domenica 24 marzo 2013

L'Ora del Meridiano di Greenwich 06.13

Nel dialetto piemontese gay si traduce con cupio, con l'accento sulla u. Della donna omosessuale non so il nomignolo, ma immagino non si contempli nemmeno la possibilità, un trans rimane trans credo anche sotto le Alpi.
Cupio pare derivi dal tardo latino cupa, contenitore, e fa il paio o il paiolo con l'emiliano busone, il toscano buco, il napoletano vasetto.

Cupio. Cupio dissolvi? pensavo io ogni volta che lo sentivo dire, di questo qui o di quello là, sempre di un altro, sempre detto con quel sorrisino che, innocentemente, uccide.

Sull'argomento la strada, in un paese come l'Italia dove i diritti non sono una priorità causa (la scusa di) una decennale crisi economica e politica, non pare nemmeno lastricata di buone intenzioni. 
Il/la diverso/a (in tutte le possibili accezioni e sempre che di diversità si tratti!) non ha in Italia nemmeno lo scudo del diritto; nella perfida Albione invece il primo ministro conservatore dice che le unioni, le nozze tra persone dello stesso sesso, rendono più forte la società. Addirittura. 
Non pretendo che la destra del mio Stivale arrivi a tanto, ma che almeno la sinistra del mio Stivale si faccia avanti sì, questo lo pretendo. Posso continuare a sognare - lo so - in mezzo a battute da osteria, mi scuso con le osterie, e Pacs all'anima sua.

Non divaghiamo, anzi stiamo sul tema: sono al Lesbian & Gay Film Festival al BFI, edizione n° 27, in ballo il cambiamento del nome fin dal manifesto.
What's in a name?
Appunto: serve un festival a tema? perchè non mettere in rassegna un film gay all'interno di una qualsivoglia manifestazione? perchè serve il genere? 

Per affermare esistenza, diritti, diritto d'esistenza, si risponde a gran voce. Perchè bisogna battere il chiodo fino a quando in tutte le persone, in tutti in paesi del mondo l'orientamento sessuale diventi un fatto personale e in quanto tale rispettabile, sempre difendibile e la libertà individuale venga riconosciuta, sancita e protetta dalla legge.
Ancora appunto: ma se la platea di un festival gay lesbico è prevalentemente di genere, come si fa ad uscire dall'autoreferenzialità, a uscire dal genere? Come si fa ad attirare pubblico? Cambiando il nome? e poi che cosa oltre al nome?

Deluso dalla proiezione domenicale di alcuni cortrometraggi, tra cui uno italiano, ritorno martedì per Out in the Dark con in testa tutti gli stereotipi del caso. Il caso di un film israelo-americano che racconta l'amore possibile o impossibile tra un avvocato benestante di Tel Aviv e uno studente palestinese di Ramallah

A inizio proiezione conto i mei pregiudizi di spettatore - che se l'è andata a cercare - uno ad uno: un film di un ebreo americano sicuramente con un approccio da sinistra illuminata; un film su un palestinese: già è difficile così, figuriamoci se gay; un film erotico, estetico e fastidioso.
In più mi sono reso conto che mi sento a disagio, anzi meglio che sono a disagio perchè mi sento a disagio e questo mi sorprende un po', saranno le interviste pre proiezione, condotte sulla falsariga del pettegolezzo (ma hai una relazione?) o sarà la platea di gente un po' tutta uguale, quando invece mi aspettavo colore casino caciara e follie, il genere più genere, meno generico.

Ma trattasi di serata di gala, con tanto di cadeau, quindi mi adeguo e aspetto il film, perchè non facciamoci distrarre, la pellicola e soltanto la pellicola conta.

E infatti Out in the Dark (Alata) mi smentisce subito: un bel film, che riesce, a partire da una relazione gay, a mettere in scena la realtà e la complessità del conflitto israelo palestinese, che riguarda la vita quotidiana di migliaia di persone. 
Non sapevo (un aspetto del film) che i gay palestinesi cercano rifugio da clandestini in Israele dove rischiano di essere arruolati come informatori, sotto ricatto, dal Mossad. Non pensavo che la questione israelo palestinese potesse fare semplicimente da sottofondo, per quanto drammatico, nella trama di un film.

Mentre fuori è buio! per un insieme di pregiudizi culturali e pericoli immediati, è buio! e non immaginavo che fosse possibile trattare con delicatezza e con originalità un problema così politico e così politicizzato. 

Insomma anche io ho rischiato di dimenticare la vita quotidiana delle persone, le quali non stanno mai a guardare, non sono spettatori (sic), ma vivono dentro i conflitti, dentro le guerre.
Al termine della proiezione regista e attori si sono presentati al pubblico,  il protagonista Nicolas Jacob parla arabo palestinese, ha imparato l'ebraico a scuola, conosce bene l'inglese e benissimo l'italiano. 

Volevo fare due parole con lui in italiano, ma una torba di fan dal passo veloce precipitossi a chiedergli l'autografo. Non mi rimane che uscire.
Cupio Dissolvenza.
Il fra

Nessun commento:

Posta un commento