mercoledì 19 giugno 2013

Il ventre dell'Architettura

Mi sono nel tempo abituato agli artisti, ai loro luoghi, al bisogno che hanno di essere confortati, supportati, accontentati - senza mai ammettere di farlo, se non qui nella bugia della scrittura. 

Non tocca solo, fin dove possibile, colmare il buco, talvolta una voragine, tra idee e realizzazione (l'artista maledetto non esiste più, a suo posto oggi c'è, per dire, Damien Hirst, che non fa l'artista, ma il furbo), ma mostrare loro la dura realtà dell'arte contemporanea, fatta di application concorsi fundraising: terrorizzare gli schizzinosi (e quelli tipo voglio fare una mostra senza sapere come scrivere un comunicato perché lo scrivi tu vero?) sostenere gli audaci, quelli dagli obbiettivi chiari, parcere subiectis et debellare superbos.

Il superbo da debellare sono io: a) non si capisce niente di quanto sopra b) senza artisti morirei io per primo. Non senza l'arte ma senza gli artisti e tutto quello che si portano dietro: le cose fatte e organizzate insieme o di lato, perché pensa a tutto Cristiana. Quasi tutto, dai.

Gli artisti, questo volevo dire, non si muovono in branco, resistono poco al collettivo (al massimo partecipano a una collettiva), sono una razza, ma non sono una specie.

Gli architetti sono invece una specie, hanno l'alibi dell'arte, perché possono amarla e non solo desiderarla.

Gli architetti hanno il disegno e il design; nessuno oserà mai dire loro se un progetto sia arte o meno, un progetto è sempre architettura, il pezzo di un talento che matura, l'espressione di uno stile.
Quel talento quello stile e quel progetto possono piacere o meno ma sono idee disegnate prima e oggetti reali poi. Sempre, anche quando stanno sulla carta.



Mentre versavo da bere, li vedevo entrare a frotte ad Harts Lane, mai stata così piena di gente: tutti alla spicciolata, ma in ritardo, borse a tracolla, dettagli e tinta unita, generosi, informali e scioltissimi come una nuotata, scambio di pacche e risate (gli abbracci al rallentatore, come i gabbiani quando atterrano sull'acqua).



E mi veniva di pensare (e da allora sempre mi ritorna ogni volta che un architetto copre lo spettro ottico) a Kracklite che si fotocopia il ventre, nella Roma afosa monumentale e tirannica di Greenaway.

K. e Sigrun hanno curato Between Art and Reality, una mostra lineare, pulita e vivissima: persone vive che amano l'architettura e mostrano il progetto come una storia, come un viaggio: il farsi del progetto, più del progetto in sè, che realizzandosi nasconde il farsi.

Nel tentativo di mostrarsi Arte, l'Architettura si dimostra ancora di più Architettura.

IPSE DIXIT

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