martedì 3 settembre 2013

Against the grain

Ah ciao Cristiana, quanto tempo.. come sta la nonna?
Siamo in via Garibaldi a Candelo, a due passi dalla campana della raccolta vetro, una donna anziana, di bassa statura, un sibilo di voce, l'apice dei denti color avorio saluta così e si mette a raccontare di un padre morto di cancro, di un fratello morto di cancro, di un altro fratello che sta per morire di cancro.
Intanto guardo la campana del vetro, da quel buco non passo, mi scolerei il fondo di una bottiglia di  Barbera, e Cristiana: Lui è mio marito.
E l'altra: Ah sì mi ricordo del matrimonio.
Ammutolisco e mi vedo già gambe all'aria dentro la campana del vetro.

-Ma che cosa ti è venuto in mente di dire che sono tuo marito?
-Per fare in fretta!
-Non abbiamo fatto in fretta.
-Lo so e allora?! Che cosa prendiamo?
Al Conad reagisco con una spesa compulsiva: svuoto gli scaffali dei torcetti, poi salumi e formaggi tutto per sfilare i cattivi pensieri dal fuso di quell'indomita donna, la Parca di Candelo.
***
La superstrada Biella Cossato (quella che mai arriverà a Ghemme) pare un sentiero di asfalto nella boscaglia, la Provincia non fa manutenzione perchè ha troppi debiti a cui pensare e nemmeno i due senatori biellesi, senatori di primo pelo, possono molto. La colpa è comunque di Pantalone che non pulisce le strade. Ma dove sono finiti i soldi? 
-Certo che arriverei a Veruno in venti minuti... - dico a Cristiana: potremmo cenare dai tuoi e dormire a Veruno?
-Non dire cazzate, guida.
***
Vedo sfrecciare Briciolo con la coda dell'occhio lungo il marciapiede di via Bogogno. Briciolo è il cane nero di mio padre, si doveva chiamare Briciola ma siccome è maschio mio padre l'ha chiamato Briciolo. Mio padre classifica i cani come gli esseri umani.

Cristiana dice che Briciolo è citrullo perchè quadrupede buono ma rimbambito, appena vede i bambini si butta a terra per mendicare affetto... da chiunque e dovunque si trovi.
Mio padre, non un tipo da carezze, si comporta con i cani come con gli essere umani.

Mentre saluto Luigi, la macchia nera del cane corre verso il bar di Veronica: Briciolo ha trovato il modo di saltare il cancello e di seguirci (tanto citrullo non sembra).
Mentre parlo con Luigi, Matilde corre in senso contrario seguita dal cane (un vero citrullo), lei mi vede si ferma: Non ci sono più brioches al bar, la mamma sta venendo via, io intanto porto a casa Briciolo, va bene?!
Il cane ci mette qualche minuto per capire la situazione, si sdraia a pancia all'aria tra me e Luigi, poi davanti a un passante occasionale che mi saluta e che non so chi sia, poi piscia agli angoli, a tutti gli angoli. Fino a quando Matilde si mette a correre improvvisamente e il cane scatta (citrullo!).

Cristiana si domanda come mai di lunedì mattina alle nove non ci siano brioches. Le faccio notare che è un paese di pensionati che si alzano presto, qualunque cosa accada, e secondo la sequenza: caffè giornale edicola posta negozio (oppure edicola posta caffè giornale negozio).

E infatti proprio in quel momento sulla sua Opel Lurida (più che Agila) passa mio padre, il quale, data la folla che affolla Veruno, non si accorge di noi: di ritorno dall'edicola guida imperterrito e impettito la Lurida verso casa. Di profilo sembra Romano Prodi. Ma non è Romano Prodi.

Raggiungiamo il caffè del Circolo: incontro Ezio che ora fa delle sculture con il legno (e mio padre ne sta riempiendo la casa), Dante con suo nipote che fa un anno proprio oggi e si chiamo Riccardo. Trangugiando il cappuccino, l'anonima vita di Londra sembra appartenere a un altro pianeta. 

Poi sempre in compagnia del citrullo al guinzaglio (Briciolo! papi, non chiamarlo citrullo) noi si va verso i boschi e per una di queste stradicciole incontriamo Rinaldo in bicicletta: 
Ciao Francesco, se vai più a vanti sulla destra dove ho la vigna ci sono delle pesche mature,  ai bambini piacciono. Vado a casa perchè mi si è rotto il manico della falce. Ciao. 
Mi dice tutto in dialetto d'un fiato, al posto del solito How are you? I am fine and you?, poi se ne va come un Guido Cavalcanti contadino, così con un gesto leggero. Adesso un vecchio, ma allora era un loquace comunista, attaccabrighe e mangiapreti.

Mangiamo le pesche ancora un po' dure e camminiamo verso il Lirone, Jacopo ha le infradito e vuole ritornare, Briciolo si gode la natura sgocciolando ad ogni arbusto, io faccio un altro incontro, come fosse la cosa più naturale imbattersi in qualcuno. Il paese è piccolo e la gente mormora e io ascolto, ascolto quello che le persone mi raccontano di sé, dei loro figli, di Veruno.

Bruno, un mio prozio, ha ottantanove anni, dice che fa ancora tutto da solo, e che resiste perché ha scampato la morte in Francia durante la guerra e scampare la morte rende forti per la vita: i partigiani francesi fecero saltare per aria il treno che lo portava in Germania, ferite multiple e due mesi di ospedale.
Mi saluta, si commuove, non mi vede da vent'anni, ha le croste sul mento e sulla testa, rasoiate fatte con mano tremante, le labbra gonfie, l'andatura di chi misura ogni gesto e parla in solitudine alle proprie abitudini.

Sono a Veruno da mezza giornata - i campi di granturco folti e quasi maturi compaiono tra i boschi come per caso - e potrei scrivere un libro,  invece noi si prende l'aereo a Malpensa e torniamo dentro un tiepido settembre londinese.
***
Matilde con indosso la divisa di Asks'; io che le insegno a fare il nodo alla cravatta, lei che sembra mia madre in quelle foto con l'uniforme del Ventennio. In camicia bianca con la gonna a coste scende le scale, una fanciulla di Miyazaki, un lare domestico, un pesco in fiore.

Intanto io e Cristiana siamo in partenza per la Palestina con un unico bagaglio da stiva.
Vuoto.

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