domenica 8 settembre 2013

In the soap

A guardarlo lavorare, inginocchiato, le gambe da un lato, il sedere sul cuscino non sapevo se fosse la sua manualità, così femminea, nel confezionare i cubi di sapone, o la calma dignità di quello sguardo non rassegnato, ma vispo, a colpirmi di più, a farmi commuovere.

Il nome purtroppo, ora non lo ricordo, ma questo uomo anziano lavora a carponi da cinquantanni in completa solitudine nella centenaria fabbrica di sapone, una delle tre rimaste, nel centro di Nablus.

Siamo in un edificio industriale simile alle fabbriche tessili del biellese, dove si prepara l'impasto in un bacile di pietra; al piano di sopra si fa colare sul pavimento la mistura che in poche ore si solidifica.

Immaginate una distesa di sapone spessa cinque centimetri, su cui, camminandoci sopra, un operaio, con un timbro per ogni mano, martella la superficie con il marchio della fabbrica, mentre un altro operario taglia il sapone con un cutter affilato. 

Immaginate cilindri formati dai saponi impilati come mattoncini e lasciati asciugare per settimane: modelli di scenografie oniriche, dietro le quinte del teatro. 

I carelli in legno, il pavimento, i gradini della scala, le colonne, tutto è coperto da una patina sottile, lucida e scivolosa di sapone.
Vestono tutti un paio di pantaloni di tela e una camicia a righe e vogliono farsi fotografare, anche il proprietario, Abdul Toucan, che parla con me e Cristiana: metà del sapone va in Giordania, l'altra metà soprattutto in Europa: Germania e Svezia.

E se la Giordania interrompesse la domanda? che cosa può accadere? Se si chiudesse, la fabbrica, vuota per anni, diventerebbe poi un edificio moderno, anonimo, ricostruito in fretta? per esempio un magazzino di giocattoli made in China, piastrellato con l'aria condizionata e i soffitti bassi.

E in cosa consiste il progresso qui a Nablus, in questa fabbrica? meccanizzare la produzione? dare diritti e tutela a questi quattro operai pagati in contanti? i quali probabilmente lavorano a singhiozzo, più di otto ore al giorno, con le schiene doloranti e le ginocchia rattrappite.

Meglio l'eleganza di questi spazi, la lavorazione artigianale, la stumentazione rudimentale, la quotidiana mescola dei rapporti umani, il salario minimo? 
oppure: meglio il marketing, la produzione in serie, le procedure di sicurezza, la gestione delle risorse umane e il contratto di categoria?
oppure ancora: meglio le bancarelle e i negozi di giocattoli in plastica, le cineserie varie, che danno lavoro ai giovani e attraggono clienti di tutti i generi e le età? 
a scapito del sapone, a favore del bagno schiuma della Glaxo
a scapito di quanto appare oggi autentico, a favore di quando appare comodo, attraente? 
old fashioned vs contemporaneo?

Pare il tema del giorno questo, anche quando Beatrice mi porta a comprare il pane nella città vecchia: due fratelli praparano il pane in un forno a legna dentro uno scantinato di palazzo Toucan, ordiniamo e aspettiamo che sia pronto. Si può perfino portare da casa il condimento da metterci sopra.

Che cosa c'è di più buono di questo pane? di più autentico che aspettare? 
Viene confezionato in carta da giornale su una vecchia 127 gialla parcheggiata fuori che fa da bancone, neanche tanto improvvisato. 
I due fornai hanno gli occhi rossi, fumano mentre lavorano, un terzo vende il pane ai passanti del suk, gli manca il braccio destro e saluta Beatrice con molta gentilezza.

Mentre aspettiamo, andiamo a visitare il palazzo, semi abitato dalla numerosa famiglia dei Toucan e da altri fortunosi e occasionali inquilini: un cortile da mille e una notte, una fontana vuota al centro, due alberi di limone, un'altalena fatta con un copertone, la volta di un arco collassata, muri in pietra, scale, polvere, gatti.

Ammutolisco e non so perchè, forse la presunzione del "che fare?" la ridicolaggine dell'intellettuale e altre banalità del mio private West

Si tratta di ieri o di secoli fa?

Regardless grown,
A Quartz contentment, like a stone -


First - Chill - then Stupor - then the letting go.

Allora così: fino a lasciarsi andare.

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