lunedì 28 ottobre 2013

England - Wales: 2 - 0

dalle tre del pomeriggio mi sono sorbito: due ore di allenamenti indoor (seduto su un pavimento in gomma nera polverizzata ed erba finta), un'ora di happening con autografi, face painting di stampo, anzi di pennello, nazionalista, free styling (che Matilde dice di voler perfezionare: trattasi di come far rotolare e palleggiare la palla utilizzando tutto il corpo) e infine una partita del girone di qualificazione ai mondiali di calcio femminile, in programma in Canada nel 2015.
La prima in uno stadio, dal vivo.

Biglietti gratis in prima fila forniti dalla Polisportiva (traduzione mia), di cui non ho ancora memorizzato il nome, come del resto non ho ancora memorizzato i nomi dei vari allenatori, i quali comunque, per una legge della fisiognomica, si assomigliano tutti, anche nei nomi.

Parentesi: gli allenatori di cricket sono più longilinei, quelli di calcio no, la differenza tra correre  e stare a guardare.

Comunque salgo gli ultimi gradini prima di raggiungere gli spalti, quando si apre la vista, una boccata di verde, effetto tappeto rosso, fari allo iodio e guizzo di blu (papi stai calmo, sei troppo eccitato)

Non riesco ancora a urlare England (per il Wales difficile tifare; battute sul fatto che l'isoletta ha tre nazionali meglio non farne), ho quell'aria del pesce pers(ic)o, con il libro di Banks, il cellulare, la borsa della tuta e l'esoftalmo; nelle conversazioni anche solo occasionali con i padri galleggio allo zero virgola, con le madri non va meglio (ieri una: tu hai sempre fatto arte immagino...), gli allenatori invece mi salutano per nome, Matilde's father non il mio nome; poi ne arriva uno, mai visto prima ma uguale a tutti gli altri, che vuole l'indirizzo e il telefono, le solite domande, where are you from?. Italy, oh great! now I understand.

Ecco spiegato il talento della puella: veniamo dalla nazione del calcio! all'anonimo allenatore mi presenterò offrendo pizze al pomodoro cantando volare accompagnato da un mandolino e per concludere una scarica di lupara, lei non sa chi sono io! Am Matilde's (god)father!

Ma lei è così felice che mi passa tutto, fino quasi a crederci e poi la vedo che guarda le ragazze correre sul campo davanti a me: ragazze che sudano e scattano, mai una bestemmia, una sputata, ma gioco fisico, elegante di cosce e di palloni, di seni e di capelli a coda, a caschetto.
Matilde fa il tifo, il Wales sta sempre nella propria metà campo. Devo imparare la terminologia, in due lingue (sono rimasto a Nando Martellini e Sandro Ciotti).

La BBC 3 trasmette in diretta (tutte donne ai microfoni), la solita pioggia, si intravvedono sul passante i treni per London Bridge, le chips e il the caldo contro il freddo, nel kit della serata la guida Turn your passion for football into your job, e i consigli alimentari.

Gli spalti sono semi vuoti, ma mi dicono che ogni anno il pubblico aumenta, intanto il tipo della sicurezza, assonnato, infreddolito, ci siede di fronte, di spalle al campo da gioco; un cartello dice che se scavalchiamo scatta la multa e la prigione.

Poi dal cielo a cavedio si sfolla con calma, per famiglie, come a teatro, dentro i corridoi gialli al neon, i soffitti bassi, le giacche arancioni della security.

Voglio esserci per vedere come va a finire.

Torniamo a casa in otto (quattro adulti e quattro bambini) sulla familiare di Emma, io siedo contromano e mi viene un po' di nausea, Matilde ride, su BBC 4 danno Montalbano e abbiamo fame.

Intanto parlano tutti della prossima tempesta; il Guardian: The storm (is) named after St Jude – the patron saint of lost causes whose feast day is on Monday.
San Giuda? quello Taddeo (non Iscariota, che avrebbe trovato il modo senza pentirsi) è il patrono delle cause perse. Non sapevo ma rincuora sapere che la legge di Murfy ha un antenato illustre.

Niente treni fino alle 9am. Prenderò il bus...
è arrivato il temporale,
chi sta bene e chi sta male,
e chi sta come gli par... 

mercoledì 23 ottobre 2013

Il quarto comandamento

Good technique, mi dice Dawson, l'allenatore di calcio.
Raccolgo Jacopo e tutto quello che dissemina, non rimango a bocca aperta perchè in fondo lui ha sette anni e io quarantadue anche senza resto di due.

Buon sangue non mente, non il mio, non quello di Cristiana, ma il sangue della sorella. 
Due che giocano a calcio in famiglia non è male.

Don Camillo a Veruno capitò che mi presentasse un prete barbuto, giovane: 
E' appena andato a trovare suo padre con la sorella. Si vedono ogni tanto... anche la sorella è suora.
Io ridevo a pensare a quel padre che o era un devoto o qualche domanda se la deve essere fatta, se proprio tutti e due i figli si sono votati alla vita religiosa.

E rido anche adesso pensando che quel padre sono in fondo io, devoto o meno al dio del calcio, non importa. Non mi rimane che prendere atto, con un sorriso. 

E dato che finora non sono stato sufficientemente esemplare, non rimane da chiedersi in che cosa mai io lo sia e se lo sarò? Il tempo poi passa e le risposte, se tardive, hanno l'amaro sapore del rammarico.


Invece che essere contento, mi direbbero i soliti, ma io sono contento! vado pure alla partita Inghilterra vs Galles, femminile, un evento no? Il fatto che vada per la prima volta allo stadio perché Matilde gioca a calcio.

-Speriamo Matilde non veda per caso una partita di Curling-

Ma io sono contento, anche se il mestiere di padre rimane il più difficile al mondo.

(Il quarto comandamento: Onora i tuoi figli. Postilla al quarto comandamento: Resistere a volere i figli come noi vogliamo che siano, e poi lasciarsi andare)

E se mi iscrivessi a Curling: pulire affannosamente con la scopetta davanti a quella palla a ferro da stiro, detta stone o rock, per farla scivolare via, senza toccarla mai.

Nemmeno fuor di metafora.

martedì 15 ottobre 2013

L'effetto che fa




il Lego in fotografia: pixel. I Lego come pixel della, anzi, nella realtà.

La bella addormentata nel bosco e il bel rimbambito sembrano (!) più reali dal vivo? e la foto cattura un'incursione del virtuale nel reale? 
Il Lego - me ne sono accorto da ieri - non solo costruisce ma de-costruisce.

Girando sui trenini dentro il paese di Legoland, trentadue anni dopo avere chiesto invano a mia madre, l'unica che ne capisse, una base verde e una massiccia dose di cubetti, la cosa che mi piace di più sono le statue disseminate dovunque. 

Il resto è un misto, un po' datato, di Gardaland e Ondaland, ma non importa, conta assai che io mi sia divertito un sacco. 
Perché sono e rimango uno splendido quarantenne. 

Jacopo con le paure di bimbo, Matilde con la sicumera della sportiva, lei impavida, lui che prova a scollinare. Gli inglesi che incuranti del tempo e delle temperature si bagnano, mangiano hot dog a tutte le ore e si divertono.

(C'era) Una volta - tanto tanto tempo fa - però si costruiva con i Lego, da zero, dalla famosa base verde, alla ricerca del pezzo mancante (certe losanghe o il mattonino curvo, le converse, i lucenari, le torrette del tetto); oggi si ricostruisce il modello o il personaggio. 
L'intero set di Guerre Stellari si può legolare... (ah Guerre Stellari!) poi impazza un certo Chima, un aggressivo Lego-leone con il suo mondo di animali, foreste e gadget.



C-3PO poi, se l'occhio riuscisse a fissare l'immagine sulla retina senza fibrillare troppo, diventerebbe più vero di me.

Costruire, Ricostruire, De-costruire.

lunedì 7 ottobre 2013

Endless stairs

Ci sale Jacopo soltanto, fino all'ultima balaustra, sospesa come un trampolino e divisa dal vuoto da uno spesso parapetto di vetro. 

L'infinito finisce lì e rimane oltre quella siepe di vetro in chi volesse dolcemente naufragare, planando dall'alto sopra il fiume. Non è poesia, nemmeno impotenza, piuttosto delusione.


Si tratta di scale senza fine, fatte di un materiale, il legno, con una tecnica di assemblamento nordico, pulito, di listelli e piastre. 

Sul prato davanti alla Tate e al Tamigi, di fianco alle betulle, le scale si alzano intersecandosi a rampe plurime di legno* chiaro, cangiante alla luce. Il nuovo cemento! (di alta qualità e sostenibile): almeno secondo uno degli architetti dello studio dRMM che hanno disegnato Endless stairs.

Credevo, vedendola, che l'illusione di Escher, a cui l'installazione si ispira, si materializzasse, che il trucco prospettico e bidimensionale fosse svelato dal talento dei designer, dalla furberia degli architetti.


E invece no: le scale tra loro s'aggrovigliano nel scendi-sali (nel weekend la calca s'accalca) e i bambini corrono su e giù, ignari al solito delle metafore e dei sensi riposti.

E il dramma e poi il terrore  delle xilografie di Escher si dissolvono in cento-ottasette gradini così senza ansia, senza figure incappucciate, senza trucchi, nemmeno i trucchi della tecnica.

(quello che manca all'architettura per essere arte?) e quello che manca alle scale è la casa, meglio: il prolungato ingresso alla casa.
E mi disturba che non portino a niente, che la loro natura accessoria vegna così messa a nudo, anzi che la loro discreta ma implacabile necessità sia uno schiaffo a noi umani.

Rimangono l'autoreferenzialità, le tassellatture, la ripetizione delle forme, propria dei frattali, ma, come dire, cose che non importano molto, anzi a conferma del limite di noi umani: salire e scendere per gradini, con le piante dei piedi, senza ali. 

Per spiegarmi l'antimateria un professore mi disse: devi immaginare di fare sulla spiaggia un castello con la sabbia, poi un'onda porta via il castello. Quello che rimane, il vuoto del castello, è l'antimateria.

Oggi, davanti alla Tate, per spiegare l'infinito: metti una scala su un prato, in riva al fiume, poi il fiume o il tempo la smonta, quel che rimane, il vuoto della scala, è l'infinito.


Jacopo arriva in cima, si tiene lontano dal parapetto di vetro trasparente, ha paura, gli faccio qualche foto, poi scende di corsa.

Non erano le scale, non era salire l'ultimo gradino, era per lui non poter continuare, non volare e poi scendere.

*Legno dell'Albero dei Tulipani, (liodendro o liriodendro) assemblato as cross-laminated timber (CLT), prodotto in Italia dalla Imola Legno.

giovedì 3 ottobre 2013

T(r)ip to Isle of Wright

A meno di due mesi dall'inizio della Secondary, Matilde va in gita per una settimana.

All'Isle of Wright (la romana Vectis, conquistata dai nostri avi... ma questo poco importa).

Non mancano le istruzioni della scuola, e non manca questa in particolare con tanto di neretto dove occorre:

The children will stay in single sex rooms. Under NO circumstances are boys allowed in girls room or vice versa and this applies during "down time" as well. Staff will be on hand all times.

La classe di Matilde, come tutte le altre, non è mista: girls con girls, boys con boys.
Down time virgolettato significa?:
"Papi non lo sai!? vuol dire dopo cena quando hai il piagiama!!"

Mi sono venuti in mente i Salesiani e le regole non scritte, che in Italia si seguono quanto quelle scritte.
E comunque noi a undici anni non si andava via sei giorni con la scuola.
O tempora, o mores.

Le due pagine, indirizzate a noi genitori, finiscono così:
I would like to remind you the exemplary behaviour is expected all the time whilst your daughter is on this trip. I want them to have fun, but they must be aware that misbehaviour will be dealt with severely and may culminate in you being asked to collect your daughter from the site at your expense. I am sure you will emphasise the importance of good behaviour.

Gli inglesi raramente usano must. Quindi noi enfatizzeremo i nostri must con Matilde.

La direttrice di Year 7 poi ha lo stesso cognome del primo ministro inglese (che non è la stessa cosa di una circolare firmata Letta).

Io: Se during down time mettessi il piagiama, invece della vestaglia.... che ne dici?
Cristiana: ...(imbecille)