lunedì 18 febbraio 2013

Italians: interview 015 parte prima

Tempo fa Cristiana a tavola mi diceva che questa storia dell'austerità, dei tagli é tutta una pappa, un luccicante specchietto per le allodole, un cestino di buoni propositi e di cattive intenzioni. 
Era una considerazione istintiva la sua e anche la mia, dovuta in parte alla nostra naturale fobia verso i maestri del pensiero ripetuto a nastro e a iosa con il favore del vento.

Personalmente considero Monti uno dei campioni e dei naturali artefici-seguaci di questa pappa di austerità, di tagli e buonismi, insomma un problema per l'Italia e non da adesso. 
Considero anche Grillo un problema, quando urlazza contro sprechi e spreconi e poi infila i suoi occhi di bragia giacobina nella pappa comune. 
C'è in politica posto per tutti e tutti sono benvenuti, anche due che non si candidano, ma prestano il nome.

Ma non é il professore milanese (né il comico genovese) il bersaglio di Marco Passarella, né la ragione ultima delle mie domande, piuttosto, in un tempo in cui gli economisti vanno di gran moda, perché paiono avere le chiavi dei nostri portafogli, ritengo assai utile sentire chi non appartiene al cosiddetto mainstream, ovvero al pensiero economico dominante, quello che, sostenuto o non osteggiato dai governi di qualsivoglia colore, ha portato alla crisi attuale e giustifica le politiche, comuni a tutt'Europa, di tagli, di dis-missioni pubbliche, di riduzione degli ammortizzatori sociali, di ossessione sul debito, sul pareggio di bilancio et cetera pecora.


Marco Passarella è ricercatore presso il dipartimento di Economia della Business School dell'Università di Leeds. I suoi interessi di ricerca vanno dalla macroeconomia alla storia del pensiero economico. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste e volumi nazionali e internazionali e ha scritto con Emiliano Brancaccio il pamphlet economico "L'Austerità è di destra. E sta distruggendo l'Europa" (Il Saggiatore, 2012)

Si può dissentire da Marco, ma a pochi giorni da un voto forse non si può ignorare quello che dice anche a proposito di luoghi comuni macroeconomici (per esempio sul debito e sugli avanzi primari), per accorgersi che il primo passo da fare come cittadini e poi come elettori potrebbe essere capire quale pappa ci viene cucinata e  perché.

Buona lettura.

Parliamo di quando, a proposito di come vestivi, mi hai scritto: “i piccoli proletari con cui sono cresciuto la domenica vestivano con abiti da festa...” Quindi ti consideri un proletario, una parola che non si sente più. Ci sono ancora i proletari?
I proletari ci sono ancora, non nel senso ottocentesco di coloro che possiedono soltanto la propria prole, che è molto diminuita, anche perché non si fanno più figli.
Se invece quel termine lo si usa come sinonimo di lavoratori salariati, allora i proletari esistono ancora. Sono tutti quelli che sopravvivono vendendo la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Ecco, io sono e mi sento parte di quella classe sociale.

Tu vieni da lì?
Sì, io ho una storia personale abbastanza strana, o forse comune a molti altri della mia generazione, non saprei. Sono nato in una famiglia di un paesone del Veneto, Adria. La leggenda vuole che proprio Adria abbia dato il nome al Mare Adriatico, ma immagino ce ne siano altri cento che rivendicano la stessa paternità.
Comunque, per una serie di ragioni che sarebbe lungo e doloroso raccontare, ho trascorso la mia infanzia solo con la mamma, che a sua volta aveva perso i genitori giovanissima, e che ha quindi dovuto crescere me e mio fratello più piccolo con lo stipendio modesto di un insegnante di scuola elementare. Una situazione di relative ristrettezze economiche, almeno fino a quando mia mamma ha incontrato il suo attuale marito, e l’uomo che considero mio padre. Da quel momento, avevo circa dieci anni, la vita della mia famiglia è cambiata radicalmente, anche (ma non solo) in termini di tenore di vita.



E la domenica ci si vestiva per la festa...
Un aspetto curioso: io abitavo in un palazzone a pochi passi da un borgo operaio in senso stretto dove andavo a giocare a calcio quasi tutti i giorni. Mi lasciava stupito, e mi faceva arrabbiare, che la domenica gli altri bambini fossero restii a giocare a calcio, perché i genitori li vestivano di tutto punto per la messa. 
Io, invece, che ero cresciuto con una mamma di sinistra, non saprei dire se non credente, ma di certo non praticante, ero sempre in tuta da ginnastica; poi io non andavo a messa, mentre gli altri bambini facevano a gara per diventare il chierichetto preferito del parroco...

Dal proletario scanottierato alla giacca e cravatta di oggi.
C'è un elemento di semi-serietà. A un certo punto della mia vita, anche un po' forzato da una malattia piuttosto seria che mi ha costretto a cambiare l’intero guardaroba, è come se avessi riscoperto il piacere di vestire bene. 
Per molti anni sono stato uno di quegli alternativi con vestiti da mercatino dei freaks, capelli colorati e barba lunga. Poi il piacere del "vestir bene" non va lasciato alle classi agiate: è nella tradizione del movimento operaio che nelle occasioni importanti o nei luoghi istituzionali ci si vesta in modo adeguato.

Questo risponde a quello stereotipo di Bertinotti che si porta il cachemire; c'è una eleganza proletaria e operaia?
C'è un’estetica della rivoluzione, certo.

Che ha la cravatta?
La domenica ci sta la cravatta, dai. Credo ci sia un abbigliamento per ogni contesto. Non credo ci sia una regola aurea da seguire in tutte le situazioni. Visto che siamo in clima di elezioni, al giorno d'oggi i politici sono consigliati: le maniche della camicia arrotolate a mezzo braccio per mostrare che sono gente del "fare", oppure giacca scura e doppio petto se vogliono dare l'idea di potere, e così via. 
Ecco, nel mio caso è anche una questione d’età: sono cresciuto, ho un ruolo diverso anche nelle lotte sociali, che continuano ad essere la mia maggiore preoccupazione.
Insomma, non ho più bisogno di fingere di essere uno straccione, o di camuffarmi da membro della "working class". In fondo, vengo da lì. Ecco perché ho abbandonato i canoni estetici radical-pauperistici tanto in voga presso una certa sinistra.

Questa radice proletaria come ti ha portato a scegliere economia?
Per due ragioni: la prima è che quando mi sono iscritto alle scuole superiori mia madre avrebbe voluto che il figlio maggiore facesse quello che fino a quel momento nessun membro della famiglia aveva fatto: iscriversi al liceo, e poi tentare la strada universitaria. Io, che ero cresciuto tirando calci al pallone, e non solo, non ne volevo sapere. 
Volevo andare a lavorare il più presto possibile e il compromesso fu la ragioneria, indirizzo informatico. C'era un gran fermento sulle possibilità informatiche (ricordo i primi giochetti scaricati via linea telefonica di notte) e quindi mi sono iscritto alla ragioneria. 
Quando finii, di nuovo mia madre mi pregò di provare la strada universitaria. Nel frattempo, avevo maturato una coscienza politica molto forte, che aveva cambiato le carte in tavola. Poi anche l'idea di frequentare la città, Bologna, ha avuto un ruolo. 
Quindi scelsi economia, perché in linea di continuità con gli studi fatti fino ad allora e perché, dato che cercavo chiavi di lettura della realtà che mi circondava, pensavo potesse essere la scelta giusta.

Pensavi perché adesso non lo pensi?
Lo penso ancora, ma la verità è che mi sono trovato proiettato in una facoltà, quella di economia di Bologna (che ho frequentato abbastanza negli ultimi anni, perché sono stato cultore delle materia in Storia del Pensiero Economico e ho fatto gli esami ad un po’ di studenti), che era allora una università ultraconservatrice, feudo di Comunione e Liberazione, e (tuttora) decisamente mainstream in tema di teoria economica.
Per cui non è stata così stimolante come avrei pensato. Per la verità, io non studiavo molto, non ero interessato … e ho perso molto tempo, fermo restando che il conseguimento del titolo di laurea mi è poi servito. Ma, di nuovo, al termine dell'università io pensavo a tutt'altro che all'iscrizione ad un dottorato, sicché per cinque anni ho lavorato altrove.

Che cosa che ti ha portato a continuare lo studio dell'economia?
Diciamo che al termine dei miei studi universitari avevo maturato la decisione di fare qualcosa di sinistra, qualcosa che mi piacesse davvero. Così andai dall'unico marxista delle facoltà, il professor Giorgio Gattei, un maestro per me. Siamo ancora in contatto, ci sentiamo spesso, e di recente abbiamo pure scritto un libricino assieme. 
A Giorgio chiesi di fare una tesi "di sinistra" e, dopo un po’ di tentennamenti, mi diede una tesi su Marx. E così che iniziai a studiare prima l'economia dei Classici, e la critica marxiana, e poi un po’ di filosofia da autodidatta. Proprio questo interesse mi avrebbe portato in seguito ad avvicinarmi al dottorato di ricerca. 
Dopo la laurea, nemmeno sapevo che cosa fosse un dottorato di ricerca. Studiavo nei ritagli di tempo, specie nell'ultimo periodo. Prima di vincere un posto con borsa al dottorato di Firenze, lavoravo infatti presso una cooperativa di servizi. 
Arrivavo prima al lavoro e scaricavo articoli dalla rete. In un certo senso, ho iniziato a studiare dopo la fine dell'università, grazie a Giorgio. Peraltro, finiva una fase: mi sono laureato negli stessi anni dei casini di Genova. Nel 2001, in occasione delle proteste contro il G8, sono rimasto a Genova tutta la settimana.
Ho continuato a partecipare almeno per un paio d'anni ad altre manifestazioni e meeting … non mi convincevano più, in realtà.

Ma cosa ti piaceva allora?
Mi piaceva l’idea di protestare, ci sguazzavo... è una cosa che sogno spesso, partecipare ad enormi riots intendo.

Non per impossessarti di televisori!?
Anche, certo! No, scherzo. Ho capito che quella stagione è finita e l'ho capito a Genova.

Quale stagione? La tua? O una in particolare?
La stagione di quelle proteste lì: il periodo che va dalla metà degli anni novanta ai primi del duemila è stato un colpo di coda tardivo del '77, fuori tempo massimo. Capivo che non si andava da nessuna parte e che quella stagione stava per chiudersi. È così che ho deciso di rifugiarmi nello studio, in attesa di sviluppi.

Il rifugio nello studio è una scelta politica?
Sì, assolutamente.

Ti va di spiegarlo, immagino che le scelte politiche di campo siano state comunque precedenti all'incontro con il prof marxista.
Sì, ero sostanzialmente anarcoide prima di conoscerlo, anche se avevo avuto una relazione travagliata con Rifondazione Comunista, partito da cui sono entrato e uscito un paio di volte. Ero su posizioni anarcoidi, idealmente vicine a quelle della vecchia autonomia operaia. Poi, forse a causa di Giorgio e dello studio, sono diventato un marxista trinariciuto, come mi ha definito in una e-mail Emiliano Brancaccio, politicamente tendente allo stalinista …

Il poi è adesso?

Questa va spiegata, ora il male sta tutto lì no?! se dici marxista stalinista, lo dici con un sorriso... ma uno stalinista manda i dissidenti nei gulag..
Beh, un po' di nomi per i gulag li avrei …

Qui ha nevicato...  c'è una atmosfera da viale che porta...
Io avevo bisogno di capire che stava succedendo e che succede. Intendiamoci, non che ora abbia capito tutto, anzi, ma ho qualche idea in più su come vanno le cose… Avevo bisogno di una chiave per interpretare quello che vedo. 
Questo ha cambiato in parte le mie posizioni politiche: prima di immergermi nello studio avevo posizioni più soggettiviste, ero alla ricerca del soggetto rivoluzionario. Ora penso di avere capito che i soggetti sono importanti solo nella misura in cui riescono ad inserirsi nelle pieghe della storia. Parlo di quei movimenti impersonali dentro i quali si aprono possibilità di lotta, che portano di volta in volta le classi subalterne a scendere in piazza con i forconi, agitare un AK-47 (Kalashnikov), o altro. 
Pensare di cambiare la realtà a colpi di proteste di piazza è un’idea ingenua, a meno che si non si aprono tali finestre; ma, per sapere quando si aprono, bisogna avere gli strumenti per analizzare la realtà. 
Ecco perché mi sono messo a studiare economia. Ed ecco perché ora ho una posizione più oggettivista e materialista, più "macro" e meno individualista. A suo modo, pure Stalin aveva una visione macro, ecco perché prima ho scherzato sul mio presunto stalinismo.

Ora mi devi spiegare lo stalinismo, fai qualche esempio altrimenti...
Per esempio, quando ero più giovane pensavo che il "nemico" delle classi lavoratrici fosse non soltanto il capitale, ma anche lo Stato, lo Stato tout court, sans phrase. Deve essere stata una suggestione non dissimile a questa a portare alcune generazioni prima della mia a pensare di poter colpire quello Stato al cuore. 
Oggi credo che il problema non sia lo Stato. Semmai lo è lo Stato borghese, ossia la forma borghese dello Stato. 
Non solo, ma in una fase di debolezza del movimento operaio come questa, la difesa dello Stato e persino la difesa dello Stato borghese, quanto meno nelle sue forme più avanzate, penso in particolare alla difesa del welfare e alla necessità di un rilancio della presenza dello Stato nella pianificazione delle attività economiche, sia quanto di più progressista si possa pensare di fare. È anche per questo mio favore verso la pianificazione pubblica che alcuni economisti radicali, come per esempio Riccardo Bellofiore, che è stato il mio tutor a Bergamo, ogni tanto mi danno bonariamente dello "stalinista". Peraltro, anche il mio internazionalismo è molto cambiato. Prima l'idea era: la rivoluzione non ha patria, punto. Adesso credo che ciò valga come principio guida, ma penso anche che illudersi di saltare a piè pari la dimensione nazionale sia un errore colossale. I capitalismi mondiali sono tuttora organizzati in certa misura su base nazionale.
Talvolta, la stessa difesa della forma stato-nazione ha degli aspetti progressivi, si pensi all'esperienza di Cuba o del Venezuela. D’altra parte, l'idea che si possa uscire dall’area della moneta unica è percepita da alcuni, specie a sinistra, come un tradimento dei principi internazionalismo operaio. 
Un esempio dei danni prodotti da un certo internazionalismo di maniera. Insomma, l'universale richiede sempre la mediazione del particolare. Non si dà internazionalismo senza difesa delle esperienze nazionali progressive. Questo fu un problema posto storicamente da Stalin. Ecco perché di nuovo potrei essere tacciato di stalinismo.

A patto che chi ti fa l'accusa conosca la cosa nei termini che tu le hai dette...
Stalin è lo spauracchio, il pretesto, la maschera dietro la quale spesso, ipocritamente, una certa sinistra nasconde le proprie paure. 
Stalin è parte del mio DNA politico come lo sono Trotsky e la DDR, il PCI di Togliatti e le Brigate Rosse, Bertold Brecht e Mao, Pasolini e Berlinguer, Rosa Luxemburg e Lenin, Che Guevera e Olof Palme. Non perché io condivida tutto ciò che tali simboli rappresentano, naturalmente. Anzi. 
Ma perché tutti sono parte di una storia con cui, piaccia o meno, la sinistra deve fare i conti fino in fondo. I militanti del Partito Obrero di Unificacion Marxista spagnolo e gli stalinisti che sparavano contro di loro, l'agente segreto Orwell e Dolores Ibàrruri, sono anch’essi parte di quella storia. 
D’altra parte, non nascondo che mi piace giocare con icone e mostri del movimento operaio, un po’ come i primi punk londinesi si divertivano ad urtare la sensibilità della società bene inglese dell’epoca giocando con la simbologia nazista.

Mi interessa molto dopo la tua storia che tu spieghi meglio come mai a Leeds?
La ragione, di nuovo, è banalmente materiale, anzi materialista. Subito dopo la fine del dottorato, che ho potuto frequentare grazie alla borsa, ho avuto la possibilità di accedere a due assegni di ricerca annuali presso l'università di Bergamo e, tra un assegno e l'altro, di procurarmi qualche flusso addizionale di reddito insegnando presso altre università. Alla fine del 2011 scadeva il mio secondo assegno a Bergamo. Per una serie di ragioni, di cui preferisco non discutere, il mio assegno non è stato rinnovato e a quel punto ho dovuto trovare una soluzione in tempi stretti per riuscire a pagare l'affitto … Io e Marica, la mia compagna, non abbiamo patrimoni. Se si esclude qualche inevitabile aiuto dalle rispettive famiglie, viviamo di flussi di reddito e i saldi dei nostri conti corrente sono sempre prossimi allo zero.

Vicini allo zero termico si potrebbe dire oggi...
Sì, quindi dovevo trovare una soluzione in tempi rapidi. Non solo: ad ottobre 2011 mi sono ammalato. Il mio pancreas non ha retto lo stile di vita bohémien … sai, sono veneto, terra di vitigni … e soprattutto lo stress del periodo.  A quel punto, mi si stavano aprendo altre possibilità in Italia; poi un docente italiano mi ha segnalato un bando a Leeds. Credevo di non avere alcuna possibilità, dato che il mio inglese era stentatissimo e non conoscevo nessuno, ma ho pensato che valesse la pena provare comunque. Mi sono presentato e mi hanno preso. Trasferirmi non è stata una scelta facile, perché Marica è rimasta a Bologna per molti mesi … 
Però abbiamo pensato entrambi che non si potesse tornare indietro: così Marica mi ha raggiunto e siamo rimasti qui. Tra l'altro, devo dire che l’Università di Leeds ha una particolarità: ha uno dei pochi dipartimenti di economia in Europa, e forse al mondo, in cui c’è un gruppo nutrito di economisti non allineati con il pensiero dominante.

Come mai?
Eh, la domanda andrebbe rovesciata: come mai ne sono rimasti cosi pochi?

E allora rovesciamo la domanda, dando così il via all'auto intervista...
Sì, sì ... a metà degli anni settanta, primi ottanta, quelli che la pensavano come me nel mondo accademico non erano forse la maggioranza, ma probabilmente erano anche più influenti degli esponenti del mainstream. Il problema è che quei cattivi maestri erano tali in tutti i sensi: geniali, ma anche individualisti, prime donne, spesso in conflitto tra di loro, ed incapaci di fare scuola.
Nel frattempo il mondo cambiava. 
In un certo senso, hanno fatto la fine dei leader e delle organizzazioni storiche della sinistra radicale. L'università e soprattutto i dipartimenti di economia piano piano sono stati normalizzati. Spesso proprio ad opera dei loro giovani allievi, quelli che avevano perfezionato gli studi nelle università americane . Insomma, abbiamo perso la guerra, ma sono rimaste alcune piccole enclave, piccole isole... e Leeds è una di quelle. Sarà forse per il clima inospitale.

Possiamo provare in termini appetibili a me e ai 25 lettori spiegare dal tuo punto di vista in che cosa consiste in ambito economico, e ahimè politico, il pensiero dominante.
In realtà, è abbastanza semplice da definire, almeno in prima battuta. Poi certo le complicazioni non mancherebbero. Banalmente, è l'idea che le economie siano sistemi in grado di autoregolarsi, e cioè che le forze di mercato, le forse della concorrenza, se lasciate libere di operare, siano sempre in grado di spingere nel medio-lungo periodo l'economia verso un equilibrio. 
Un equilibrio che è al tempo stesso massimamente efficiente, nel senso che tutte le risorse dell'economia vengono allocate nel miglior modo possibile, nulla viene sprecato, e generatore di massimo benessere sociale, nel senso che tutte le volontà di acquisto e di vendita di consumatori e imprese, lavoratori e produttori, sono realizzate. 
L'idea è cioè che le economie tendono naturalmente a questo equilibrio naturale. L'esempio che uso con gli studenti è … poi ecco tu hai dei bimbi, adesso sono cresciuti, ma quando erano piccoli avevano forse quelle tazze che si rimettono in piedi da sole, tornano in equilibrio, se rovesciate? 
Ecco l'idea mainstream è che le economie siano sempre in grado di rialzarsi da sole, a patto che lo Stato cattivo, dissipatore, corruttore e corrotto, non intervenga, ovvero interferisca con le forze che portano quel bicchiere, l’economia, in equilibrio. Ed è, al tempo stesso, l'idea che quell'equilibrio sia massimamente efficiente e garante del massimo benessere collettivo.

E invece?
E invece basta guardare fuori per capire che non è cosi. Intanto, l’equilibrio, ammesso che esista, non è unico né stabile: si può passare da un equilibrio ad un altro, senza alcuna garanzia che l’economia si stabilizzi spontaneamente in corrispondenza di quello socialmente più desiderabile. 
Per esempio, se noi prendiamo un bicchiere, un calice, possiamo convenire che la sua posizione ottimale sia in piedi. Se, per qualche motivo, lo rovesciamo, il calice non tornerà spontaneamente nella posizione precedente. E la seconda posizione è anch’essa una posizione di equilibrio, benché non ottimale se desideriamo usare qual bicchiere per bere. Allo stesso modo, le forze di mercato non conducono necessariamente all'ottimo sociale, né all'uso massimamente efficiente delle risorse. Anzi, conducono in genere ad una iper-dissipazione, ad uno spreco gigantesco di risorse. 
La disoccupazione è, del resto, uno degli indicatori più importanti. Se le economie utilizzassero in modo soddisfacente e razionale tutte le risorse disponibili, non avremmo, come in Italia e Spagna, il trenta o quaranta per cento di giovani disoccupati.
C'è un ulteriore elemento che non ho citato, ma che è connesso all'idea dominante secondo cui le nostre economie sarebbero sistemi omeostatici, cioè sistemi in grado di autoregolarsi. Ed è l'idea che ciò che vincola questi sistemi sia solo scarsità delle risorse, di forza-lavoro, di capitale, di tecnologia e di risorse naturali, e che dunque i vincoli di questo sistema siano tutti dal lato dell'offerta. Invece, come la crisi recente dimostra, ed è questo una critica che il pensiero non-mainstream rivolge al pensiero mainstream, il vincolo maggiore viene dalla domanda. Se non c'è una domanda sufficiente a mettere in modo la produzione, il sistema può rimanere per un periodo indeterminato ad un livello di sottoutilizzo delle risorse. Ecco perché abbiamo giovani laureati disoccupati.

Dovrei chiederti ora come si fa a stimolare la domanda, ma prima vorrei capire che cosa è successo all'Italia per portarla dentro a questa crisi economica.
Beh, secondo me i problemi italiani vengono da molto lontano. Su questo, in fondo, tutti gli economisti concordano. Non si concorda sull'analisi delle cause, ma non si tratta solo del fallimento Lehmann Brothers, seguito dalla crisi dei derivati e poi dalla crisi dei debiti europei, eccetera. La crisi italiana ha radici molto antiche: si può farla risalire alla fine degli ani settanta, primi ottanta, o forse prima. Se dovessi indicare una data, direi però il 1981: molti dei problemi attuali, visto che si parla di debito, nascono in seguito al cosiddetto divorzio tra la Banca Centrale Italiana e il Tesoro Italiano. 
Una cosa tecnica, ma non così difficile da capire. Nel 1981 succede che Ciampi, da poco diventato presidente di Banca d'Italia, e Andreatta, Ministro del Tesoro, decidono che da quel momento in poi la banca centrale italiana non sarebbe più stata obbligata a comprare i titoli che lo Stato italiano emetteva per rastrellare risorse finanziarie, e che di fatto venivano collocati sul mercato ad un tasso politico: io che sono lo Stato emetto titoli per rastrellare liquidità sui mercati, diciamo per finanziare la spesa (anche se teoricamente non è così, nel senso che uno Stato sovrano non deve mai "finanziare" la propria spesa, ma sarebbe un discorso lungo). Su questi titoli pago un tasso di interesse, ma fino al 1981 avevo un accordo con la banca centrale italiana. L’accordo era che se questi titoli non li compravano gli investitori, se li comprava la Banca d'Italia. 
Tutte le volte che come Stato avevo bisogno di finanziarmi, emettevo titoli, tanto sapevo che qualcuno li avrebbe comprati, investitori o banca centrale. E questo ad un tasso fissato politicamente, dunque a un tasso relativamente basso. 
A partire dal 1981, si decide che la banca centrale non è più obbligata a fare questo. Lo Stato italiano, quando emette titoli, li colloca sul mercato, dove agiscono solo investitori guidati dal proprio tornaconto, e dunque il prezzo al quale colloca quei titoli non lo decide più lo Stato, per il tramite della banca centrale, ma lo decidono gli investitori. Se gli investitori privati ripongono molta fiducia nell'Italia, e si aspettano che i titoli si apprezzeranno nel tempo, allora chiederanno un rendimento relativamente basso. 
Se, invece, pensano che i titoli si deprezzeranno, allora chiederanno un rendimento elevato. Se non ricordo male, c'era anche un giovanissimo Mario Monti tra coloro che studiarono questo tipo di soluzioni. 
L'esito, come riconobbe lo stesso ministro Andreatta dieci anni più tardi, su il Sole 24 Ore, fu che i tassi schizzarono alle stelle e adesso ti dico perché.
Il fatto è che l’aumento dei tassi di interesse, ovvero quello che lo Stato italiano deve pagare di interessi sul nostro debito, significò che anche il debito iniziò a correre. Fino a quegli anni il debito italiano era intorno al sessanta per cento del prodotto interno lordo. Era la metà di oggi e al di sotto del tetto stabilito dal trattato di Maastricht. Da allora esplose. Una delle ragioni per cui esplose fu l'avvicinamento a Maastricht e all'Unione Monetaria Europea. Attraverso lo SME, un antesignano dell'Euro che agganciava tra loro le valute europee, lo Stato italiano ha dovuto di fatto agganciare progressivamente la Lira al Marco. Il Marco era una valuta più forte della Lira e tendeva appunto ad apprezzarsi rispetto alla Lira … o, che è lo stesso, la Lira tendeva a deprezzarsi rispetto al Marco. 
Per evitare che ciò accadesse, bisognava invogliare gli investitori a comperare Lire, e dunque a comprare titoli denominati in Lire. Ecco perché bisognava pagare su questi titoli tassi di interesse molto alti. Perché, infatti, comperare Lire, e non Marchi, se non al solo scopo di ottenere rendimenti maggiori? Questo causò l'esplosione del debito pubblico. Dunque, il paradosso è che proprio il percorso di avvicinamento all'Euro generò l'esplosione del debito pubblico italiano, evasione a parte. Ed ecco perché in prossimità dell'entrata nell'Unione Monetaria Europea si dovette anche iniziare a tagliare le spese che non fossero le spese per il pagamento degli interessi. Al punto che il nostro paese dal 1995 consegue tutti gli anni avanzi primari di bilancio, e cioè al netto degli interessi da pagare sul debito, in realtà dagli anni novanta i nostri governi spendono meno di quanto incassino per tasse ed altre entrate.

Insomma stiamo pagando gli interessi
Sostanzialmente sì. Noi abbiamo lo Stato che di fatto non interviene più direttamente nell'economia. Oltretutto, gli anni Novanta sono stati la stagione delle privatizzazioni, gestite da Romano Prodi all'IRI, Ciampi, Amato. 
Gli anni Novanta sono stati una stagione drammatica, perché, da un lato, lo Stato italiano ha iniziato a risparmiare su spese e stato sociale, mentre, dall'altro, abbiamo svenduto le partecipazioni dell'IRI, che in realtà avrebbe potuto fornire un insieme di leve potentissime per lo Stato italiano, specie nei periodi di crisi. In qualche modo i governi hanno perso la possibilità di intervenire nei settori chiave dell’economia.
Certo che l’IRI andava riformata e che la partecipazione statale in alcune imprese private andava ripensata alla radice, ma le privatizzazioni sono state un disastro! Ecco perché, a partire dagli anni Novanta, il nostro paese ha smesso di crescere.
Per di più continuiamo a tagliare la spesa, le imprese pubbliche che erano state il fattore di successo dell'economia italiana negli cinquanta e sessanta non ci sono più, e il grosso di quello che lo Stato spende, lo spende per pagare gli interessi sul debito.

To be continued.

1 commento:

  1. buondì strok!
    ho suggerito ad un collega la lettura di questa intervista, sperado che lo aiuti ad avere un' altra possibilità di interpretazione della catastrofe economica che ci sta rovinando e le cause dell'immobilità della politica, incapace di qualsiasi, sana proposta!!
    interessante Marco, seppur all'estero mi rincuora sempre sapere che un giovane italiano ha ancora voglia di capire, perchè quelli che veranno sono davvero privi di risorse, conoscenze e spirito d'iniziativa...un cincinino sfiduciata, sono!!
    :-)
    sandruzza

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