mercoledì 25 settembre 2013

Battersea Power Station

-Tu in curva buttati quando mi butto io.
-Come buttati? Mi piego piuttosto.
-Allora piegati.

Adesso non devo farla tanto lunga per un giro in moto alle otto del mattino di domenica (Londra deserta). Istruzioni dettagliate di Oscar, compresa la procedura di vestizione del casco (la tiara dei motociclisti), maglione anti gelo, (giornata uggiosa, ma tiepida), la borsa nel bagaglio da sessanta litri (litri? e vada per un barilotto di barbera).

-volersi grattare il naso e il dito incontra la visiera: un classico, che non ho mancato e non ho mancato nemmeno l'incontro con il vicino di casa, Sig. Mohamed, una cosa tipo Lauda vs Hamid Karzai-


Nonostante la postura da coccio rigido, la proprietà della guida e l'affidabilità del mezzo mi hanno portato ad una certa confidenza, di cui vado fiero; non ho superato la barriera del suono, ma quella psicologica sì.

Potrei tentare un triplo carpiato senza avvitamento, perché la sensazione Mission Impossible mi è subito salita, oltretutto sono di cinquanta millimetri più alto di Tom Cruise e se lui può, io può. 
Il problema, in moto come in altre occasioni, è durare. 
Un'ora seduto su un bolide s'avvicina all'idea di eternità. Ma in Italia in moto ci andrei, per dire.

Comunque:

parcheggiamo, anzi Oscar parcheggia dalle parti di Lupus Street, strada indubbiamente (di seconda declinazione, nominativo) singolare, poi si attraversa il ponte e si inizia la fila per visitare la cattedrale elettronica dell'ultimo deserto londinese: la Battersea Power Station.
Davanti e dietro di noi qualche migliaio di londinesi di ogni età, alcuni seduti sul telo da picnic, altri con libri, bevande calde, in coppia, in gruppo, da soli, molti con le macchine fotografiche, come Oscar, alcuni con il cappello, come me.

Porte aperte ieri e oggi, domenica, per l'Open House London 2013: settecentocinquanta tra spazi, case private, infrastrutture, aree verdi e cantieri, normalmente non agibili o non visitabili, aperti gratuitamente al pubblico, in tutti i quartieri della città.  E noi si è scelto Battersea.

Dopo meno di un'ora la fila si muove, entriamo con il primo gruppo (in migliaia), prima sotto il ponte, poi fuori dal buio: il Tamigi a sinistra con gli scheletri arrugginiti delle gru, a destra un muro altissimo: la facciata colossale della centrale elettrica.


Attraverso una galleria arriviamo dentro quell'enorme pancia, svuotata da un incendio (dopo un cataclisma, dopo un bombardamento chirurgico, ho visto cose che voi umani); attorno arrugginite le strutture di acciaio che supportano il perimetro sembrano posticcie, fragili. I fianchi del vulcano elettrico forse si reggerebbero da soli, appesi a quel mastodontico vuoto.

Nel giro di cinque anni, dentro questo cavedio surreale, sorgerà un centro commerciale, piscine e campi da tennis sul tetto, e attorno palazzi a più piani, rigorosamente in vetro: quindici mila posti di lavoro, una nuova fermata della metropolitana, un molo per i battelli fluviali, ristoranti, eccetera: un altro City Centre.


Mettiamoci pure le lobby, il culto per Mammona, e pure la Hubris greca, ma questo sarà un altro volto di una città che non si ferma, che si trasforma, che fa circolare denaro, interessi, opportunità e Battersea, come venti anni fa Southbank, diventerà un posto dove andare e per alcuni dove vivere.

Intanto il maiale dei Pink Floyd è volato via con i suoi quasi quarant'anni, se si alza lo sguardo, (e qui alzarlo è faticoso: bisognerebbe sdraiarsi sul prato) si vede solo il cielo e il bianco plumbeo delle ciminiere; ormai quel roseo porcello rimane soltanto nell'immaginario collettivo, il nostro, come questa Power Station, così imponente, reale e statuaria, da riuscire a sopravvivere e mimetizzarsi nel tempo troppo umano che stiamo vivendo.

The last brick in the Wall.

Switch off, switch on.

giovedì 19 settembre 2013

Afterschool Club

Ore quindici e trenta, orario critico, che sfuma, dovrebbe, nell'abitudine: Matilde rientra da scuola, Jacopo va preso a scuola, io arrivo dalla mia scuola.

Ore quindici e trenta di ieri: Beatrice mi aspetta fuori di casa, non ha le chiavi, non c'è nessuno: Cristiana e Paola sono andate a prendere Jacopo. Entriamo: le valigie di Paola sono nel corridoio.

Arriva Matilde con la sua amica Vittoria
Ciao Papi, oggi faccio Cricket con Merle, Merle dice che ci portate voi. Lei è Vittoria, forse fa cricket con noi, ma tra poco viene sua mamma e ne parliamo.

Assertiva la ragazza (o la bambina?).

Rientra Cristiana con Jacopo (che alle tre ha la fame chimica): Ma non dovevi fare Journalism
Matilde: No, voglio fare cricket.

Journalism, No! Cricket, no Giornalismo, Cricket, fai già Football due volte alla settimana, ma faccio una lingua, Cricket, Journalism, no Football e basta, faccio già Mandarin e chitarra, sono troppi due sport vuol dire tornei macchina sabati e tornei, no voglio fare sport!

Intervengo: comportamenti da unità di crisi...

...di pianto con Vittoria che, baguette in mano, basita, guarda il nostro teatro, Jacopo fruga nella dispensa, la gatta fa stretching sulle valigie di Paola che esce a fumare, Beatrice mi offre dei dolci coreani di un suo amico, pare sia il Natale coreano, i dolci, color vescica, non sono dolci, non sono salati, sono disgustosi.

Torcetti Massera di Jacopo vs Dolcetti coreani: 6 - 0

Cristiana chiama la mamma di Merle al telefono, arriva la mamma di Vittoria, una spagnola di Alicante, con figlio e il barboncino Ringo al seguito. Beatrice va in bagno.

Esperanto e volemose bene.

Mentre si discute sul cricket, Ringo arringa, singulta e vomita tra le valigie di Paola, prendi il disinfettante, la carta assorbente, no meglio i tovaglioli, Matilde ancora con la cravatta, cricket, il dolce coreano fa schifo e adelante Ringo con juicio, la gatta, le lacrime si asciugano, Merle aspetta, Victoria sconfitta saluta e va via con la madre ispanica, amica di Paola, le valigie all'ingresso, il the per Beatrice (se il cane fosse femmina si chiamerebbe Ringa, la Ringa, l'Aringa, puzzicchia come un'aringa)

Che cosa può ancora succedere?
Che piova

Succede che porto le ragazze (o le bambine?) in macchina a Forest Hill, sono solo in quattro a fare cricket, much ado for nothing, at least for Matilde.

Bisogna tirarla una morale a fine favola, che questa sia la vita quotidiana, possibile, che sia un errore nel sistema (i déjà vu, Ringo che vomita, Poltergeist, i dolci vescica), o piuttosto l'imbuto del tempo, i desideri di una bambina che si scontrano con quelli degli adulti (no vi prego il conflitto generazionale no) o quel che resta del giorno.

Ascolto Mina a palla (Palla, palla!) e me ne fotto dei dossi, parcheggio; Cristiana va a yoga, a casa preparo la minestrina della nonna, Beatrice litiga su skype, Jacopo mi si aggrappa addosso sul divano: ha bisogno di storie, di coccole. 

Sentirmi l'albero pieno, accorgersi del soffio al cuore e poi il tarlo che svuota.

E a proposito della Palestina, intuire la differenza che passa tra meaningful meaningless
Comprendere è ancora un passo troppo lungo.

Ma questo in generale.

mercoledì 11 settembre 2013

Il succo del Melograno

contiene la vitamina C B E, ferro magnesio selenio calcio... acido lipoico e acido ellagico, quest'ultimo con il più alto potere anti-ossidante presente nella frutta e verdura che mangiamo.

Attributi che levano di torno non solo il medico, i radicali liberi e tutti i nostri più acerrimi nemici: rosso come il vino, spremuto fresco, dal retrogusto amaro che asciuga la bocca, insomma  mi sono bevuto succo di melograno tutti i giorni e più volte al giorno. 
Cristiana lo preferisce mescolato al succo di due arance. Street food che si trova in ogni angolo di Nablus.

Le zucchine - (kussa) ripiene, piccole, escavate da un taglierino, piene di carne trita e cipolle - resistono prima alla frittura poi alla cottura nello yoghurt, al palato intatte e anche nel colore,  accompagnate da un piatto di riso.

Incontrare solo bambini e anziani e persone dai cinquant'anni in su: dove sono i trentenni dove sono i quarantenni? Devo dirlo dove sono?

lunedì 9 settembre 2013

La parola del Samaritano

Nel silenzio asburgico (le piastrelle a schacchi come nei collegi salesiani, la toponomastica di Cecco Beppe, gli infissi ottocenteschi) dell'Austrian Hospice, mi accorgo di avere bisogno di questa calma d'ovatta e naftalina, della mobilia cristiana, dell'iconografia cristiana. 

Gerusalemme qui sotto rumoreggia di sussurri e grida, muezzin e campane e per qualche ora, di riposo e di sonno (Cristiana dorme e sono le tre del pomeriggio) me ne sto a scrivere respirando lentamente: nelle orecchie la vita del suk nablousino e il mal di testa della sequenza Nablus - Ramallah - Calandia check point - Gerusalemme,  attraverso la porta di Damasco, ah Damasco!

(e l'urbanistica damascena che ha lasciato a Nablus quei - rari ormai - balconi coperti di legno intagliato, così letterari e così veneziani)

Sette anni fa entrai da qui alle sei del mattino: le pietre luccicavano, piene della imminente vampa agostana, nelle strade vuote una sola donna a vendere menta, il passo concitato di due ebrei ortodossi il caffè al cardamomo e Shadi che mi porta al sepolcro, la messa latina in sottofondo.

Oggi mentalmente esausto, capisco la stanchezza di Cristiana, quando diceva che i giorni a Nablus hanno un peso e una durata diversa e... tolgono energie mentali e fisiche.

E mi pare di scrivere un po' a vuoto in cerca di una sintesi o, banalmente, di un inizio. 
Risalire cioè soltanto a ieri e raccontare di padre Cohen Husni Wasef e dei Samaritani del Monte Jerizim

Ma prima, prima di un altro post, computo per me solo, e senza cronologia, le ultime ore:
quanto avessi bisogno di una cena occidentale (ho ordinato carciofi come antipasto e come piatto principale), di bere alcolici, di vedere abiti leggeri e baci appassionati e non più sguardi d'intesa e bellezza da immaginare dietro il velo dietro il trucco; 
quanto avessi bisogno di una certa volgarità, di un paio di stereotipi (il chill out per esempio) e di un pub con la musica*. 

E pensare che a Ramallah con Shadi non volevo andare.

Invece sono contento di avere visto ancora la casa bianca sopra la collina, dove abita la sua famiglia, a Ram, un sobborgo della West Bank e quanto sia per me importante averlo ascoltato.

Come se Shadi mi avesse raccolto e con le parole mi avesse anche un po' guarito.

*da leggere la descrizione del post nel link sopra (e occhio al dominio)

domenica 8 settembre 2013

In the soap

A guardarlo lavorare, inginocchiato, le gambe da un lato, il sedere sul cuscino non sapevo se fosse la sua manualità, così femminea, nel confezionare i cubi di sapone, o la calma dignità di quello sguardo non rassegnato, ma vispo, a colpirmi di più, a farmi commuovere.

Il nome purtroppo, ora non lo ricordo, ma questo uomo anziano lavora a carponi da cinquantanni in completa solitudine nella centenaria fabbrica di sapone, una delle tre rimaste, nel centro di Nablus.

Siamo in un edificio industriale simile alle fabbriche tessili del biellese, dove si prepara l'impasto in un bacile di pietra; al piano di sopra si fa colare sul pavimento la mistura che in poche ore si solidifica.

Immaginate una distesa di sapone spessa cinque centimetri, su cui, camminandoci sopra, un operaio, con un timbro per ogni mano, martella la superficie con il marchio della fabbrica, mentre un altro operario taglia il sapone con un cutter affilato. 

Immaginate cilindri formati dai saponi impilati come mattoncini e lasciati asciugare per settimane: modelli di scenografie oniriche, dietro le quinte del teatro. 

I carelli in legno, il pavimento, i gradini della scala, le colonne, tutto è coperto da una patina sottile, lucida e scivolosa di sapone.

sabato 7 settembre 2013

Al hammouz Cafè

Alle quattro del mattino la voce del muezzin si materializza verticalmente dal minareto che guardacaso sovrasta la nostra camera.
Prima che nelle orecchie mi entra sotto pelle, dentro nelle coronarie e mi sveglia: il ritorno della voce nell'altoparlante, che a debita distanza cullerebbe, ha l'effetto di una sciabolata di aaaaaa e di rimbombi di uuuuuu. Il Vota Antonio, Vota Antonio di un Totò arabo.

Non prendo sonno fino a mattino inoltrato, ma tanta è la voglia di vedere, capire e sapere che mi va bene anche l'insonnia e forse sono i caffè di ieri, nerissimi, al cardamomo con i residui spessi e granulosi sul fondo. 

Nablus val bene un muezzin.

Il suk coperto della città vecchia! la pianta romana di Flavia Neapolina, con il cardo e il decumano, pieni di negozi, di bancarelle e di gente: un'area considerata dall'Onu povera e depressa ma che nasconde, anzi che mostra, per esempio, (più ai nostri occhi che a quella dei nablusini di classe media che popolano i quartieri nuovi e le colline) la ricchezza della cucina, dentro l'architettura di pietre millenarie.

La porta della casa di Fatima e Saed dà sul suk, una porticina di ferro poi gradini ripidi e stretti che si aprono su un cortile quadrato di pietra bianca. 
Qui si consuma l'intera loro vita in cinque stanze con i soffitti in volte a crociera. L'intera vita di Fatima nel mondo semichiuso del suk, lei che mette il velo perchè arrivo io, lei che cucina per l'unico pranzo della giornata.

Mentre con gli occhi arredo la casa secondo il mio gusto - un vizio immaginare lo so, ma che divertimento -, escono dalla cucina i piatti e i vassoi e mi accorgo che è una fortuna conoscere attraverso il cibo seduti a tavola quello che altrimenti mi sarebbe sconosciuto.


Il pasto è dedicato alla melanzana: il piatto forte è la fatteth meqdus, un'altro dei piatti stratificati di qui, melanzane fritte, pane fritto, yoghurt e sopra carne trita;
poi le meqdus: piccole melanzane ripiene di prezzemolo, olio e noci: appena scottate in acqua e poi riempite le melanzane hanno poi tempi di cottura che possono variare a seconda del tempo di conservazione.

venerdì 6 settembre 2013

Sama Nablus

Sono seduto e sto guardando la città dall'alto. I nablusini la sera vengono qui, sul Monte Ebal
Saed, il marito di Fatima, ha uno street bar, con cucina alla griglia: i narghilè (shi-sha) in fila, una stufa da campo dove si scalda l'acqua per il the alla menta e la cioccolata per i bambini. 
Basta una bombola a gas, la brace e una presa elettrica attaccata al palo della luce. 
 
Anziché passeggiare nel suk, o camminare lungo una via di negozi nella città nuova, si sale fino a Sama Nablus, il cielo di Nablus, il cielo sopra Neapolis.

Soffia una brezza rinfrescante, come un vento, senza una direzione precisa. E io mi lascio trasportare dal vento e dal taxi, che corre sui tornanti ignorando precedenze, semafori e la gravidanza di Beatrice che siede dietro.

E rido, la situazione mi fa ridere: il taxista con la cravatta, il volante rotto con l'airbag a vista, infilato come una maglietta dentro un bagaglio improvvisato, le cantilene arabe alla radio, mentre i clacson urlazzano e le mani si agitano.
Tutta la grande famiglia di Fatima e Saed che guarda discreta ogni nostro gesto: il passo discreto e sospeso dell'ospitalità.

Cristiana sta chiacchierando con Fatima, i suoi figli corrono intorno e dietro di noi, intanto macchine di grossa cilindrata, taxi stracolmi, automobili usate e fruste rallentano e parcheggiano lungo la strada.

Un ragazzino rotea con il braccio destro un pentolino bucato pieno di braci, lo deposita sul tavolo, afferra con una pinza una carboncino, la depone sul filtro dell'essenza e mi fa segno di aspirare. Fatima mi dice che per la prima sera mi ha fatto preparare un'essenza di mela non troppo forte, per farmi abituare.

Davanti a noi, oltre la balaustra, la vallata dove si distende Nablus: sulla collina di fronte a destra la comunità samaritana con il celebre tempio, sulla collina di fianco il palazzo palladiano di uno degli uomini più ricchi della Palestina, Muneeb Al Marsi; in fondo dove il sole sta tramontando le luci di Tel Aviv, ad ovest il confine con la Giordania

Se si abbassa lo sguardo il campo profughi di Balata, le cisterne nere dell'acqua, le parabole, sui tetti piatti delle case cime, dietro di me il profilo del Monte Ebal e un posto di vedetta israeliano circondato da un bosco di pini marittimi.

C'è il rischio, mi dicono, che lungo questa costa collinare si costruiscano palazzi e si trasformi questa meta popolare in una colata di cemento.
Intanto si accendono i neon appesi agli alberi del boschetto: ci portano semi di girasole, lupini, bicchieri di the alla menta.

martedì 3 settembre 2013

Against the grain

Ah ciao Cristiana, quanto tempo.. come sta la nonna?
Siamo in via Garibaldi a Candelo, a due passi dalla campana della raccolta vetro, una donna anziana, di bassa statura, un sibilo di voce, l'apice dei denti color avorio saluta così e si mette a raccontare di un padre morto di cancro, di un fratello morto di cancro, di un altro fratello che sta per morire di cancro.
Intanto guardo la campana del vetro, da quel buco non passo, mi scolerei il fondo di una bottiglia di  Barbera, e Cristiana: Lui è mio marito.
E l'altra: Ah sì mi ricordo del matrimonio.
Ammutolisco e mi vedo già gambe all'aria dentro la campana del vetro.

-Ma che cosa ti è venuto in mente di dire che sono tuo marito?
-Per fare in fretta!
-Non abbiamo fatto in fretta.
-Lo so e allora?! Che cosa prendiamo?
Al Conad reagisco con una spesa compulsiva: svuoto gli scaffali dei torcetti, poi salumi e formaggi tutto per sfilare i cattivi pensieri dal fuso di quell'indomita donna, la Parca di Candelo.
***
La superstrada Biella Cossato (quella che mai arriverà a Ghemme) pare un sentiero di asfalto nella boscaglia, la Provincia non fa manutenzione perchè ha troppi debiti a cui pensare e nemmeno i due senatori biellesi, senatori di primo pelo, possono molto. La colpa è comunque di Pantalone che non pulisce le strade. Ma dove sono finiti i soldi? 
-Certo che arriverei a Veruno in venti minuti... - dico a Cristiana: potremmo cenare dai tuoi e dormire a Veruno?
-Non dire cazzate, guida.
***
Vedo sfrecciare Briciolo con la coda dell'occhio lungo il marciapiede di via Bogogno. Briciolo è il cane nero di mio padre, si doveva chiamare Briciola ma siccome è maschio mio padre l'ha chiamato Briciolo. Mio padre classifica i cani come gli esseri umani.