lunedì 24 giugno 2013

White Cube Bermondsay

Non un cartello, un prezzo, un nome, una descrizione. Tu prendi due fotocopie all'ingresso, leggi e se te lo puoi permettere scegli (se sei un'agente per conto di qualcuno che qui non verrebbe).

Quel tu sono io, noi quattro, anzi forse solo noi due adulti, i bambini magari no, loro si divertono.
Ti senti piccolo piccolo lì dentro; ci vuole autostima e forza d'animo a stare all'interno della White Cube, un luogo che ti rimpicciolisce, piccolo visitatore sfortunato; grandi abbastanza, a proprio agio stanno solo i ricchi.

Non ti accolgono due receptionist chiuse dietro un muro bianco, più alto di loro; sui fogli protocollo  impilati nemmeno l'intestazione della galleria (due pagine stampate un po' di sbieco e in carattere sei), che tocca prendere per iniziativa personale: non serve leggere, a meno che tu sia un visitatore curioso e non abbiente.

Un guardia massiccia cammina avanti e indietro per le stanze... difficile cercare sulle fotocopie  di combinare l'autore con l'opera esposta, una fatica appannaggio dei malcapitati.

Ancora la guardia, probabimente il suo clone, mi dice di non fare foto, gli dico che foto la scatola non il contenuto, mi sorride: per mia fortuna il microchip che ha nel condotto uditivo non raccoglie alcun impulso cerebrale.
Siamo quattro temperature corporee rilevate dalle telecamere del circuito interno, innocui visitatori senza appuntamento. La galleria è deserta.

Gli artisti che espongono qui, proprio perchè espongono qui, sono un sicuro investimento.
Vale, tale assunto, per molte gallerie, ma soprattutto per la White Cube.

La sede di Bermondsay della vecchie costruzione ha conservato le mura esterne; all'interno, il bianco decoprime lo spazio in un lungo corridoio e in cinque sale algide, cliniche, tirate a specchio, pareti di cemento e luci al neon.


Vi si entra da una piazza in acciottolato, dentro alla ringhiera di un check point, abbaglia da lungi, all'entrata il sospetto di un enorme frigorifero, classe A++.

La galleria richiede opere di dimensioni abnormi, come quelle della Mehretu, e compratori disposti a pagare somme considerevoli. 
She can't be bought, titola un articolo sui lavori dell'artista. Appunto: non si può comprare e quasi non si può vedere oppure: a che serve vedere se al massimo si può comprare? perché alla White Cube it takes more than money to buy a hot piece of art.

Qui non si lanciano talenti, li si proietta nell'iperuranio, riciclando il denaro della finanza delle armi e del petrolio sotto il bianco cemento dell'arte. La fabbrica dei Damien Hirst, dei Jeff Koons, delle Tracey Amin, oggi della Mehretu.

White Cube a Bermondsay è uno spazio cool, l'etichetta dello stile e del gusto contemporaneo, di 
quello che va adesso, a rischio soggezione*, di certo per un'elite, luogo esclusivo da spernacchiare con del sano umorismo**.

Poco amore per l'arte, grande per il denaro.
Dal Minimal Chic, al Minimal Shock. Da visitare.
Per poi farsi un giro nel quartiere, al mercato di Maltby Street per esempio, e accorgersi del contrasto.

(non in vendita, se non a richiesta) le piastrelle del bagno, il luogo più confortevole e rigorosamente bianco
*anche a rischio pacchianeria (il troppo bianco, la vistosità, lo scatolone, il megadirettore generale e la musichetta celestiale)
**Per mantenere lucida l'astronave, la proprietà, o chi la rappresenta, spende molto e incassa di più (forse). 

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