venerdì 12 luglio 2013

Dalston Project

London coast to coast 3: solo per dire che di una città alla rinfusa si parla alla rinfusa, e che dei suoi confini invisibili rimane traccia nelle stazioni della metropolitana, check point reali e virtuali della Metropolis, e presso il fiume, nei docks, nei canali semi navigabili e nel suo grande letto torbido, portatore di vento e di storie.

Così se si naviga o si viaggia fino a quell'ignota destinazione dell'East chiamata Dalston Junction, dove l'overground diventa undergroud, si rischia di rimanere in bilico, aggrappati al davanzale di una casa.

 
Dalston House, l'installazione di Leandro Elrich, allude e illude di possibili equilibri e suicidi assistiti dalla folla e dai fotografi: un set teatrale inclinato di quarantacinque gradi che specchia la facciata di una casa vittoriana.

Il cortile di Ashwin Street, come l'intero quartiere, è quanto rimasto dai bombardamenti tedeschi della seconda guerra mondiale, qui fin dall'ottocento sorgeva pure un bagno turco e un'area residenziale vittoriana.
Elrich riprende forse quel mondo e ri-dimensiona la memoria nello spazio bi- & tri-dimensionale dell'installazione: un lavoro che va un po' oltre la percezione dell'architettura, richiama pubblico e diverte molto.

Il quartiere, grazie anche allo studio architettonico Assemble che ha sede qui, ha ora un'atmosfera vibrante e vive gli albori della commistione tra moderno e contemporaneo. 

Anni fa andai (con il bus, impiegandoci più di ora, da New Cross Gate) al contiguo Dalston Eastern Curve Garden, sito di una vecchia stazione ferroviaria, per assistere a un workshop di Gayle
Lo spazio era poco più di una zolla brulla, marginale e squallida, ora invece si è trasformato in un giardino - orto aperto alla comunità e gestito dalla comunità di Dalston.

Dalston vale bene una trasferta e una colazione/riposo post performance e wi-fi al Cafe Oto, dove mi sono sentito un po' agée, ma sono come sempre sopravvissuto.

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