mercoledì 30 gennaio 2013

Kill your Fathers


Credo non servano spiegazioni... ai problemi generazionali dico.

una foto siffatta esce dai  margini





Noi si era a visitare la mostra ad Harts Lane Studios, ricordate no? il garage squottato, ora punto di non so che per gli artisti di New Cross Gate.

Sono un po' cinico ma per gelosia. Se invece dovessi fare il critico d'arte e scimmiottare opinioni che sento dire in casa, l'insieme della mostra, intitolata Body Language, funziona, un po' meno se i pezzi si prendono singolarmente.

Credo di essermi di nuovo spiegato.

Scommetto che finisce Kill your feathers!

lunedì 28 gennaio 2013

L'Ora del Meridiano di Greenwich 02.13

Mi cocina es tuya pare un invito e un saluto, un posto semplice, una cucina altrettanto umile e un punto di ritrovo... inclusivo, un cafè latino a Crystal Palace.  

Il Venezuela abita qui, anzi: una coppia di venezuelani abitano qui, lei Mary cucina, lui Alexis (forse Maria y Aleandro?) serve, con un cappellino rosso in testa e un'aria premurosa, non insistente: En Londres, estamos muy felices de poder compartir  nuestra cocina contigo.

Mi piace questa idea di compartire, senza spocchia e per quello che si è: non l'essenza della venezuelità, non il meglio di, ma appunto e esattamente quello che si è, quello che si sa cucinare, a prezzi ragionevoli, con maniere ragionevoli, senza la finzione del galateo, senza l'allure del gourmant, del buongustaio... quel demone che ci portiamo addosso quando confondiamo assaggiare con mangiare, degustare con bere, sorridere con ridere.

Allora sulle pareti: la cartine politica del Venezuela, cartoline, sciarpe, batacchi, specchi, manifestini e santini, la finistrella in legno con il panorama caraibico, Simon Bolivar, come fossimo nella cabina di un tir sudamericano tratta Maracaibo - San Cristobal... e mi viene in mente quella pubblicità di non so più quale rum (Pampero?), venduto nei peggiori bar di Caracas.

A suo tempo irritato dalla anaffettività di molti locali londinesi (dove invitabilmente il personale cambia di continuo, il costo e l'eleganza del cibo contano assai più dei clienti, i quali diventano troppo preoccupati se quello che mangiano finisce o meno nella top ten di qualche rivista di moda alla moda) mi sono imposto una cura -dimagrante- a base di postacci, in cerca di genuinità, di pane al pane, di vino al vino, di osteria, di cafè latino, di pub imboscato, di cucina domestica non-addomesticabile, di mense ignote, inclassificabili e anonime.

Per esempio: il piatto pieno con l'arepa emoticon e la fagiolata nera in foto.

Mi cocina es tuya non finirà mai nelle classifiche -per fortuna-, se deperirà, non sarà di quel deperimento che ogni business soffre con il ripetersi della formula e del menù, ma piuttosto per l'invecchiamento dei suoi proprietari e avrà sempre il pregio dell'onestà, non quella intellettuale (chi se ne frega!) ma quella dello stomaco: l'onestà che si deve all'apparato digerente.

Empanadas, cachapas o il Guayoyo: una tazza di caffè filtrato, limpido-torbido, come una conversazione quotidiana.
Quello che è insomma, non quello che rappresenta.
Il fra

Mi cocina es tuya sta su un lato del triangolo di vie, al culmine di Crystal Palace, precisamente al 61 Westow Street, Crystal Palace, London SE19 3RW, si rischia pure di non vederlo e sta qui.

venerdì 25 gennaio 2013

Nel fantastico Regno di Cameron

Fr(anc)esco fresco d'essermelo sognato ieri notte: si viaggiava in treno insieme destinazione ignota ma importante -importante per lui certo... Poi noi si scende e io dimentico il libro di Malaparte (quello che leggo nei viaggi in metro), lui me lo riporta e mi passa l'angoscia.

Lui e' David Cameron, non sono un suo fan, ma da ieri, dal suo discorso di ieri che a me non sembra affatto anti-europeista, anzi, pilatesco, furbo, squisitamente politico si', ma non anti-europeista... continuerei a non votarlo, ma mi e' decisamente più simpatico.

La simpatia non e' una categoria della politica, ma io non sono politico e ragiono di stomaco, di testa e anche di rimessa.
Leggo commenti inesatti e pure ingrati e allora faccio da sinistra rispondere uno squillo o una squillo e spezzo una lancia a favore di Dave, il nasty Tory che tanto cortesemente ha viaggiato con me in treno.

Perché si tenga il referendum devono succedere due cose:
che i conservatori vincano da soli e non in coalizione le prossime elezioni  nel 2015;
che, vinte le elezioni, il governo conservatore vada in Europa a trattare delle modifiche ai trattati di adesione alla comunità' europea e che quelle trattative non vadano a buon fine.

La mossa e' politicamente sana e squisitamente tattica:
sana perché con quel referendum si porrebbe fine a una questione noiosissima e visceralmente presente in Inghilterra, e nascostamente o meno in tutti gli stati europei;
sana perche' dichiara una diversità che e' già presente nella cosa più quotidiana: la currency, la moneta, il Pound;
sana perché furbamente lui si dichiara europeo, il suo partito un po' meno, ma l'Inghilterra e' un paese compiutamente europeo per tutto il resto 

Digressione sul resto:
Io e Cristiana siamo (stati integrati) in questo paese in quanto cittadini europei con diritti acquisiti e garantiti dall'Unione: nel giro di poche settimane, in qualche caso di giorni, in un caso di minuti, abbiamo avuto tessere sanitarie, patente, iscrizione scolastica, assegni familiari, diritto di voto, informazione sulle tasse, sulle modalità di denunciare i nostri redditi eccetera. Non sono sicuro ma dubito che un cittadino inglese abbia in Italia la stessa accoglienza burocratica che un italiano ha in Inghilterra.

Il carattere europeo degli inglesi da sempre sta nell'essere isolani, non (auto) isolati, diversi non distanti*, e nonostante il loro bianco bianchissimo perfino pallido patriottismo hanno dal dopoguerra in poi accolto torme di stranieri (diciamo extraeuropei delle colonie) e oggi di europei, specialmente di mediterranei e li hanno integrati (hanno cercato di integrarli). Gli europei più degli extra europei.

domenica 20 gennaio 2013

L'Ora del Meridiano di Greenwich 01.13

Domenica pomeriggio, Londra: nevica a granelli, ma copiosamente. 
Intanto il bollito bolle e il nero snellisce, anzi snella. 

Ho la testa in Italia: vecchie-nuove cose di famiglia, quelle che capitano con un tempismo da nodi che vengono al pettine. 
Annoto ad usum fabricae che ho parlato a mio padre come mio padre dovrebbe parlare a me, o avrebbe dovuto. 

Giovedì sera, esco da London Bridge e infilo Tooley Street, mi impacchetto dentro quel che rimane del mio paltò, un loden con collo lapin che strappa a chi non mi conosce ancora qualche complimento. 

Calzo le nuove scarpe del Dr Scholl, trampoli ortopedici che mi fanno crescere l'altezza e pure l'autostima e assumo un'andatura provvisoria da zeppe ai piedi (anche da chi se l'è fatta addosso) al punto che con la neve sembro quel gran pezzo dell'Ubaldo, tutto goffo, tutto alto.

Mi imbatto -letteralmente- in Gayle e Juan che forse da qualche secondo, guardandomi non visti, sorridevano di me. 

Non vedo Juan da anni, lui mi ha invitato alla presentazione di P.E.A.R, rivista di architettura, del cui ultimo numero, dedicato a Medellin, Juan è l'host editor
Entriamo nell'edificio di The Architecture Foundation, dentro una delle tipiche costruzioni lungofiume della Londra imperiale e mercantile.

La pubblicazione si intitola Medellin through a Kaleidoscope: una città caleidoscopica, da augurare a tutti, per lo spettacolo di vita, l'impressionante baraonda del traffico, l'euforia culturale, i progetti urbanistici, i mercati di frutta verdura, il cibo per le strade, le persone nude-vestite e le tempeste tropicali. Il Tropico infatti passa invisibile, come questo Meridiano, e per tutto l'anno divide il giorno in dodici ore di luce e dodici di buio.

Vorrei tornare a Medellin per ritrovare insieme a qualche amico, la luce compatta e gialla dei quartieri, la ricchezza dei frutti, l'arepa con queso, le donne di carnagione scura, nessuna mai pallida o povera di spirito, e le sorprese ad ogni agolo di strada, una dose di leggerezza, una dose di aguardiente e di fumo.

Stiamo dentro l'edificio per quasi un paio d'ore, Juan fa una presentazione sulla città, Gayle mi confessa come al solito, senza giri di parole, come se a lei non si potesse mentire o tacere. 
Juan ha delle rughe agli occhi che non gli ricordavo, forse non l'avevo mai guardato da così vicino: accade quando una persona la si incontra ogni giorno -siamo stati colleghi a lungo- e non la si osserva mai.

Circondati da architetti vestiti da architetti (si potrebbe dire l'eleganza informale di chi non porta la cravatta, ma porta su di sè un seasonal casual friday) sembriamo vagamente fuori posto. 

Juan rimane, si tratta pure della sua prima volta a Londra, noi invece andiamo, il Tamigi a due passi, l'aria che sullo zero termico preannuncia senza mentire la prossima neve. 
Il fra

lunedì 14 gennaio 2013

Il primo albero, Giuseppe Penone

L'installazione di Giuseppe Penone per The Bloomberg Commission alla Whitechapel Gallery si chiama Spazio di Luce (fino al prossimo undici agosto).

Un albero sdraiato, un albero svuotato, la sola corteccia dall'interno dorato e dall'esterno in una lega di bronzo, il cilindro tagliato in tre punti, appoggiato ai suoi propri rami.

Un'impronta archeologica, un fossile primordiale, che si puo' toccare e guardare dentro, senza teca, al tatto dei bambini, che ci curiosano dentro, che si divertono al parco (giochi) dell'arte.

Un pezzo che fa il paio e le scarpe all'ossuto dinosauro in scala reale al Natural History Museum, un pezzo che si puo' anche non capire o non voler capire, intanto rimane li' come una impronta, un cocciuto reperto del mondo, più grande del suo creatore.

Noi passiamo, l'albero - eterno come un abete, una sequoia o un ulivo - resta, postumo pure ai posteri.

Da vedere.

Qui il link con il video e le parole dell'artista.

domenica 6 gennaio 2013

Duemiladodici libri

Nell'ultimo giorno utile... non un bell'inizio per il primo post, ma mai sottrarsi alla verità dei fatti.

Nell'ultimo giorno utile, dicevo, nonostante due figli per l'occasione noiosetti, si visita (io per la prima volta) la prima vera Tate, (dedicata al)la Britain, di là dal Tamigi, di fronte o quasi all'edificio dei servizi segreti: l'MI6 del sempre redivivo my name is Bond, James Bond
Più precisamente le sale dei quattro finalisti del Turner Prize e la mostra dei Pre-Raffaelliti.

Ma non è di loro... infatti recensire nell'ultimo giorno utile - e tre! - in zona Cesarini, anzi in zona Pimlico, sa di beffa per i venticinque lettori. D'altronde per l'arte io sono un acquisito, non un addetto ai lavori: i preraffaelliti poi non mi piacciono punto!

Punto.

Nel primo post utile recensisco invece l'attività a cui dedico ogni minuto libero della mia esistenza, dei miei viaggi in metro treno bus, delle mie pause, dei pomeriggi sonnolenti per troppa calura, troppa pioggia o troppo freddo: la lettura.

Dal vangelo secondo me e dall'Albero del Riccio di Andrea (fornitore milanese di prime edizioni e di autori che per educazione scolastica e altre pigrizie ho ignorato) non cinque bensì undici esemplari che, se non allungato, hanno arricchito la mia vita, svuotandone le tasche.

D'altronde incapace di scrivere il famoso romanzo, non rimane che vantarsi di leggere: esercizio che porta con sè oltra ad un'innata propensione a spendere, un allenato occhio per bancarelle e bric-à-brac e addirittura forme incontrollate di ec-citazione.