lunedì 20 maggio 2013

L'Ora del Meridiano di Greenwich 10.13

Capitato in supplenza di Cristiana, con un'aria da dopo lavoro culinario, mi accorgo subito che non si tratta di una inaugurazione come un'altra, di quelle in sordina con gli artisti e poco più, ma una vera e propria venue: ingresso con tappeto (me lo srotolano davanti cinque minuti prima del via) con tanto di buffet, camerieri in livrea e ospiti di riguardo.

Sono davanti al London Museum of Docklands, ricavato da un wharf famoso per la tratta degli schiavi, nel cuore della Londra finanziaria, a Canary Wharf appunto. (Gli schiavi oggi sono oggi le vittime inconsapevoli di efferate transazioni finanziarie?). 
Mi guardo intorno con l'imbarazzo di chi non ha un invito, ma solo insufficienti informazioni dal coniuge, per fortuna ad interrompere il soliloquio sul "mi lasceranno entrare"arriva Gayle con Mathias e figlio al seguito.

Guardatomi intorno, e visto che si accede alla mostra tra un'ora, non mi rimane che applicare l'assunto di Cristiana: gli artisti mangiano, tutti gli altri (fashion, designer etc) bevono. Io sono tutti gli altri.

Infatti raggiungo il terzo bicchiere di rosso al terzo inseguimento di Gayle al figlio e decido di bermi pure un paio di ostriche e di non rifiutare microspiedini dai gusti improbabili (mi verrebbe da dire gusti di/da fiume).

Ma veniamo alla ragione per cui sono qui e sto bevendo: Estuary è una collettiva di dodici artisti, tra cui Gayle Chong Kwan, che raccontano il fiume Tamigi; area vasta quella dell'estuario: dipinta da Constable, descritta da Dickens, zona ultima, ma anche lasciata e ridotta, in questi decenni di crisi industriale, a una terra desolata, alienante, e per questo artisticamente attraente.

The Golden Tide, il lavoro di Gayle, raccoglie, esposta su una parete, una serie di fotografie di rifiuti e detriti emersi dagli argini londinesi del Tamigi. 
L'utilizzo di filtri di colore fa risaltare l'oggetto e l'effetto close up restituisce al rifiuto la fragile dignità di un reperto. A futura memoria.

The Golden Tide mostra così tutto quello che rimane, l'archeologia postmoderna del rifiuto, del left over, del left behind, di quello che in massa tutti, ma proprio tutti, consumiamo e rifiutiamo
Gayle archivia, mostra, evidenzia e quindi mitizza gli oggetti scartati, rifiutati, che riemergono al ritrarsi del fiume, memorie tutte da ricostruire, ma memorie da ciascuno ricostruibili per la quotidiana banalità degli oggetti.

Ieri, lungo gli argini di Henley on Thames, amena località tory a ovest di Londra, il fiume si snoda diverso dal passo pachidermico della capitale. 
I prati a Henley arrivano fino al fiume che scava la terra gentilmente e con pudore; nessuno qui teme inondazioni; le case, alcune dipinte di grigio, parevano bidimensionali. Tutto placido, fermo, sicuro. 

Nel countryside il fiume nasconde ogni cosa e si nasconde, appartiene troppo al paesaggio, gli uomini, come certi uccelli pescatori, lo percorrono in punta di remo, a pelo d'acqua; a Londra invece il Tamigi perde ogni pudore, gioca a mostrare e nascondere, inghiotte e rigurgita, diventa umano.

Non so quale fiume preferisco, indeciso tra l'agguato e la sorpresa.
Il fra
Foto di Gayle Chong Kwan, Plastic chair, tube and disc, The Golden Tide, Estuary, Museum of London Docklands fino al 27 Ottobre.

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