giovedì 27 giugno 2013

Gary Hume & David

Se dovessi ristudiare filosofia e avessi una qualche possibilità di scelta sul programma, manderei a stendere Platone a favore di Epicuro, l'Aristotele scientifico a discapito del metafisico, ridurrei la tomistica a un puro fatto di tomi, Locke e Hume obbligatori assai più di Cartesio e Kant. (I can't Kant)

Mi toccherebbe spiegare quanto Platone sia stato sopravvalutato dai pensatori cristiani, lui che non voleva lasciare nulla di scritto e invece ha riempito gli scaffali del mondo.
E quanto di platonico rimasto non è quell'ideuzza dell'amore, ma l'intera metafisica occidentale, l'idea che di là, dall'altra parte, da dove vengono e abitano le idee, si sta decisamente meglio e che la nostra vita è un costante dibattersi e tendere verso, e infine, oltre quel muro.
Ma ho studiato sul Reale al Liceo, e poi in Cattolica, dove Giovanni Reale di persona personalmente impazzava e impazziva, e quindi non posso non dirmi platonico*.

Divenni con il tempo un fan di Epicuro (scoppiò il caso delle Edizioni Mille Lire con la Lettera sulla Felicità come prima uscita), e dei suoi frammenti; un filosofo della vita, dei sentimenti, realista, sereno, saggio, non il maiale schiavo del piacere come i platonici prima e i tomisti dopo l'hanno sempre ritratto, compromettendo la trasmissione dei testi.
Quando poi arrivai allo scozzese Hume, mi pareva una sorsata d'acqua fresca, scoprendo lui, e io con lui, l'acqua calda, dentro le rocciose certezze del platonismo di tutti i secoli (Intitolare i manuali: Storia del Platonismo e di qualche eccezione): il desiderio e non la ragione, l'esperienza contro le idee innate, l'etica dei sentimenti vs i principi morali, il sospetto di ateismo (tutto da dimostrare).

Siccome non ho argomenti filosofici, ma soltanto aneddotici, e circa le affinità sono istintivo, mi capita di provare un'immediata simpatia per qualsiasi cosa o persona si associa in parte, per caso e per dettagli con una cosa o persona che già conosco e già mi piace.

Così arrivo a Gary Hume, inglese del Kent, e alla Tate Britain solo per la coincidenza del nome, per quello che richiama. 
So che in realtà dovrei recensire, ma tra le molte immagini di cui le nostre giornate sono ridondanti, l'essenzialità dell'arte è un sollievo, un palliativo a favore... dell'essenziale. Intendo l'essenziale delle persone e degli oggetti. E l'essenziale non si commenta.

Hume dipinge prevalentemente in smalti su supporti di bronzo e alluminio,  riduce anzi dilata uomini (personaggi famosi e snowmen), animali (uccelli in particolare) e cose, in forme e in linee,  in sfumature o contrasti di colore, per mostrare sentimenti e umori contemporanei. Istantanee, gigantografie del mondo terraqueo. Guardare attraverso un occhiale micro-macroscopico.

L'ingresso della mostra al piano terra, dal titolo How to paint a door, 2013, gloss paint on modified gallery door, è stato creato da Hume per l'occasione; ricorda i suoi primi lavori pittorici sulle porte degli ospedali. 
Entrare attraverso un'opera è un semplice ma non banale modo di dare il benvenuto  attraverso l'ovvietà della porta principale (una delle cose che non si vedono quando si entra in una casa, per l'aspettativa che si ha appunto di entrare).

Bello Blackbird, quasi un icona sacra, ma qui sono ancora io ultimamente molto sensibile agli animali, di nuovo influenzato dalla lettura di Malaparte.
E il ritratto della Merkel recentissimo, che pare un grido nonostante gli smalti pastello; Back of a Snowman, quasi uno specchiante di Pistoletto: sul lato B di un pupazzo di neve si fa fatica, ammetto, a rimanere epicurei.

L'agente di Hume era quello stesso Jay Jopling, che ha creato la multimiliardaria scatola clinica visitata nel post sotto. In un'intervista sul Guardian, Hume dice che Jopling fa bene il suo lavoro (!) e che it's 1000 miles from when we first knew each other. La stessa distanza tra l'arte e la White Cube.

Nelle sale di fianco a Hume, per accostamento e confronto un'altro inglese Patrick Caulfield: nature morte (espressione platonica, la lingua inglese ribalta il concetto con un epicureo: still life), pop art meglio, anche se lui si definiva formal artist

Caulfield piace di più ma risulta datato - anche per la troppa esposizione della pop art americana - adatto agli amanti degli anni sessanta e per gli inglesi che amano S.ta Margherita Ligure, meta vittoriana a appunto non più attuale. Paesaggista di interni visti dall'esterno e viceversa: il grappolo d'uva tagliato dal sole e le ombre colorate sono immagini moderne ma non contemporanee.
Non so esattamente che cosa ho inteso con l'ultima frase ma volevo dire che Caulfield è un libro di storia non un romanzo.

Alla Tate Britain entrambi fino al primo settembre.

*Mi toccò in sorte pure il figlio Reale, pallido magro e con vocina femminea che insegnava tedesco, lingua maschia e virile, per quella regola tutta italiana che i figli dei docenti vincono i concorsi e insegnano nella stessa università dei loro padri. Sassolino tolto dalla scarpa.

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