venerdì 6 settembre 2013

Sama Nablus

Sono seduto e sto guardando la città dall'alto. I nablusini la sera vengono qui, sul Monte Ebal
Saed, il marito di Fatima, ha uno street bar, con cucina alla griglia: i narghilè (shi-sha) in fila, una stufa da campo dove si scalda l'acqua per il the alla menta e la cioccolata per i bambini. 
Basta una bombola a gas, la brace e una presa elettrica attaccata al palo della luce. 
 
Anziché passeggiare nel suk, o camminare lungo una via di negozi nella città nuova, si sale fino a Sama Nablus, il cielo di Nablus, il cielo sopra Neapolis.

Soffia una brezza rinfrescante, come un vento, senza una direzione precisa. E io mi lascio trasportare dal vento e dal taxi, che corre sui tornanti ignorando precedenze, semafori e la gravidanza di Beatrice che siede dietro.

E rido, la situazione mi fa ridere: il taxista con la cravatta, il volante rotto con l'airbag a vista, infilato come una maglietta dentro un bagaglio improvvisato, le cantilene arabe alla radio, mentre i clacson urlazzano e le mani si agitano.
Tutta la grande famiglia di Fatima e Saed che guarda discreta ogni nostro gesto: il passo discreto e sospeso dell'ospitalità.

Cristiana sta chiacchierando con Fatima, i suoi figli corrono intorno e dietro di noi, intanto macchine di grossa cilindrata, taxi stracolmi, automobili usate e fruste rallentano e parcheggiano lungo la strada.

Un ragazzino rotea con il braccio destro un pentolino bucato pieno di braci, lo deposita sul tavolo, afferra con una pinza una carboncino, la depone sul filtro dell'essenza e mi fa segno di aspirare. Fatima mi dice che per la prima sera mi ha fatto preparare un'essenza di mela non troppo forte, per farmi abituare.

Davanti a noi, oltre la balaustra, la vallata dove si distende Nablus: sulla collina di fronte a destra la comunità samaritana con il celebre tempio, sulla collina di fianco il palazzo palladiano di uno degli uomini più ricchi della Palestina, Muneeb Al Marsi; in fondo dove il sole sta tramontando le luci di Tel Aviv, ad ovest il confine con la Giordania

Se si abbassa lo sguardo il campo profughi di Balata, le cisterne nere dell'acqua, le parabole, sui tetti piatti delle case cime, dietro di me il profilo del Monte Ebal e un posto di vedetta israeliano circondato da un bosco di pini marittimi.

C'è il rischio, mi dicono, che lungo questa costa collinare si costruiscano palazzi e si trasformi questa meta popolare in una colata di cemento.
Intanto si accendono i neon appesi agli alberi del boschetto: ci portano semi di girasole, lupini, bicchieri di the alla menta.




Aiuto Saed a preparare i kofta: tre pezzi di cane trita, un pezzo di cipolla, un quarto di pomodoro infilati per la lunghezza per ogni spiedo.
Ci intendiamo a gesti, io non parlo arabo, lui non parla inglese; due uomini pingui mi guardano, fumando lentamente; l'aroma dolciastro del narghilè si confonde con il vento e con l'odore degli aghi di pino; mentre parla, Fatima pulisce delle piccole zucchine (kussa) con uno stiletto concavo.

Mi viene in mente mia nonna Ada con sua sorella Aurora quando sgranavano le pannocchie sotto l'oleandro della corte di casa di Veruno (ed era improbabile, ora che ci penso, quell' oleandro che si arrampicava come una vite fin sotto la ringhiera del balcone). Discorrere d'altro mentre si cucina si spela si sbuccia, con la stessa calma che ha Fatima adesso.

Mohamed, sette anni, rotea un altro pentolino per il mio narghilè, mio figlio Jacopo, ridendo ustionandosi, avrebbe bruciato il boschetto: qui i bambini crescono in fretta, imitano i grandi.

Nonostante l'abbondante e memorabile pranzo di benvenuto (un post a parte) riusciamo a mangiare pure gli spiedini di carne.
I più piccoli si stanno addormentando, così entriamo in sei nel taxi e scendiamo  alla città vecchia quando ormai è mezzanotte.
Musi smagriti di gatti spuntano dai vicoli e i galli, ignari del tempo, iniziano a cantare.

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