto di più. Da allora non l'ho mollato, e quando mi capita di ascoltarlo, quasi sempre su Grooveshark, mi uncina e mi morde come un cane al polpaccio, una sferzata su su fino al timpano.

Bobo Rondelli apre un mondo, il mondo di Livorno su palcoscenici occasionali, di feste strapaesane (quelle a tema, sull'ortaggio e sulla fauna locale), di provincia, quella dei miti da cortile, delle famiglie di quartiere, dei personaggi e degli animali da stracittà.

(e chiacchierare al bar e poi suonare con la chitarra, i vecchi che siedono ai tavolini, le sigarette, le donne buone e un po' puttane, i bambini che guardano con gli occhi sgranati e non capiscono le volgarità, ma poi la merda sta altrove fuori dall'umanità dei bar, fuori dallo strapaese - a tirare i sassi alla stelle  che a colpirle sembran che splendan di più e le nostre auto parcheggiate poi spariscono nel nulla o diventano grandi più di biemmevù -, la merda sta in tivvù, nelle cose che si accettano senza conoscerle, senza viverle)

Alla Purcell Room, non più di trecento sedie in pelle, prima del concerto si proietta il film di Virzì, settanta cinque minuti,  "L'uomo che aveva picchiato la testa" così lo conosciamo meglio, Rondelli dico, prima la differitam poi il live. Solo gli inglesi possono presentare un'artista presentandolo socialmente, documentandone la vita a beneficio del pubblico,  poco inglese, molto italiano, anzi molto livornese, e un paio di pisani in esilio.

Poi entra Bobo con l'Orchestrino e tira subito l'aria da festa di paese, alla faccia di Londra, della location (lochèscion), e se per un attimo, per un pregiudizio tutto borghese, uno spettatore non amasse l'artista che parla (italiano e inglese maccheronico, misto a volgari e sanguigni toscanismi) tra una canzone e un'altra, e amasse la pura esecuzione... ecco che vada fuori (e qualcuno l'ha fatto): non è un concerto per lui.

Rondelli non canta soltanto, ma fa uno spettacolo umorale, da giullare, uno show di mezze risate beffarde e dialoghi, di accidenti e errori, di sudorazione e affanno, poi balla, si agita, scende dal palco con l'intera orchestra, musicisti che gli assomigliano, che lo assecondano e lo tirano alla bisogna.

O sole mio - a trenino in mezzo al pubblico -, 24mila baci, apertura con Lou Reed, Tom Waits, Guarda che Luna, I vitelloni, Gigi Balla e via così.

Se mai il successo che merita, arrivasse, che resti così, come non so, ma così!
Un animale, un'anima prava, orgogliosa e timida deve avere questo livornese, e Livorno.

Pisa non so (Pisa is not a town, is a concept).

*Foto, non so come e quando scattate, di Oscar.

giovedì 21 novembre 2013

Fortune Green Nursery


Si cambia. Ancora.
Continuo a pensare che questo non sia il mio lavoro. Eppure.

Eppur mi muovo, cambio nursery e vado a Shoreditch, in attesa del ristorante che insieme ad un' altra manciata di cose un giorno farò e aprirò. 
Basta trovare le persone giuste, che suona un po' come una scusa. 

O forse la strada è un altra? 

Avere quarantadue anni e comportarsi come ne avessi ventiquattro, intanto prendo consigli a destra e manca e la confusione aumenta.

Sopra un ritratto in blu su blu di una bimba: mi vede così allucinato o con barba e capelli. Bidimensionale, a tratti sconcertante.

Tutta questa storia dell'about to be. L'escatologia o la livella del già e non ancora.

L'Italia sta là, confusa, acritica, mangiata da trent'anni di impolitica, senza risposte, senza visione. Rimane la militanza e il coraggio, la creatività e il nostro genio. 

Assomiglio al mio paese. Per fortuna. Per Fortune Green

Mai in un posto solo, sempre in due o tre. Per nulla multitasking, piuttosto multithinking
Veruno, Faenza, Milano, parenti, amici.

I pensieri si moltiplicano quando si cambia.

Ieri arrivo troppo tardi alla stazione di Victoria, un diluvio, Cristiana sale senza dire una parola, poi al mattino trovo cibi dolci saponi da Nablus, sarei rimasto a casa, ma un'attraente mattina londinese di pioggerella, a chilly start of the day, mi ha trascinato al lavoro: mai mancare la penultima giornata di lavoro.

Ascolto le solite nenie e filastrocche, le grida dei bambini e le facce delle insegnanti.
Dove va la musica quando finisce? 

Lizzie si affaccia, bionda, spiritata, parole a mitraglia: "devo dire ai bambini che te ne vai?"
Le rispondo con una risata e ci intendiamo, come abbiamo da subito provato a fare.

Curioso, ancora me ne stupisco, di quanto mi abituo a persone e luoghi e poi vado via, come fossi appena passato. Chissà che rimane, che mi porto dietro. E tutti questi bambini?

via, via, vieni via di qui
niente mi lega più a questi luoghi
neanche questi fiori azzurri...

lunedì 18 novembre 2013

Paolo Conte

Lo sguardo e pure il caracollare... omerico, niente farfallino ma una giacca stinta e stazzonata con le tasche gonfie di storici pacchetti di sigarette e mazzi di chiavi, nemmeno il fazzoletto, ma una manata ad asciugare  la saliva e il sudore dei baffi. 

Poi il piegarsi da un lato rigidamente, senza spezzarsi, e in piedi tenendosi a un lato del piano come fosse una ringhiera e le mani che battono il ritmo sui fianchi secondo spasmi, l'artrite del movimento palmare e il dito mignolo fermo. I pantaloni appena più che giusti in vita e la maglia nera infilata dentro, le scarpe in pelle, fruste.

Un Conte dell'aristocrazia in declino, ma senza tracce di snobismo, e poi un disincanto che dà spazio all'orchestra, agli assoli e ai talenti più del solito, mentre lui ammicca dal pianoforte come buon padre. 

Un uomo da strapaese, una faccia in prestito, uno zio di cui vorrei essere nipote, la voce di sigaretta, poi indubbiamente un poeta, dagli esametri di milonga, di tango e di jazz.

Lo vedo passare, da dove siedo, in quella camminata faticosa e affaticata: canta e suona come uno che sa e al contempo come uno che sa di non sapere: prende per il culo e poi offre un bagno caldo. La voce suadente e poi la realtà, raccolta, trasformata in immagini eleganti e quotidiane.

La platea del Royal Festival Hall (teatro strapieno) pare tutta italiana, di inglesi ci sono le mogli, i mariti, gli amici di noi italiani. Difficile scendere sotto i quaranta, diciamo sotto i trenta cinque.
Si parla, on line e nelle pubblicazioni, di Tom Waits e Cole Porter, di viaggi tra la Louisiana e Buenos Aires

A me pare tanto italiano, uno dei pochi che non ha importato musica dall'estero ma che l'ha interpretata e fatta propria, creando un genere, una specie di strapaese in note e suoni, dove ci sta dentro il kazoo, la Marisa, gli occhi allegri da italiano in gita, il rumore che fa il cellofan e tante altre immagini parlanti e atmosfere e ritmi di fumo, di serate, di erotismo e balera.

Un mondo nostro di zazzarazzazza e quanta passion. (E dopo di Lui?)*.

Io c'ero e ho visto. 

*invece dopo di lui Bobo Rondelli, domenica prossima.

mercoledì 13 novembre 2013

The colonialist

Cristiana di nuovo in Palestina, io a casa con la sua di lei to do list, a cui attenersi con il dovuto scrupolo e vu vu vu invidia punto com.

Ora che ci sono stato, ci voglio tornare, a quel caldo, a quelle sere, a quella stanchezza e a quel cibo; ora che il tedio della Londra novembrina mi rinchiude in spazi angusti e soffitti bassi, facce da Harry Potter sulla tube, un'incazzatura diffusa, l'ipocondria e le pastiglie per il mal di stomaco, o per il mal di testa (non importa, quelle lì insomma). Ora che ora che ora che ora è?

Mi trovo a fare il cuoco, e in questi giorni, a fare pure training ai cuochi. Devo selezionarne uno, anzi una, perché arbitrariamente ho deciso che sarà donna.

Il laureato - con tanto di menù autunnale stile Chiantishire -  frequenta un master in linguistica e vuole fare il cuoco, dice che le tribù dell'Amazzonia non conoscono il sale e vivono comunque.
Intelligente, sofisticato, mi sta sul culo, forse perché mi assomiglia un po' e della fatal quiete...

Lei invece ha il nome di un mese dell'anno: Aprile - che bel nome Aprile! -, viene dalle Filippine, ha sposato un italiano, e il figlio ha un nome italiano.
Starei ore a parlare e a fare domande, ma bisogna cucinare, avanti marsc'.

Oppure ancora: Lei che parla italiano, perché viene dall'Eritrea:
-I miei nonni hanno studiato italiano a scuola, e abbiamo parenti a Roma... vado spesso a trovarli.
Poi mi dice che Asmara assomiglia a Torino.

Una foto  tratta dal sito dell'Associazione Italiana Profughi dall'Etiopia e dall'Eritrea

Dunque abbiamo un passato coloniale, e in un battito di ciglia mi immagino con un completo kaki con casco, entrare in un caffè di Asmara.
Soffrire di Asmara. Asmara val bene un caffè, Asmara per favore vai via, Asmara e le alte.

-Francesco, are you ok?

Mica tanto, mi stacco troppo dal suolo "...how entirely I live in my imagination; how completely depend upon spurts of thoughts, coming as I walk, as I sit; things churning up in my mind and so making a perpetual pageant, which is to be my happiness." Virginia Wolf, from A Writer's Diary

Torno al suolo. PAM!

domenica 10 novembre 2013

Le forme tra noi leggere, Silvia Forese

Se le ombre fossero colorate e non ci inseguissero irregolari e non sparissero a tratti, infilate in qualche fessura, ma fossero più di una nostra immagine riflessa, saremmo forse più creativi, o magari più candidi, guarderemmo in faccia i nostri simulacri e forse ne rideremmo. Con grazia e con leggerezza.

Il catalogo di Silvia Forese girava per casa da un po' in attesa di un pretesto e non erano solo gli acrilici - essenziali nella loro prospettiva elementare - ma in particolare le installazioni, fatte con il nastro adesivo, il tape colorato o bianco, a interessarmi.


Accostato a poltrone fruste, sedie, attaccapanni, oppure installato all'aperto o nel chiuso di una galleria e di un ristorante, il disegno con il nastro finisce con il mostrare, anzi, inizia a mostrare, per molto più di un istante, l'ombra degli oggetti, l'ombra delle persone, del loro passaggio. 

La bidimensionalità del tratto di nastro costringue a guardare, a una riflessione non tanto sul come sarebbe o saremmo, ma sul come è, sul come siamo
L'occasione di osservare noi stessi e le cose senza gli orpelli degli occhi, senza il marketing dello sguardo, senza l'illusione quotidiana della tridimensionalità, contingente, passeggera, ubiqua.


Lo scarto (visivo e concettuale) tra il tape bidimensionale e la realtà diverte, sconcerta: lo sbigottimento di qualcosa o qualcuno osservato per la prima volta, in assenza di materia, per riconquistare qualcosa di perduto, le nostre lost property.

E un senso di gratitudine verso Silvia, che ha fatto qualcosa in vece nostra, dando forma leggera alle ombre.

 "Lost Property" mostra e installazioni di Silvia Forese al Cinnamon Soho, 5 Kingly Street, London.

lunedì 4 novembre 2013

'Cause, baby, you're a firework

Non potendo gareggiare in velocità con un airbus, mio suocero ha sfidato la EasyJet partendo domenica mattina, prima delle galline... mai che se la prenda comoda.
Da martedì sera si è dedicato a tempo pieno ai bambini: torneo di ping pong sul tavolo da pranzo (la pipa del narghilè come rete e vince il primo che fa cento punti, partite che durano un'eternita), gite al parco con scooter e attrezzatura da cricket, reiterato gioco a nascondino fino allo sfinimento dei partecipanti (ucci ucci sento odor di cristianucci), pressanti richieste di nuovi pattini (voi provvedete al necessario, io al superfluo).

Matilde e mio suocero hanno in comune l'effetto trapano: insistere fino a vincere gli avversari, io e Cristiana, per sfinimento.

Noi cediamo e non cediamo a seconda della percussione del trapano, ma talvolta cede lui se non altro fisicamente: mercoledì sera ritorno a casa dal Cinnamon Soho e Andrea giace diagonale sul divano, occhi chiusi posa rigida (colpo al cuore?!). Lo sveglio, lui recupera energie sufficienti a mettere a letto i bambini e se stesso, non necessariamente in questo ordine.

Io vago piuttosto assente tra un festa e l'altra in un tripudio di fuochi d'artificio, per fortuna non mi chiedono di accenderli: mi guardano e sanno che sarei doloso.

Da Vivek e Archie festeggiamo Diwali, il capodanno indiano, tiro fuori dall'armadio il vestito che Pratul mi regalò anni fa, inizio con il dolce finisco con il salato, vestiti, atmosfera e musiche da Bollywood, un clown intrattiene i bambini, io flirto in giro e bevo solo gin tonic, dal secondo in poi me lo faccio io. 

(La sensazione di essere invecchiato in una sera sola. Inesorabilmente.) Cambio umore e rido nello stesso minuto. A chi mi dice che ne dimostro meno, rispondo con una smorfia e un complimento. 
Solo noi sappiamo quante bugie ci raccontiamo e gli altri... beh gli altri dicano di me quello che vogliono.

Fuori piove (dio quanto sono allegri i bambini), Jacopo mangia pure il pollo affumicato, appena si accorge di avere fame, corre, non si stanca mai, Cristiana indossa il vestito charleston senza maniche, preso venti anni fa in qualche bottega di vintage.

Parlo con uno che è stato in Galles per un settimana di meditazione con un guru induista dalle fattezze danesi, mi dice che ora vive di più nel presente - lui e immagino pure il danese -; vorrei vivere anche io nel presente ma non ci riesco e non ci riesco nemmeno mentre gli parlo, comunque lui non mi ascolta, alla prima scappo a farmi un drink e lo lascio nel presente, nel suo presente.

Nel frattempo i fuochi artificiali scoppiano dentro un cielo corto, di nuvole, e pioviggina; in una specie di gabbia un fuoco reale esorcizza educato la luna - e i falò -, senza nemmeno scaldare. 
Manca un pannello nella recinzione, potrei entrare nel giardino del vicino, ma fa buio, troppo buio. 

Fuochetto scherzetto.


Quasi tutti noi ci ritroviamo il giorno dopo al di là della strada, da K. per la Bonfire Night, quasi non ci salutiamo, ma continuiamo a parlarci come se fosse la stessa festa.

K. ha coperto il terrazzo con un tendone provvisorio, che si gonfia alle raffiche di vento, giù nel giardino una carriola fa da braciere a una catasta di legna, tutt'attorno sfrigolano e scintillano i carboni; 
poi K. porta in giardino una cassa intera di fuochi d'artificio, sui fianchi il nome Desert Storm, io intanto porto il vino e dimentico il mio bicchiere in giro (voglio provare quel gin mezzo inglese e mezzo islandese, ma sparisce subito e poi sto andando di rosso o in rosso).

Edmund non viene perchè ha un terribile raffreddore, considerato che lo vedo una volta l'anno proprio qui alla festa di K., vorrà dire che questa sera niente libri e letteratura, ma fuochi fatui, fatali, artificiali.

Intanto inizia la sarabanda, alla balaustra ci sporgiamo a turno, alle signore piace l'odore di bruciato delle detonazioni, a me invece ricorda l'odore dei mozziconi di sigaretta bagnati. In silenzio mi ripeto che preferisco le grigliate. 
Mi consumo parlando con Laura un tempo infinito, lei mi racconta della sua vita in Australia interrotta a diciott'anni per seguire i genitori in Inghilterra. Non è più tornata in Australia
Sfinito, aspetto di ballare e ballo quasi da solo. 

Fuochetto, scherzetto.