lunedì 4 novembre 2013

'Cause, baby, you're a firework

Non potendo gareggiare in velocità con un airbus, mio suocero ha sfidato la EasyJet partendo domenica mattina, prima delle galline... mai che se la prenda comoda.
Da martedì sera si è dedicato a tempo pieno ai bambini: torneo di ping pong sul tavolo da pranzo (la pipa del narghilè come rete e vince il primo che fa cento punti, partite che durano un'eternita), gite al parco con scooter e attrezzatura da cricket, reiterato gioco a nascondino fino allo sfinimento dei partecipanti (ucci ucci sento odor di cristianucci), pressanti richieste di nuovi pattini (voi provvedete al necessario, io al superfluo).

Matilde e mio suocero hanno in comune l'effetto trapano: insistere fino a vincere gli avversari, io e Cristiana, per sfinimento.

Noi cediamo e non cediamo a seconda della percussione del trapano, ma talvolta cede lui se non altro fisicamente: mercoledì sera ritorno a casa dal Cinnamon Soho e Andrea giace diagonale sul divano, occhi chiusi posa rigida (colpo al cuore?!). Lo sveglio, lui recupera energie sufficienti a mettere a letto i bambini e se stesso, non necessariamente in questo ordine.

Io vago piuttosto assente tra un festa e l'altra in un tripudio di fuochi d'artificio, per fortuna non mi chiedono di accenderli: mi guardano e sanno che sarei doloso.

Da Vivek e Archie festeggiamo Diwali, il capodanno indiano, tiro fuori dall'armadio il vestito che Pratul mi regalò anni fa, inizio con il dolce finisco con il salato, vestiti, atmosfera e musiche da Bollywood, un clown intrattiene i bambini, io flirto in giro e bevo solo gin tonic, dal secondo in poi me lo faccio io. 

(La sensazione di essere invecchiato in una sera sola. Inesorabilmente.) Cambio umore e rido nello stesso minuto. A chi mi dice che ne dimostro meno, rispondo con una smorfia e un complimento. 
Solo noi sappiamo quante bugie ci raccontiamo e gli altri... beh gli altri dicano di me quello che vogliono.

Fuori piove (dio quanto sono allegri i bambini), Jacopo mangia pure il pollo affumicato, appena si accorge di avere fame, corre, non si stanca mai, Cristiana indossa il vestito charleston senza maniche, preso venti anni fa in qualche bottega di vintage.

Parlo con uno che è stato in Galles per un settimana di meditazione con un guru induista dalle fattezze danesi, mi dice che ora vive di più nel presente - lui e immagino pure il danese -; vorrei vivere anche io nel presente ma non ci riesco e non ci riesco nemmeno mentre gli parlo, comunque lui non mi ascolta, alla prima scappo a farmi un drink e lo lascio nel presente, nel suo presente.

Nel frattempo i fuochi artificiali scoppiano dentro un cielo corto, di nuvole, e pioviggina; in una specie di gabbia un fuoco reale esorcizza educato la luna - e i falò -, senza nemmeno scaldare. 
Manca un pannello nella recinzione, potrei entrare nel giardino del vicino, ma fa buio, troppo buio. 

Fuochetto scherzetto.


Quasi tutti noi ci ritroviamo il giorno dopo al di là della strada, da K. per la Bonfire Night, quasi non ci salutiamo, ma continuiamo a parlarci come se fosse la stessa festa.

K. ha coperto il terrazzo con un tendone provvisorio, che si gonfia alle raffiche di vento, giù nel giardino una carriola fa da braciere a una catasta di legna, tutt'attorno sfrigolano e scintillano i carboni; 
poi K. porta in giardino una cassa intera di fuochi d'artificio, sui fianchi il nome Desert Storm, io intanto porto il vino e dimentico il mio bicchiere in giro (voglio provare quel gin mezzo inglese e mezzo islandese, ma sparisce subito e poi sto andando di rosso o in rosso).

Edmund non viene perchè ha un terribile raffreddore, considerato che lo vedo una volta l'anno proprio qui alla festa di K., vorrà dire che questa sera niente libri e letteratura, ma fuochi fatui, fatali, artificiali.

Intanto inizia la sarabanda, alla balaustra ci sporgiamo a turno, alle signore piace l'odore di bruciato delle detonazioni, a me invece ricorda l'odore dei mozziconi di sigaretta bagnati. In silenzio mi ripeto che preferisco le grigliate. 
Mi consumo parlando con Laura un tempo infinito, lei mi racconta della sua vita in Australia interrotta a diciott'anni per seguire i genitori in Inghilterra. Non è più tornata in Australia
Sfinito, aspetto di ballare e ballo quasi da solo. 

Fuochetto, scherzetto.

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