sabato 7 settembre 2013

Al hammouz Cafè

Alle quattro del mattino la voce del muezzin si materializza verticalmente dal minareto che guardacaso sovrasta la nostra camera.
Prima che nelle orecchie mi entra sotto pelle, dentro nelle coronarie e mi sveglia: il ritorno della voce nell'altoparlante, che a debita distanza cullerebbe, ha l'effetto di una sciabolata di aaaaaa e di rimbombi di uuuuuu. Il Vota Antonio, Vota Antonio di un Totò arabo.

Non prendo sonno fino a mattino inoltrato, ma tanta è la voglia di vedere, capire e sapere che mi va bene anche l'insonnia e forse sono i caffè di ieri, nerissimi, al cardamomo con i residui spessi e granulosi sul fondo. 

Nablus val bene un muezzin.

Il suk coperto della città vecchia! la pianta romana di Flavia Neapolina, con il cardo e il decumano, pieni di negozi, di bancarelle e di gente: un'area considerata dall'Onu povera e depressa ma che nasconde, anzi che mostra, per esempio, (più ai nostri occhi che a quella dei nablusini di classe media che popolano i quartieri nuovi e le colline) la ricchezza della cucina, dentro l'architettura di pietre millenarie.

La porta della casa di Fatima e Saed dà sul suk, una porticina di ferro poi gradini ripidi e stretti che si aprono su un cortile quadrato di pietra bianca. 
Qui si consuma l'intera loro vita in cinque stanze con i soffitti in volte a crociera. L'intera vita di Fatima nel mondo semichiuso del suk, lei che mette il velo perchè arrivo io, lei che cucina per l'unico pranzo della giornata.

Mentre con gli occhi arredo la casa secondo il mio gusto - un vizio immaginare lo so, ma che divertimento -, escono dalla cucina i piatti e i vassoi e mi accorgo che è una fortuna conoscere attraverso il cibo seduti a tavola quello che altrimenti mi sarebbe sconosciuto.


Il pasto è dedicato alla melanzana: il piatto forte è la fatteth meqdus, un'altro dei piatti stratificati di qui, melanzane fritte, pane fritto, yoghurt e sopra carne trita;
poi le meqdus: piccole melanzane ripiene di prezzemolo, olio e noci: appena scottate in acqua e poi riempite le melanzane hanno poi tempi di cottura che possono variare a seconda del tempo di conservazione.
Adoro vedere le dita lunghe di Fatima, perfettamente curate, muoversi con cura, afferrare gli ingredienti e gli utensili e gesticolare sui piatti, falangi vellutate che mostrano una perizia chirurgica, morbida.
La cucina di Fatima è esatta, non ha sbavature: le verdure sono al giusto grado di frittura o di bollitura, sono tenere ma consistenti, mantengono il proprio sapore e trasportano gli altri ingredienti, conservando l'eleganza della propria forma.

Perchè nelle discussioni di questi giorni non si parla altro che di cibo, anzi di cibo siamo circondati:  come descriverlo? come farlo uscire dal quotidiano? come ricercarne la storia l'etimo le varianti? come mostrare questo patrimonio, la bellezza delle donne e l'originalità e le tradizioni del luogo?

Nablus è un posto unico, ma complesso, contradditorio: i ruoli all'interno della famiglia, i tempi della vita sono diversi dai nostri, seguono ritmi e gerarchie da conoscere, da rispettare... ma poi anche da cambiare.
I posti più belli sono quelli oggi più poveri, più conservativi, più tradizionalisti, la vecchia città appunto, e proprio perchè tali sono potenzialmente i più ricchi, i più originali i più innovativi, perchè genuini, perchè inconsapevolmente portatori di storia e del senso di comunità e di identità.


Difficile parlare di tutto questo ma avvincente, ah quanto avvincente!
Sotto l'ombra dei limoni del Al hammouz cafè,  parliamo a lungo: gli alberi in questo patio semi coperto (uno dei locali più vecchi della città), pitturati a calce nel fusto, sono numerati (al posto dei tavolini?), fa caldo, non si fa altro che bere o the bollenti alla salvia o limonate o acqua in bicchieri serviti alle coppie di uomini presenti il narghilè.

Beatrice e Cristiana sono le uniche donne, Fatima (il posto - lei racconta poi - viene soprannominato dalle donne locali il caffè delle divorziate) qui non osa ancora entrare e quello che a noi pare scontato e ovvio, non lo è mai per chi deve scegliere per sè abitudini nuove.

Nella top ten immaginaria, mai stilata, dei posti che ho visitato, difficile non fare entrare questo caffè, moderno e vecchio allo stesso tempo, laico, socialista, ma pure tradizionale: infatti sta al confine tra la città nuova e quella vecchia, un confine non solo geografico.

Invece nella top ten entra di certo il suk, alla sera vuoto - questo di Nablus ha il tratto coperto più lungo della Cisgiordania, lo dicono con orgoglio ma capirai... -, le luci al neon gialle sembrano impregnare l'aria che la pietra dei muri e l'acciottolato riverberano, le saracinesche di ferro chiuse, mentre passano gruppi di uomini come in una scena western, i gatti miagolano la loro fame, nessuno in giro, tranne la vita dietro le porte, come il fuoco sotto la cenere. 

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