lunedì 9 settembre 2013

La parola del Samaritano

Nel silenzio asburgico (le piastrelle a schacchi come nei collegi salesiani, la toponomastica di Cecco Beppe, gli infissi ottocenteschi) dell'Austrian Hospice, mi accorgo di avere bisogno di questa calma d'ovatta e naftalina, della mobilia cristiana, dell'iconografia cristiana. 

Gerusalemme qui sotto rumoreggia di sussurri e grida, muezzin e campane e per qualche ora, di riposo e di sonno (Cristiana dorme e sono le tre del pomeriggio) me ne sto a scrivere respirando lentamente: nelle orecchie la vita del suk nablousino e il mal di testa della sequenza Nablus - Ramallah - Calandia check point - Gerusalemme,  attraverso la porta di Damasco, ah Damasco!

(e l'urbanistica damascena che ha lasciato a Nablus quei - rari ormai - balconi coperti di legno intagliato, così letterari e così veneziani)

Sette anni fa entrai da qui alle sei del mattino: le pietre luccicavano, piene della imminente vampa agostana, nelle strade vuote una sola donna a vendere menta, il passo concitato di due ebrei ortodossi il caffè al cardamomo e Shadi che mi porta al sepolcro, la messa latina in sottofondo.

Oggi mentalmente esausto, capisco la stanchezza di Cristiana, quando diceva che i giorni a Nablus hanno un peso e una durata diversa e... tolgono energie mentali e fisiche.

E mi pare di scrivere un po' a vuoto in cerca di una sintesi o, banalmente, di un inizio. 
Risalire cioè soltanto a ieri e raccontare di padre Cohen Husni Wasef e dei Samaritani del Monte Jerizim

Ma prima, prima di un altro post, computo per me solo, e senza cronologia, le ultime ore:
quanto avessi bisogno di una cena occidentale (ho ordinato carciofi come antipasto e come piatto principale), di bere alcolici, di vedere abiti leggeri e baci appassionati e non più sguardi d'intesa e bellezza da immaginare dietro il velo dietro il trucco; 
quanto avessi bisogno di una certa volgarità, di un paio di stereotipi (il chill out per esempio) e di un pub con la musica*. 

E pensare che a Ramallah con Shadi non volevo andare.

Invece sono contento di avere visto ancora la casa bianca sopra la collina, dove abita la sua famiglia, a Ram, un sobborgo della West Bank e quanto sia per me importante averlo ascoltato.

Come se Shadi mi avesse raccolto e con le parole mi avesse anche un po' guarito.

*da leggere la descrizione del post nel link sopra (e occhio al dominio)

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