mercoledì 29 maggio 2013

Due cavalli

Noi non si è dormito bene: i cavalli, credo solo due, della due cavalli si sono esibiti prima nel dressage, poi si sono rumorosamente scaldati, alle due di notte e rotti. Rotti noi di certo.

Noi non si è preso più sonno e i sogni, se mai possano dirsi tali, si sono popolati dei personaggi semi-reali del dormiveglia.
Qui poi albeggia poco dopo le quattro e quindi al pari dei galli cedroni, pure le due cavalli grattano e nitriscono all'approssimarsi della luce.

Serata passata con un'amica che ritorna in Italia, serata di arrivederci, di vino, di canzoni italiane e di conoscenze in comune su quanto sia piccolo il mondo e il Biellese sia ancora più piccolo.

Cristiana ha cucinato indian paneer con i peperoni, una quiche di asparagi, poi gli spumini di Massera, che io mordo a etti... Jacopo costipato dall'insolazione al vento e ai marosi di Whitstable, Matilde alla vigilia del ritiro di Cricket ad Arundel.

Noi si aveva una certa tristezza, il meteo non aiuta e ci si copre ancora con dei cardigan slabbrati; tutti noi, gatti e cavalli inclusi, ancora in una mezza stagione dell'anima: io con la faccia del colore di un granchio, i miei soliti libri, i crucci parentali, e Cristiana con gli artisti da mettere d'accordo, la casa da far girare e Jacopo a casa da scuola.

Difficile scrivere di un umore generale, senza citare le cause, i quotidiani incontri e pensieri - ah le emozioni da poco -  che lo provocano, così te le trovi lì scalpitanti e ingolfati come i due cavalli della due cavalli.
E poi si dormiveglia per effetto di un digestivo, placebo che lo stomaco dissolve insieme a tutto il resto.


La foto risale a tre anni fa: la scattammo appena visitammo la casa per la prima volta, ancora occupata dalla signora Smith.
E dato che alle cose ci si affeziona presto, la due cavalli è diventata parte del paesaggio umano e meccanico: cambia posizione ma regolarmente pascola lungo Troutbeck Road

martedì 28 maggio 2013

Chinese Lichtenstein

Una recensione tardiva, perché tardi visitammo la mostra, a ridosso della chiusura, nel senso di orario e di fine della mostra medesima.

Se l'ultima ammissione è alle 17.50 e la chiusura dieci minuti dopo, (vuol dire che) anche per gli organizzatori dieci minuti sono sufficienti.

Infatti: mentre il Lichtenstein dei fumetti e della pittura puntinata è nell'immaginario collettivo, quello della età matura vale tutti quei (anche miei) dieci minuti.

Sono, quelle ispirate ai paesaggi cinesi stile Song Dinasty, tele molto grandi: minuscoli in un angolo fanno capolino uomini, barche, rami d'alberi, i puntini sfumano nel bianco, nell'azzurro, fino alle pennellate forti dello stesso color pastello al centro della tela.

L'ultimo Lichtenstein supera la pop art, diventa zen: serenità, saggezza, afferrare un significato, con uno sguardo puro (non asettico), liberato dal dettaglio e della geometria, che riesce a fare sintesi, ad astrarre, oltre la descrittività del fumetto, oltre la ragionevolezza della prospettiva.

Pittura che ha un arrivo, un approdo. Conquista di un uomo saggio.




venerdì 24 maggio 2013

You will never be safe

Mercoledì alle undici di sera: venti minuti almeno di sirene, le auto della polizia giù sulla statale vanno verso Woolwich, a 6 miglia da New Cross Gate

Sono passate otto ore dall'accoltellamento (un eufemismo) del pomeriggio, ma i militanti dell'English Defence League, chiamati a correo sulle pagine di twitter e facebook dai British patriots, si scontrano con la polizia, minacciando un possibile attacco alle moschee londinesi. 

Il Guardian commenta che nemmeno l'IRA sarebbe arrivata a tanto: puntare con la macchina un soldato, trascinarlo in pieno giorno in mezzo alla strada e infliggerli colpi di macerte e coltellate sotto gli occhi di occasionali passanti. 

Proprio mercoledì tornava sui giornali la foto dell'attentato del 20 luglio 1982 ad Hyde Park: l'IRA fece scoppiare una bomba di chiodi mentre passava la cavalleria reale: quattro soldati morti (e sette cavalli).
Pare si sia finalmente trovato il colpevole (ma gli accordi di pace non avevano messo una pietra sopra il passato?)

Woolwich 2pm: l'omicidio e l'omicida in diretta, con tanto di intervista e telecamere: Bruto uccide brutalmente Cesare e poi parla ai senatori di Roma, occhi spiritati, slogan, le mani ancora insanguinate e il machete. 
Azione! la polizia arriva, sparatoria, gli omicidi, gravemente feriti, vengono portati all'ospedale.

Alla macabra scena si consacra il circo mediatico, mentre il soldato muore - il nome dato il giorno dopo per un residuo di pudore e a guardarne il pallore, quel volto oggi sembra un santino sacrificato alla modernità -  e noi si guarda a sei miglia di distanza.

Volano i coltelli, l'arma più accessibile, utilizzata per il fai da te della vendetta di quartiere, un far west, non tanto far, e ormai troppo west stile.

La città diventa pericolosa - prima invece era un idillio.
Terrorismo o terrore?

Cittadino guardati da chi si imbatte sul tuo cammino! ma come? se siamo parte di e circondati dal melting pot più vario e più libero di sempre?
In nome di dio e dello stato laico.

Accetta la diversità, ma di qualcuno sarà la colpa o no? chi ha vibrato il colpo? 
chi ha lasciato l'ortica salire? ma di questa zuppa l'ortica è ingrediente.

Giovedì sera di nuovo le sirene. La paura del nemico teneva insieme il popolo, ma il nemico era fuori dai confini,  parlava altre lingue altre culture altri tempi.

Ora You will never be safe.
Noi intanto si va al mare.
Whaam


mercoledì 22 maggio 2013

Plastic Sink

Non perché mi senta come il catino, o la broda d'alghe, la ringhiera riflessa nel putridume, la vampa del sole che salva la desolazione del galleggiare, ma per dire, un'altra volta, che trovo il lavoro di Gayle splendido e emozionante (vedi post qui sotto).

Ora non è che voi leggete e io scrivo per farvi visitare i musei, le molte città visibili e invisibili che abitano dentro Londra, piuttosto la sola voglia di condividere la bellezza. 

Pensiero infantile: non è nella piena infanzia che ci accontentiamo di giocare con qualsiasi oggetto, perfino con la spazzatura o le briciole? Come se da bambini avessimo un filtro di colore che ai nostri occhi trasformava quell'oggetto in un collettore della nostra attenzione, un oggetto mitico.

Allora sulla parete del Museo le quaranta e più foto di Gayle sono le istantanee della nostra infanzia, alleggerita e sollevata dalla pesantezza dello sguardo adulto, che non vede e non ricorda.

Ancora: banale (? e curioso) che la parte più vitale della città, il fiume, venga ridotto dalla specie umana a una massima cloaca, e che il Museo mostri questi rifiuti a due passi da Canary Wharf: la ricchezza, la finanza, la metro, i fili wireless del mondo, i produttori di scarti...

...da farmi pensare che il progresso non esista, sia un'invenzione umanista di una specie animale, la nostra, che è evoluta solo perché  ha sopraffatto le altre. 
Con (la) tecnologia 
Emettendo scorie


lunedì 20 maggio 2013

L'Ora del Meridiano di Greenwich 10.13

Capitato in supplenza di Cristiana, con un'aria da dopo lavoro culinario, mi accorgo subito che non si tratta di una inaugurazione come un'altra, di quelle in sordina con gli artisti e poco più, ma una vera e propria venue: ingresso con tappeto (me lo srotolano davanti cinque minuti prima del via) con tanto di buffet, camerieri in livrea e ospiti di riguardo.

Sono davanti al London Museum of Docklands, ricavato da un wharf famoso per la tratta degli schiavi, nel cuore della Londra finanziaria, a Canary Wharf appunto. (Gli schiavi oggi sono oggi le vittime inconsapevoli di efferate transazioni finanziarie?). 
Mi guardo intorno con l'imbarazzo di chi non ha un invito, ma solo insufficienti informazioni dal coniuge, per fortuna ad interrompere il soliloquio sul "mi lasceranno entrare"arriva Gayle con Mathias e figlio al seguito.

Guardatomi intorno, e visto che si accede alla mostra tra un'ora, non mi rimane che applicare l'assunto di Cristiana: gli artisti mangiano, tutti gli altri (fashion, designer etc) bevono. Io sono tutti gli altri.

Infatti raggiungo il terzo bicchiere di rosso al terzo inseguimento di Gayle al figlio e decido di bermi pure un paio di ostriche e di non rifiutare microspiedini dai gusti improbabili (mi verrebbe da dire gusti di/da fiume).

Ma veniamo alla ragione per cui sono qui e sto bevendo: Estuary è una collettiva di dodici artisti, tra cui Gayle Chong Kwan, che raccontano il fiume Tamigi; area vasta quella dell'estuario: dipinta da Constable, descritta da Dickens, zona ultima, ma anche lasciata e ridotta, in questi decenni di crisi industriale, a una terra desolata, alienante, e per questo artisticamente attraente.

The Golden Tide, il lavoro di Gayle, raccoglie, esposta su una parete, una serie di fotografie di rifiuti e detriti emersi dagli argini londinesi del Tamigi. 
L'utilizzo di filtri di colore fa risaltare l'oggetto e l'effetto close up restituisce al rifiuto la fragile dignità di un reperto. A futura memoria.

The Golden Tide mostra così tutto quello che rimane, l'archeologia postmoderna del rifiuto, del left over, del left behind, di quello che in massa tutti, ma proprio tutti, consumiamo e rifiutiamo
Gayle archivia, mostra, evidenzia e quindi mitizza gli oggetti scartati, rifiutati, che riemergono al ritrarsi del fiume, memorie tutte da ricostruire, ma memorie da ciascuno ricostruibili per la quotidiana banalità degli oggetti.

Ieri, lungo gli argini di Henley on Thames, amena località tory a ovest di Londra, il fiume si snoda diverso dal passo pachidermico della capitale. 
I prati a Henley arrivano fino al fiume che scava la terra gentilmente e con pudore; nessuno qui teme inondazioni; le case, alcune dipinte di grigio, parevano bidimensionali. Tutto placido, fermo, sicuro. 

Nel countryside il fiume nasconde ogni cosa e si nasconde, appartiene troppo al paesaggio, gli uomini, come certi uccelli pescatori, lo percorrono in punta di remo, a pelo d'acqua; a Londra invece il Tamigi perde ogni pudore, gioca a mostrare e nascondere, inghiotte e rigurgita, diventa umano.

Non so quale fiume preferisco, indeciso tra l'agguato e la sorpresa.
Il fra
Foto di Gayle Chong Kwan, Plastic chair, tube and disc, The Golden Tide, Estuary, Museum of London Docklands fino al 27 Ottobre.

giovedì 16 maggio 2013

Cesare deve morire


Inizia con la un gruppo di carcerati di Rebibbia che sul palco mettono in scena il Giulio Cesare di Shakespeare: siamo alle battute finali. Gli spettatori applaudono, i carcerati ritornano nelle celle. 

Flashback (dal colore al bianco e nero), si torna indietro di sei mesi: i provini nel carcere, le prove nelle celle, mentre si ramazzano i corridoi, nell'ora d'aria. 

Le prove diventano la narrazione, la realtà del carcere diventa la Roma tardo repubblicana. L'intera tragedia si svolge mescolando la vita quotidiana con il set cinematografico (la luce dei proiettore e il regista teatrale con il copione in mano), il set cinematografico con il palco teatrale.


Quanto ho amato La notte di San Lorenzo (quella scena tremenda della falange greca che trafigge il repubblichino con un nugolo di aste sotto gli occhi innocenti di una bambina), così questo film pieno di pudore e storia:

il senso del classico, di qualcosa che non muore mai, qualcosa di sempre contemporaneo (per esempio quando Salvatore Striano / Bruto dice che di Cesare uccide l'ambizione non l'anima, e si ferma a pensare alla sua vita criminale);

il senso del sociale, dell'utile che ha l'arte quando smuove, quando fa partecipare, quando riesce a cambiare uno status quo, non solo nella realtà delle cose e dei luoghi, ma nell'animo delle persone.

Poi si arriva alla battaglia di Filippi, di nuovo sul palco nel teatro del carcere, di nuovo le immagini a colori, scena finali gli applausi dell'inizio.
La vita ritorna quella di prima.

L'ergastolano Cosimo Rega, che  interpreta Cassio (con un senso del dolente e dell'inevitabile così commovente perché se ne sente la verità), si prepara un caffè lentamente, la moka, il fornellino, l'acqua: Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione.

Sarà stata la sala del BFI che ad ogni film italiano a me vengono i brividi, o magari la storia nella storia nella storia, i vestiti di tutti i giorni, la fascinazione del bianco e nero, il cinema insomma... io e Cristiana siamo usciti fieramente commossi.

martedì 14 maggio 2013

L'Ora del Meridiano di Greenwich 09.13: Mario Biondi in Incognito

Mi piace in chi canta l'esattezza della voce: nel prendere la nota, nell'interpretare. Con questo fatal criterio giudico i cantanti.

Chiedo che la voce sia precisa, ironica, appena prima della o proprio sulla nota.

La premessa per dire che senza volerlo e saperlo mi sono infilato grazie a Paola dentro la Royal Albert Hall per il concerto di Mario Biondi feat. Incognito (o Incognito feat. Mario Biondi).

Bello non avere aspettative, anzi essere tenacemente scettico, visto che mi sognavo una di quelle cantate melodiche all'italiana, e in italiano, nella cornice vittoriana del teatro.

Teatro che è una istituzione culturale come poche al mondo: uno scatolone retorico, un pantheon dalla facciata classica, con di fronte, sul lato di Hyde Park, il monumento al re Alberto. Insomma tutto per Alberto.

Lungo tutto il perimetro la Royal Albert Hall ha ben dodici ingressi (il biglietto riporta in numero dell'ingresso), cinquemila posti (sedie pieghevoli di un'umiltà da cinematografo) e dei dischi fonoassorbenti sotto er cupolone, che riducono la cacofonia dell'acustica. 
Quello che conta è la location: suonare all'Albert Hall infatti vale l'antonomasia.

Il nostro orgoglio italico alzossi quasi subito, anche se all'arrivo degli Incognito alla vista di Bluey, il leader della band, e di un attempato chitarrista ho temuto l'effetto Little Tony.

Che ignorante vero? smentito da musicisti da urlo (basso, percussioni e sax in primis), da tre voci canore altrettanto indimenticabili, dagli Incognito insomma...  e poi Mario Biondi: un animale da palcoscenico, calvizie ma con corpo, voce grattata ma velvety, chocolaty (in inglese si può dire che una voce ha la densità della cioccolata e la morbidezza del velluto! e forse solo in inglese).

In italiano: voce sensuale e maschia che mischia jazz e funk anche con la libertà dei gesti e del corpo, che sono invece mediterranei e italiani. Voce esatta.

Qualcosa di raro, da vedere, da ascoltare (l'album si chiama Sun). Insomma uno spettacolo.

La metà italiana della platea ascoltava e urlava, la metà inglese si alzava a comprare birre e ballava la propria giovinezza, età media sugli anta, giovani non troppi, calmi gli altri mari.

Uscire poi alle undici e fare a piedi tutta Exibition Road: la via più parigina di Londra.

Il mio nome è Biondi, Mario Biondi.
Un italiano a Londra.
Il fra

venerdì 10 maggio 2013

Cimiterismi

Ho preso l'abitudine di sedermi su una panchina nel cimitero di Hampstead che sta dietro l'edificio dove lavoro.

Un'abitudine leopardiana, dietro una siepe leopardiana, al gioco del sole e del vento, sub tegmine fagi, sovrastato da una yucca, che sovrasta l'angelo, che sovrasta me che al mercato mio padre comprò.

Un'abitudine melanconica, crepuscolare, anche se post-meridiana, insomma da sfigati, ma questo passa il convento, anzi il cimitero.

Vi staziono con un libro, a due passi dall'ingresso, dove un tratto di prato ancora libero da cippi viene regolarmente tagliato da due giardinieri: due Caronti dagli occhiali da sole, uno con un mento più appuntito del naso, l'altro con le cuffie anti rumore, che forse musicano al suo timpano un ritmo funky, a giudicare da come trascina la tagliaerba.

Si avvicinano intanto anziani con fiori e borse della spesa, come se fossero di passaggio e mai colpiti dal dolore, (per fortuna le lapidi qui non hanno foto: mi sentirei osservato da pupille puntute come spilli); una dogsitter cinquantenne sguinzaglia tre cani di tre razze e stazze diverse; due iraniani ripuliscono una tomba (questa zona del cimitero è persiana e come la mia panchina: ex voto di un certo Monir Momen); un ragazzo, appena uscito dalla palestra si toglie le Nike e si massaggia i piedi. 


Poi nei miei deliri immagino una falange compatta di militi (ignoti) greci che marciano verso le Termopili, Dorothea Brooke, il gran duca di tutte le Russie Michail Mikhailovich, sepolto lungo il viale.
Insomma farnetico, naufrago in questo mare di lapidi e terreni smussati dalle falde acquifere, dai sussulti geologici di questa parte del globo terraqueo.

Finisce che non leggo, che evito la compagnia dei colleghi, che mi guardo in giro e penso penso penso a tutto questo teatro.

A proposito: questa sera a causa di meccanismi parentali vado alla Royal Albert Hall per il concerto di Mario Biondi. 

Non so chi sia. Ma vado. 

giovedì 9 maggio 2013

Deptford Chung Vietnam

Cristiana dice che sta diventando una zona di ristoranti vietnamiti, con supponenza osservo di conoscerne solo uno, quello dove entriamo, appena tirato a nuovo. Cristiana mi fulmina: abbiamo fame e basta acidità!

Uno dei proprietari (l'impressione che i vietnamiti facciano business in comunismo di beni) sta dipingendo su una parete un paesaggio di mare blu con uno enorme scoglio grigio al centro - Ha Long Bay ? -, mentre i commensali mangiano, perlopiù vietnamiti, mariti di vietnamite e noi. 

Il locale, una stanza, ha il bar con la tivvù accesa su un quiz, dietro la cucina; attorno un viola acceso, fresco di vernice, il pavimento lucidato a nuovo, il bagno e il seminterrato  in piastrelle color pietra, con una saletta ricavata, senza finestre, un tavolo in radica e le sedie dallo schienale alto in pelle con le cuciture a vista: un'aria da Sacra Corona Unita, sezione espatriati da Saigon.

Entra un signore sciancato con la stampella che avevo visto altre volte, ora vestito di tutto punto con un completo e cravatta color caffè si muove con la disinvoltura, appunto in comunismo di beni.

Al tavolo ci serve un cameriere timido, giovane con il capello tirato a nuovo, che mi porta il piatto sbagliato, complice la mia disattenzione, la fame e l'adorazione per qualsivoglia zuppa di noodles.

Ci gira intorno una cameriera, piccola, dagli zigomi pronunciati, con il cipiglio della donna del boss, o forse lei stessa boss, gonna corta, ninnoli al braccio, di quelle che nei film americani ma pure nella vita potrebbe stare in un bordello, con un certo profitto. (A me ricordava la moglie del villico in Priscilla, quella che si esibisce con le palline da ping pong per intenderci).

Ordiniamo un succo di lychee, servito tiepido, dal sapore di castagna e con i pezzi di lychee sul fondo del bicchiere, la zuppa di noodles, i semi di soia con il chilly... e il mescolarsi di una serie di sapori, agrodolci, aciduli, agrumati, cipollagliati, spezzati dal coriandolo, dalle arachidi e da una certa disinvoltura nelle quantità. 

Esperienze che mi fanno nutrire (!) sempre più dubbi su la qualità degli ingredienti che fa la qualità dei piatti

Lo dico un po' brutalmente, ma alla fine bisogna mangiare cibi, che, per chi li vuole davvero godere, abbiano la qualità di nutrire senza darlo troppo a vedere. 
E la cucina orientale nutre e non riempie, e non si occupa troppo della letteratura degli ingredienti (esclusivi solo perché escludono).

Sul numero dei ristoranti Vietnamiti ha ragione Cristiana. Il Chung Viet al 165 Deptford High Street è solo il primo che abbiamo provato.

Seguiranno altre avventure.

lunedì 6 maggio 2013

Banana Bikers


Un altro compleanno andato: undici mocciosi di undici anni più Jacopo, versione mascotte, da coordinare per un lungo pomeriggio, inventandosi  - ogni anno - qualcosa di cool da fare, facendosi appunto un cool così: per l'occasione la banana bike!

Nel prolasso della domenica sera una volta tanto la tonicità del muscolo non deriva dall'utilizzo disinvolto della frizione ma dai pedali della banana bike, che ci rende banana biker.

Ma dove andiamo se la banana bike non abbiamo: basta passare il pomeriggio del giorno di festa a Dulwich Park affitare le banane bike, tricicli bassi ondeggianti e frenanti con moto contrario delle gambe stesse medesime che propellono il giallo bolide lungo le piste del parco.

Dimostratomi padre attivo (compagno di madre organizzatrice) ho inseguito gli undici fasci ormonali, dall'energia preadolescenziale, per qualche miglio, in compagnia di mio figlio, munito della sua propria biciclettina e del casco protettore. Amen.

Il Dulwich Park, un ovale verde in falso piano, vive di un'atmosfera ottocentesca che resiste nelle abitudini silenziose delle passeggiate, negli aquiloni e nei giochi di società pre e post coloniale. 

Infatti sono l'unico che urlazza per richiamare la prole insieme a Jacopo, che si scandalizza, urlazzando appunto, ogni qual volta vede un bagno pubblico, troppo pubblico e poco bagno.

Se non amanti delle banana bike si può scegliere tra multiformi cicli, sedendo in fila o di fianco o di sotto, invece per chi preferesce far andar la barchetta in mezzo al lago, non manca nè il lago nè la barchetta, nè il campo da tennis basket pallavolo pallamano e gabbia per la battuta di cricket, nè gli esercizi all'aperto, stile qui si sana, là ci s'ammala.

Comunque sfiniti, ma felici per avere archiviato, ora noi si va a un ennesimo compleanno, si va senza figli e si va senza macchina, la qual cosa permetterà a me di alzare il gomito destro non solo per girare a sinistra ma anche per bere more than a glass of wine.

domenica 5 maggio 2013

Acque agitate

Tornare da Richmond, da un barbecue, dove ho bevuto un bicchiere di vino, uno, uno solo, a inizio serata, così per togliermi il pensiero. 
Che non mi sono tolto.

Ho infatti bevuto acqua, acqua in tutte le forme: bollicine, lemonade, fanta al mango e passion fruit (non esiste più la fanta fanta, ma spopolano fanta dai fantastici gusti) pure quella lievemente clorata del rubinetto.

La lingua non mi si è sciolta, alticcio non sono diventato, sono rimasto basso, anzi bassiccio. 

Ho mangiato bene, benissimo, la Gabri ha fatto pure il babaganush e le melanzane alle griglia e l'halloumi e i peperoni e un'insalata di zucca lenticchie spinaci e semi di girasole.

Il tutto accompagnato da acqua, accadueò, a c q u a: perchè ho la macchina; perchè a Richmond ci sono andato guidando la Zafira, perchè a casa ci sono tornato guidando la Zafira, e perchè guidare la Zafira in stato di ebbrezza si rischia grosso.

Tra poco scocca l'una, dormono tutti, Cristiana ha gli occhi liquidi, umidi di chi ha conosciuto l'ebbrezza del vino.

Io INVECE, io che conosco i miei limiti, e da stasera li conosco bene, morderei con i canini la scrivania, se non avessi un plotone di rane che mi saltellano nello stomaco, su per i reni e nelle cornee degli occhi!

Buonanotte, vado a farmi una camomilla col prosecco.

mercoledì 1 maggio 2013

Fattoush e Pasolini

La nostra casa, la nostra tavola sono colonie nablousine. Siamo colòni, anche per ribaltare il significato della parola colòno. Anzi no, per ribadirlo: l'inglese clown viene infatti dal latino colonus

Cristiana cucina un'ottima fattoush, ad uso e consumo degli ospiti, un'arma di gola e di sollazzo gastrico a scapito dell'ospite di turno, quando si parla di serata fundraising, di una possibile auction eccetera, insomma di lavoro.

Dalla cena con l'ospite non so cosa sia venuto fuori circa la Palestina (io a un certo punto mi defilo), di certo nel mio caso finirà con un sessione di ipnosi (l'ospite è anche un ipnoterapeuta), di cui fornirò a tempo debito dettagli.

Poi sì le ho chiesto di cucinare la fattoush anche per noi, noi soli: in cucina caritatisFatima, mi dice Cristiana, fa tutto con un coltellino sgrauso e un coltellino sgrauso mai deve mancare in una cucina che si rispetti. E Fatima è pure finita su Vogue Italia.

E quindi per una famiglia di quattro, in abbondanza per due, bisogna si deve è necessario:

in una ciotola capiente tagliare, tagliuzzare, sminuzzare a quadratini, a cubettini:

mezza cipolla bianca,
un grosso pomodoro rosso Ferrari,
un cetriolo,
due foglie di insalata,
una manciata di menta, per inutile esattezza: 12 foglie,
un bel po' di prezzemolo,
un terzo di una pitta grande tostata,

poi spolverarvi sopra un cucchiaino di sumac;

a parte preparare sale olio succo di mezzo limone e al momento di servire mescolare tutto insieme.

Il Pasolini nel titolo non c'entra nulla, volevo c'entrasse o volevo piuttosto centrassi io la serata.

Convinto di andare al BFI per assistere a una serata di spezzoni di film e poesie di Pasolini (il BFI ha in corso una intera rassegna sul regista friulano) mi sono trovato gli spezzoni di PPP e le poesie... di altri,  certamente pertinenti per carità, ma di altri poeti! 

Qui sì che mi ci vorrebbe la camera caritatis, ma taccio e la prossima volta leggo meglio l'invito.