venerdì 12 aprile 2013

Uno Veruno Centomila

Sono qui da solo, per scelta. I miei cognati si sono alzati presto, i miei nipoti si sono alzati presto, Cristiana è uscita. Nella casa di via Marconi rimango io.

Conosco queste stanze molto bene, ho abitato qui per cinque anni con la mia famiglia. Ho lasciato questa casa nel settembre del 2009 come se dovessi tornare da un momento all'altro: la libreria, la vasca da bagno, la cornice incollata sullo specchio, i pavimenti sono gli stessi.
Nelle veglie pre e post minzione notturna (le pause pipì aumentano con l'età) cammino nel buio, sui gradini della scala in legno, come ero solito fare nelle notti della paternità o prima dei grandi eventi al ristorante, quando l'ansia dell'imprevedibile o del programmabile mi teneva sveglio.
Giorni di deja-vù, con i pensieri che sentono la dimestichezza dei luoghi e mi aspettano appena apro gli occhi. Non mi riesce nemmeno di leggere, brutto segno: non tengo l'attenzione sulla pagina, volo via subito.
Così prima che la vita londinese mi dia l'alibi per dimenticare, mi sdraio sulla tastiera e chiedo alla scrittura di farmi da terapeuta.

Capita che essere stato, in due settimane, quattro volte a Veruno, due giorni a Faenza, una al mare, una dal notaio, avere visto e rivisto tante persone, preso decisioni sul futuro e sul presente, mi abbia inceppato la testa: parlo in maniera confusa, sono aggressivo e arrendevole nello stesso giro di frase, razionale  emotivo nello stesso giro di walzer, allegro triste a stretto giro di posta: piove con il sole, una mezza stagione della mente, caldo freddo acceso spento vuoto pieno vuoto.

A Veruno l'umidità sale, le tubature si intasano, la stufa non tira, mio padre se ne frega sempre di più, rinchiuso nella sua pigrizia, nel suo orticello di convinzioni di storie che si costruisce; goffo nel chiedere, sbrigativo nell'ascoltare, caracolla con gli esami del sangue sballati, una manciata di pastiglie sovradosate dall'ansia, un pacchetto di Emmeesse al giorno e il chinotto che fa le bollicine. 
Io, non meno egoista, mi vedo riflesso nello specchio della sua vita e ho il terrore di scivolarci dentro, un giorno, vittima carnefice della stessa solitudine che lui inconsapevole rifugge, quando vuole attenzione, e ricerca, quando replica la sua ventennale routine.
Matilde e Jacopo con un cane al guinzaglio mi trascinano fuori dalla reggia di Tebe per il paesello, non entro da anni nel caffè del circolo, ma mi conoscono tutti e mi parlano tutti dei loro figli, della loro vita e dell'Italia. 
Incontro anche Gualtiero, ma lui è il Sindaco, se non lo incontrassi, non sarei a Veruno: lui è forse l'unica persona che non è veramente cambiata e mi sembra che faccia ancora il Sindaco per farmi stare lì, per farmi credere che Veruno sia ancora il mio paese, un pezzo anche del mio futuro. 
Mentre Jacopo mi dice di non rimproverare il nonno perché è vecchio, Matilde compra le figurine di non so che album: anche io compravo le figurine Panini: tutti i bambini del mondo hanno comprato delle figurine nella loro vita, vero?

Vedo un cugino di mia madre, quello che ha la doppia cittadinanza italiana e francese: lentamente apre e chiude il cancello di casa, so che potrei dare un senso alla sua giornata fermandomi e parlando di Londra e della Regina, come lui, trenta anni fa, parlava a me di Mitterand e di Parigi; ma non mi fermo, l'orto ci separa e forse non mi ha visto.

Matilde trascina e si fa trascinare dal cane al guinzaglio, ha i capelli raccolti, il collo lungo, una borsa a tracolla: i bambini non sanno di essere felici, si accontentano, senza chiedersi perchè si accontentano. Per loro una rosa è una rosa, non il senso della rosa, il perché della rosa, il destino della rosa.
Mi accorgo che vorrei assomigliare di più ai miei figli e mai comprometterli con il moralismo della favola, con la pesantezza del passato, l'incognita del futuro, il conto in banca, la tassazione dell'immobile, l'affitto dei terreni, la casa di cura per il nonno, le vacanze da pianificare.

Ho sempre avuto un debole per il destino della rosa... non riesco, non sono mai riuscito. Già da piccolo guardavo il paesaggio anzichè starci dentro.

Poi Faenza, poi Brisighella: perché il mio cognome viene da lì e da almeno cinque anni mancavo. Ho fatto visita a uno zio malato e passato del tempo con la famiglia dell'altro zio e di mio cugino: le famiglie, le abitudini, la vita degli altri.
Ma anche qui i bambini finiscono con l'essere rassicurati dalla parentela: non serve che si conoscano, basta sapere che un po' in qualche catena nucleica si assomigliano.

Piangevo molto, decadi fa, quando era ora di ritornare a casa dopo due settimane di vacanza a Faenza (noi si scendeva di mattina presto in Cinquecento perché l'aria condizionata non esisteva e quattrocento chilometri erano pur sempre un viaggio), pianti liberatori che mi hanno tolto la nostalgia. Quel sentimento espresso e non represso ha fatto entrare Faenza e dintorni nella mia mitologia personale.
Vorrei che vivessimo tutti lì, a Brisighella in particolare: o in una casa del borgo o in un casolare fuori. Una specie di sogno, un'ideuzza borghese: non ho né i soldi né il pollice verde non so nemmeno che pensa Cristiana (ma lei potrebbe essere d'accordo).
Nelle serate trascorse a Brisighella ho pure incontrato il Passator Cortese e Benito Mussolini, gruppi di ciclisti e gente che ancora se la gode. Ma ne parlerò altrove.

In questa parte della casa di via Marconi, dove sono ora, dalla veranda con gli agrumi in vaso, sul tavolo delle colazioni (tre sedie della stokke e una pieghevole per me) entra una luce uniforme (per motivi di lentezze coniugali non ci sono tende al piano terra e nemmeno il wireless, a voler infierire), il silenzio del frigorifero e residui di caffè... mio padre telefona angosciato per una bolletta, io telefono a P. in banca, mio padre telefona a P. in banca e poi ritelefona a me, che ritelefonerò a P.  e tutto questo per un semplice conto corrente! se una hostess della easy jet mi offrisse un posto nella stiva di un Airbus A 319 accetterei, anche pagando.

Dicevo: nel displacement familiare di questi giorni, che paiono settimane e forse mesi, Jacopo e Matilde sono ospiti dei miei suoceri in un'altra casa, quella appunto dei miei suoceri che vivono in una sorta di comune con i loro genitori, i bisnonni dei miei figli -chiaro no?-.
In questo casino o casinò familiare che vanta esemplari dai novanta ai sei anni, declinati in tutte le possibili età (l'esercito schierato al completo vanta più di venti unità ed è in costante crescita), e i possibili interessi (dal rosario alla pallavolo, dalla Palestina all'Uruguay, dal tessile al legno, dalle verdure bio alle sigarette), io sono un acquisito: sguazzo a mio agio, godo la loro frequentazione al pari di un mandrillo, fino a quando esaurisco le parole, la stanchezza mi scende alle gambe e mi sembra una colpa (io che non ne ho mai il senso) non lavorare da più di due settimane.

In fondo sono quello che sono diventato. Tempo di tornare a Londra.

1 commento:

  1. Cosi malinconico, cosi spoglio, cosi vero, mi piaci un sacco cosi a cuore aperto


    Gz fra, db

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