martedì 17 dicembre 2013

Le notti di Cabiria

Anzi una notte e mezza soltanto... quasi due, di Cabiria.

La seconda gatta soddisfa il sogno borghese, una certa agiatezza, la stabilità e la stanzialità nella casa, una vaga idea di fare del bene, di trattare - si dice - gli animali come gli uomini.

Non si tratta di giustificarsi, piuttosto, per me e pure per Cristiana, refrattari da sempre a occuparci di altre forme viventi, l'essere diventati più comprensivi e più anglosassoni almeno verso i felini (Fellini!) e la felinità (Fellinità).
Tinkerbell ha abituato tutti noi all'indipendenza, a un affetto misurato, scaltro, mai falso.

Per fortuna i gatti non parlano, non manca a loro il dono della parola, la parola non sarebbe affatto un dono per queste creature, sarebbe una iattura: come saprebbero altrimenti dare alle emozioni e ai sentimenti, il fascino muto dello sfiorarsi, del vellicare, il tango dell'avvicinarsi annusando a passi morbidi, prudenti.
I gatti conoscono l'indipendenza degli affetti, perché conoscono le emozioni. 


Ho imparato, a mie spese, a spese del mio bruciante sarcasmo, che i gatti restituiscono assai di più di quello che viene loro dato: in tutto questo definitivo non parlarsi, non dipendere, in tutto questo emozionarsi senza vocaboli, senza comizi e tiritere i gatti ci indicano un silenzio primordiale, un modo di comunicare perduto.

Cabiria ha due anni, si chiamava prima Mango, un nome maschile per la grammatica italiana, scelta da Matilde, prima sul sito e poi raccolta dal monolocale di vetro che il Battersea Dog and Cat Home riserva ad ogni suo ospite. 

Cabiria apparteneva ad un'altra famiglia che ha deciso di vivere all'estero, Battersea al pari di Tinkerbell, ce l'ha consegnata sterilizzata, con il microchip, l'assicurazione (quattro settimane rinnovabili, se crediamo) con il kit dei primi giorni e un libretto di istruzioni, da sfogliare, data l'esperienza acquisita con la precedente, al capitolo Introducing your cat to your resident cat.

Ora in quattro tentiamo l'avvicinamento seguendo non alla lettera, ma all'italiana il suddetto capitolo, quindi apriamo l'uscio della stanza in cui abbiamo confinato l'una verso gli spazi dell'altra, accarezziamo entrambe con matematica devozione (dura per le abitudini mie e del mio demone, Tinkerbell), distribuiamo gli odori delle due diaconesse, come monatti a casa propria.

Questa notte di Cabiria passa anche per me, lei e l'insonnia, l'accordatore notturno, mi fanno compagnia; l'altra, il mio demone, gira per casa a preparare agguati emotivi (adesso vigile stazione come statua dietro alla porta e mi chiama senza strazio, puntuale, precisa), fino al suo bastione preferito, il letto mio e di Cristiana.

Io non ho bisogno di niente, diceva la Cabiria di Fellini; era una puttana Cabiria, con il volto innocente, spavaldo, clownesco e fragile di Giulietta Masina, la Gelsomina de La Strada. Anche lei a proclamare quell'indipendenza e allo stesso tempo il disperato bisogno di affetto, un bisogno emozionale che non si misura, non si dimostra, ma le sta addosso, nel corpo, nel viso.

Questo mi piace da sempre di Fellini e di quasi tutti i suoi film: la mancanza di un significato recondito, la presenza di mondi paralleli, di sequenze slegate, di apparizioni fulminee, di sogni dentro unità di tempi e luoghi. I silenzi carichi di emozioni (non vuoti, angoscianti, terribilmente estetici come in Antonioni), le moine delle donne, i balli sgangherati, le iperboli, gli sguardi dai pertugi (a sceneggiare Cabiria signori come Flaiano e un giovane Pasolini, di Nino Rota le musiche).

Fellini, il felino e Cabiria la gatta (ora dietro lo scaffale dei libri, vedetta alla notte).

(giorni, questi di dicembre che sono sere prolungate e lunghissime) ma poi sono solo gatti, sono solo film.

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