domenica 29 dicembre 2013

Imperial War Museum

Imperial non so se sia aggettivo di War o di Museum, non importa.

In via di restauro (to mark the Centenary of the First World War), questi sono gli ultimi giorni prima della chiusura per il nuovo make up. 
Nel cavedio centrale di questo edificio vittoriano dalla cupola cilindrica, oggi visibile solo spiando tra i pannelli di protezione, penderanno nel vuoto aerei da combattimento, droni e altre meraviglie della tecnologia bellica di Sua Maestà l'Impero Britannico.

Nei quattro piani (sui lati a balconata del cavedio) sono parcheggiati esemplari originali di auto, carri armati, bombe, camionette, missili impiegati nelle due guerre vittoriose mondiali e fino ai giorni nostri. Obiettivo dell' IWM: to provide for, and to encourage, the study and understanding of the history of modern war and "wartime experience". 

Una parte dedicata all'olocausto (vietata ai minori di 14); una mostra per bambini a pagamento sullo spionaggio; una sezione sulla Londra del Blitz e la politica del Keep Calm and Carry On (il razionamento dei cibi, dei vestiti, la vita quotidiana di una famiglia, gli shelter) e un piano, l'ultimo, dedicato a tutti i medagliati (con la Victoria Cross e la George Cross) al valore civile e militare "persone che hanno sfidato il pericolo, la paura e il dolore, per aiutare amici e sconosciuti e salvare vite". Il motto: Ordinary People can do extraordinary things.

Appena accennato
Di fianco all'esaltazione muscolosa della guerra, gli effetti mortali della guerra.
Si mostra la causa e l'effetto, il carnefice e la vittima dentro la stessa scatola: un insopportabile controsenso.

Una celebrazione imperiale e siccome l'Impero non esiste più, esistono le sue armi, e rimane della guerra la sua accezione imperiale: cosa di lustro, di forza, di vittoria e di dominio.
E prevale, l'immagine della guerra dico, sulle sue tragiche conseguenze.

Comunque c'era il pieno di visitatori, famiglie con bambini in particolare (tra cui la mia).
Un'agiografia degli eroi e delle tecniche di guerra anche in tempo di pace (qualità o virtù che non esiste, oltretutto noiosa). 

Faccio fatica a credere che l'intento del Museo sia creare consapevolezza, studio, comprensione. Balle! crea invece mito, mitologia di guerra.

Il Museo che può fare solo chi vince, troppo umiliante sarebbe per chi ha perso vedere il proprio talento, la propria furbizia e l'intero arsenale finire sconfitti.

In Italia impensabile (abbiamo anche perso la guerra)
Per fortuna!

martedì 24 dicembre 2013

Giocare con le Wigs

Facciamo così, che per una volta ci si mette tutti una parrucca e ci si diverte a Natale, a Capodanno, in uno dei tanti Capodanni che le specie umane si scelgono come inizio.

Playing with the wigs: posologia libera.

Semel in anno licet insanire, pure tribus, pure ter in die; oppure: desipere in loco, insomma ammattirsi dove capita.
Oggi sul 47, per esempio, un ragazza fradicia batteva gli stivali sui gradini del double deck, noi stipati, l'umidità che non fa vedere fuori, i pacchi dei regali, le carrozzine, le cuffie e tunza tunza.

(A pensarci non rimane che il delirio).

E il carpe diem possiamo mandarlo a quel paese, in fondo chi mai coglie l'attimo...

Dai! Buon Anno allora.

(che poi oggi ha piovuto, i treni non andavano per l'allerta meteo, mi pareva di essere l'unico a lavorare, ma poi ho fatto pure un salto da Rough Trade a prendermi un caffè con Oscar; e sono arrivato a casa facendo un giro lungo da Spitalfields, leggendo sul bus senza che mi venisse la nausea: sono quasi felice) 


Se mi volete fare un regalo: calze a righe. I dettagli fanno la differenza. 
Sempre.

*** 
Sono le due del mattino della vigilia, non prendo sonno: tira un vento, una rosa di venti, a 50 miglia l'ora, come BBC disse.
Londra città e sembra di stare su una qualche scogliera di Dover, controvento, contromano, in balia degli elementi.

Mi alzo, scendo, guardo fuori dalla veranda: la recinzione - due pannelli, un terzo splafonò giorni fa per l'umidità -, del vicino sono finiti nel nostro giardino, come fradici aquiloni che non sanno più volare.
(Ora Matilde potrà giocare a pallone con i ragazzi del 24, un gruppo di ormonati con la passione per il pugilato, il rugby e il calcio... fonderemo un kibbutz e uno di loro mi farà da Sergente Hartman.)

Poi silenzio, poi il vento riprende,
poi cascano i bidoni della spazzatura,
poi si scatenano gli allarmi, poi si sentono le sirene.
I sensi accesi: sulla strada il rumore pizzicato che fa la carta stagnola quando si srotola.

Risalgo e informo Cristiana del guaio al boccaporto, lei rimane sotto coperta e se ne fotte. Non mi manda affanculo, forse non mi ha sentito.

Adesso piove orizzontale, le gatte girano per casa come due particelle di sodio scampate al fiume Lete. Se uscissi nella tempesta in vestaglia, sembrerei la controfigura di Voldemort.

(Domani vado a Shoreditch a piedi? Perchè Paola non si alza e non va fuori a fumare? I bambini?)
Intanto scrivo e sto già meglio.

Dai, Buon Anno, parte seconda.

venerdì 20 dicembre 2013

Harts Lane: galleggiare

(Cristiana fuori con Sigrun e Tisna, una festa a Peckham, con musiche di David Bowie, io a letto dovrei dormire, non ho neanche visto Poirot - che vedo in assenza di Cristiana - ma sento Shadi su skype, Jacopo non prende sonno, le gatte girano per casa come giocassero a Risiko -il Kamchakta è mio! - e quindi scrivo).

La parola galleggiare, per vizio e deformazione mentale, associavo alla metafora del vivacchiare, poi da lunedì sera galleggiare ha ripreso il senso letterale dello stare a galla, e poi dell'essere leggero: i timpani a pelo d'acqua, un moto ondoso magari lacustre o di un mare omerico, un peplo bianco, leggero. Un mistero sereno, un caos calmo.
Galleggiare alla rovescia: sospesi dall'alto, l'acqua che non ci fa cadere, l'acqua al posto del cielo.

Mi è sembrato un augurio, che mi prendo e rilancio a piene mani.
Nella realtà - semmai esista davvero - è un video di Antonella Ferrari, uno dei tre nella mostra di chiusura del 2013 in quel di Harts Lane (con Andrew James e Sarah Doyle).

http://hartslanestudios.org/

Harts Lane intanto e' diventata una cosa seria, Cristiana direbbe che lo e' da sempre, da quando lei insieme a Sigrun, Tisna e families hanno deciso di squottare lo spazio, allora un garage unto e bislacco, ma affascinante con le sue pareti di mattone, le lamiere, la biacca sui muri.

(e Cristiana dice "ho squottato" serafica e professionale come se stesse parlando di una cosa inevitabile da fare di cui lei sia assolutamente consapevole) il Comune di Lewisham ha riconosciuto lo spazio non solo come un asset importante per New Cross Gate, ma come legalmente occupabile (e affittabile) ai fini culturali per i quali e' nato.

Mulled wine, le luci basse, il chiarore dei video, gli artisti e i loro amici, io che cazzeggio e chiacchiero senza costrutto, al solito, vagheggiando il mio locale, mentre distribuisco qualcosa da mangiare e da bere.

Galleggiare, sospesi, la confidenza dell'acqua, il verde, ma anche il zaffiro e il purpureo dei mari e dei laghi nelle nostre balneazioni estive.

Nel video di Antonella le chiare e fresche e dolci acque del lago di Garda, non il mare come verrebbe da credere.
(Cristiana rientra da Peckham, con foto e autografo del batterista degli Spandau Ballet, puntini, puntini, puntini)

martedì 17 dicembre 2013

Le notti di Cabiria

Anzi una notte e mezza soltanto... quasi due, di Cabiria.

La seconda gatta soddisfa il sogno borghese, una certa agiatezza, la stabilità e la stanzialità nella casa, una vaga idea di fare del bene, di trattare - si dice - gli animali come gli uomini.

Non si tratta di giustificarsi, piuttosto, per me e pure per Cristiana, refrattari da sempre a occuparci di altre forme viventi, l'essere diventati più comprensivi e più anglosassoni almeno verso i felini (Fellini!) e la felinità (Fellinità).
Tinkerbell ha abituato tutti noi all'indipendenza, a un affetto misurato, scaltro, mai falso.

Per fortuna i gatti non parlano, non manca a loro il dono della parola, la parola non sarebbe affatto un dono per queste creature, sarebbe una iattura: come saprebbero altrimenti dare alle emozioni e ai sentimenti, il fascino muto dello sfiorarsi, del vellicare, il tango dell'avvicinarsi annusando a passi morbidi, prudenti.
I gatti conoscono l'indipendenza degli affetti, perché conoscono le emozioni. 


Ho imparato, a mie spese, a spese del mio bruciante sarcasmo, che i gatti restituiscono assai di più di quello che viene loro dato: in tutto questo definitivo non parlarsi, non dipendere, in tutto questo emozionarsi senza vocaboli, senza comizi e tiritere i gatti ci indicano un silenzio primordiale, un modo di comunicare perduto.

Cabiria ha due anni, si chiamava prima Mango, un nome maschile per la grammatica italiana, scelta da Matilde, prima sul sito e poi raccolta dal monolocale di vetro che il Battersea Dog and Cat Home riserva ad ogni suo ospite. 

Cabiria apparteneva ad un'altra famiglia che ha deciso di vivere all'estero, Battersea al pari di Tinkerbell, ce l'ha consegnata sterilizzata, con il microchip, l'assicurazione (quattro settimane rinnovabili, se crediamo) con il kit dei primi giorni e un libretto di istruzioni, da sfogliare, data l'esperienza acquisita con la precedente, al capitolo Introducing your cat to your resident cat.

Ora in quattro tentiamo l'avvicinamento seguendo non alla lettera, ma all'italiana il suddetto capitolo, quindi apriamo l'uscio della stanza in cui abbiamo confinato l'una verso gli spazi dell'altra, accarezziamo entrambe con matematica devozione (dura per le abitudini mie e del mio demone, Tinkerbell), distribuiamo gli odori delle due diaconesse, come monatti a casa propria.

Questa notte di Cabiria passa anche per me, lei e l'insonnia, l'accordatore notturno, mi fanno compagnia; l'altra, il mio demone, gira per casa a preparare agguati emotivi (adesso vigile stazione come statua dietro alla porta e mi chiama senza strazio, puntuale, precisa), fino al suo bastione preferito, il letto mio e di Cristiana.

Io non ho bisogno di niente, diceva la Cabiria di Fellini; era una puttana Cabiria, con il volto innocente, spavaldo, clownesco e fragile di Giulietta Masina, la Gelsomina de La Strada. Anche lei a proclamare quell'indipendenza e allo stesso tempo il disperato bisogno di affetto, un bisogno emozionale che non si misura, non si dimostra, ma le sta addosso, nel corpo, nel viso.

Questo mi piace da sempre di Fellini e di quasi tutti i suoi film: la mancanza di un significato recondito, la presenza di mondi paralleli, di sequenze slegate, di apparizioni fulminee, di sogni dentro unità di tempi e luoghi. I silenzi carichi di emozioni (non vuoti, angoscianti, terribilmente estetici come in Antonioni), le moine delle donne, i balli sgangherati, le iperboli, gli sguardi dai pertugi (a sceneggiare Cabiria signori come Flaiano e un giovane Pasolini, di Nino Rota le musiche).

Fellini, il felino e Cabiria la gatta (ora dietro lo scaffale dei libri, vedetta alla notte).

(giorni, questi di dicembre che sono sere prolungate e lunghissime) ma poi sono solo gatti, sono solo film.

sabato 14 dicembre 2013

Un Pirlo a Spitalfields

"Papi, ma Robin non porta mai i pantaloni?"
La domanda di Jacopo mi tiene occupato. Per ben due settimane.

- bella scusa lo so, ma riempire quindici giorni di iato mi lascerebbe senza f-iato e da qualche parte devo pure ricominciare -

Giorni fa si guardava il primo film di Batman: correvano gli anni sessanta, e pareva di assistere a un giocattolo kitsch a metà tra Barbarella, Modesty Blaze e Flash Gordon, originale certo: con modellini come effetti speciali (Robin che passa sulla scaletta di un elicottero in volo uno spray anti squalo, che sta addentando il polpaccio di Batman) e una dose abnorme di latenza (il povero Robin non può vedere Batman tra le braccia di Catwoman sotto le mentite spoglie di una attraente russa) e i cattivi, beh più pagliacci che cattivi. 
Jacopo estasiato dalla trama lineare e dai gadget, io dalla scenografia,  dall'accento cirillico di Catwoman.

I pantaloni di Robin intanto finiscono negli Annales con l'accoppiata (intendo nella stessa frase e poco prima di addormentarsi) "come si fa a sapere quando nevica?" e "ma dio esiste?" Se qualcuno dei venticinque lettori ha notizie sulle prime due domande, sarei grato e prometto di citare la fonte.
Rimane il dubbio se a domande intelligenti sia meglio non rispondere, oppure buttarsi con un approccio divulgativo scientifico. Mi fermo qui.

Quella su dio beh già scrissi che mi pare una conquista da adulti e impiantare dogmi sulla esistenza o non esistenza di dio suona alla mie orecchie, parla alle mie labbra e odora al mio naso come assai prematuro.

Non ho ancora trovato i pantaloni di Robin.
***
Ora che lavoro a Spitalfields e gironzolo nell'ora di pausa tra il mercato coperto, i grattacieli della city, la council house dove vive Iolanda (assistere a una preghiera islamica nel cortile con sullo sfondo le facciate a vetro delle banche, che sovrastano l'intera area), la vecchia Soup Kitchen for the Jewish Poor, lo street food e le bancarelle di Petticoat Road, e scopro ogni volta angoli e chioschi e chincaglierie varie,  posso finalmente avere la possibilità di farmi una birra. 
La possibilità (di un'isola) mi basta. 

Comunque quando K. mi invita a prendere una birra al The Golden Heart, non devo fare altro che attraversare la strada, ed entro proprio con il cipiglio del profondo conoscitore della zona:
-Scusa ma dove è All Saints?
-Ma lì di fronte! 
Infatti, balbetto qualcosa, mentre tutti gli astanti guardano attenti al televisore e un coro di Shit, 
Shit!
Shit!
Shit!
più che un coro una valanga di Shit!

Guardo i televisori a muro, un pallone gira su un angolo dello schermo, Uruguay, Italy, Costa Rica, manca una squadra al gruppo D... England
Oh Shit! We play Italy, again!

Tocca fare un'altra figura da Pirlo.

giovedì 28 novembre 2013

Britain uber alles

Mi viene a prendere Oscar - a chilly start of the day, even a sunny start - e si parte, poi scendo dal bolide (non gli ho mai chiesto il nome del bolide) e al posto delle ginocchia ho due mojito con ghiaccio, molto ghiaccio. 

Mi sgranchisco, recupero calore alle giunture, per entrare come si conviene dal nuovo ingresso della Tate Britain, che poi è quello vecchio, ma rifatto, sbiancato, lucidato a nuovo.

Pare abbiano riaperto spazi chiusi dal 1938, gli scantinati, che ospitano una cafeteria da un lato, un ristorante dall'altro e collezioni varie pure la balconata interna e le stanze della cupola


Dall'atrio neoclassico, il Millbank Foyer, si entra in uno spazio circolare a base quadrata sormontato da una cupola a vista, nel quale si apre una scala a chiocciola, la Rotunda: la luce scende naturale e si decomprime nel bianco, puntinato di nero nel marmo del pavimento, negli inserti della balaustra, nei profili dei gradini.

Un ingresso kubrikiano, alla Barry Lyndon (che mordicchia un' arancia meccanica) da dove risalta l'architettura, ma senza imporsi, se non come luce, chiarore: una leggerezza, una (specie di) fragilità: pare che da un momento all'altro possano cascare i muri e la cupola, e il bianco tenga in piedi tutto. 

Un edificio platonico e trascendente, ovviamente non post industriale, nemmeno post moderno, ma imperial-nazionalista.


D'altronde la Tate Britain questo é.... no?! da Turner alla nuova pittura contemporanea, da Henry Moore a David Hume.

Soddisfa la mia aspirazione aristocratica la cafeteria lassù sotto la cupola, bisogna nascer membri per accedere e io modestamente lo nacqui... 
...per un the metafisico e per incontrare una vedova sola non rimane che l'illusione di una colazione nell'iperuranio londinese, fuori invece o per l'appunto il Tamigi scorre e scorre e scorre.
- a Roma sarebbe una terrazza aperta sulla nostra decadenza, noi caciaroni, sfacciati, sinceri, umanissimi, una grande bellezza, Stefà... - 


qui una vista sull'illusione di un modernissimo impero, la finanza della city, che veste neoclassico mentre la BP fa da sponsor per pulirsi la coscienza dai suoi oli saturi.

Uber alles.

lunedì 25 novembre 2013

Bobo Rondelli

Me l'aveva fatto sentire Rudi un anno fa in una versione di Un anno d'Amore: voce calda di uno che ci crede e una canzone stra-cantata diventa nuova, la fa sua propria (e capirai/in un solo momento/ che cosa vuol dire/ un anno d'amore).


Ne fui conquistato così, per colpa di Mina, sempre galeotta nel presentarmi gli sconosciuti. 
Bobo Rondelli non è soltanto quella canzone, ma molto, molto di più. Da allora non l'ho mollato, e quando mi capita di ascoltarlo, quasi sempre su Grooveshark, mi uncina e mi morde come un cane al polpaccio, una sferzata su su fino al timpano.

Bobo Rondelli apre un mondo, il mondo di Livorno su palcoscenici occasionali, di feste strapaesane (quelle a tema, sull'ortaggio e sulla fauna locale), di provincia, quella dei miti da cortile, delle famiglie di quartiere, dei personaggi e degli animali da stracittà.

(e chiacchierare al bar e poi suonare con la chitarra, i vecchi che siedono ai tavolini, le sigarette, le donne buone e un po' puttane, i bambini che guardano con gli occhi sgranati e non capiscono le volgarità, ma poi la merda sta altrove fuori dall'umanità dei bar, fuori dallo strapaese - a tirare i sassi alla stelle  che a colpirle sembran che splendan di più e le nostre auto parcheggiate poi spariscono nel nulla o diventano grandi più di biemmevù -, la merda sta in tivvù, nelle cose che si accettano senza conoscerle, senza viverle)

Alla Purcell Room, non più di trecento sedie in pelle, prima del concerto si proietta il film di Virzì, settanta cinque minuti,  "L'uomo che aveva picchiato la testa" così lo conosciamo meglio, Rondelli dico, prima la differitam poi il live. Solo gli inglesi possono presentare un'artista presentandolo socialmente, documentandone la vita a beneficio del pubblico,  poco inglese, molto italiano, anzi molto livornese, e un paio di pisani in esilio.

Poi entra Bobo con l'Orchestrino e tira subito l'aria da festa di paese, alla faccia di Londra, della location (lochèscion), e se per un attimo, per un pregiudizio tutto borghese, uno spettatore non amasse l'artista che parla (italiano e inglese maccheronico, misto a volgari e sanguigni toscanismi) tra una canzone e un'altra, e amasse la pura esecuzione... ecco che vada fuori (e qualcuno l'ha fatto): non è un concerto per lui.

Rondelli non canta soltanto, ma fa uno spettacolo umorale, da giullare, uno show di mezze risate beffarde e dialoghi, di accidenti e errori, di sudorazione e affanno, poi balla, si agita, scende dal palco con l'intera orchestra, musicisti che gli assomigliano, che lo assecondano e lo tirano alla bisogna.

O sole mio - a trenino in mezzo al pubblico -, 24mila baci, apertura con Lou Reed, Tom Waits, Guarda che Luna, I vitelloni, Gigi Balla e via così.

Se mai il successo che merita, arrivasse, che resti così, come non so, ma così!
Un animale, un'anima prava, orgogliosa e timida deve avere questo livornese, e Livorno.

Pisa non so (Pisa is not a town, is a concept).

*Foto, non so come e quando scattate, di Oscar.

giovedì 21 novembre 2013

Fortune Green Nursery


Si cambia. Ancora.
Continuo a pensare che questo non sia il mio lavoro. Eppure.

Eppur mi muovo, cambio nursery e vado a Shoreditch, in attesa del ristorante che insieme ad un' altra manciata di cose un giorno farò e aprirò. 
Basta trovare le persone giuste, che suona un po' come una scusa. 

O forse la strada è un altra? 

Avere quarantadue anni e comportarsi come ne avessi ventiquattro, intanto prendo consigli a destra e manca e la confusione aumenta.

Sopra un ritratto in blu su blu di una bimba: mi vede così allucinato o con barba e capelli. Bidimensionale, a tratti sconcertante.

Tutta questa storia dell'about to be. L'escatologia o la livella del già e non ancora.

L'Italia sta là, confusa, acritica, mangiata da trent'anni di impolitica, senza risposte, senza visione. Rimane la militanza e il coraggio, la creatività e il nostro genio. 

Assomiglio al mio paese. Per fortuna. Per Fortune Green

Mai in un posto solo, sempre in due o tre. Per nulla multitasking, piuttosto multithinking
Veruno, Faenza, Milano, parenti, amici.

I pensieri si moltiplicano quando si cambia.

Ieri arrivo troppo tardi alla stazione di Victoria, un diluvio, Cristiana sale senza dire una parola, poi al mattino trovo cibi dolci saponi da Nablus, sarei rimasto a casa, ma un'attraente mattina londinese di pioggerella, a chilly start of the day, mi ha trascinato al lavoro: mai mancare la penultima giornata di lavoro.

Ascolto le solite nenie e filastrocche, le grida dei bambini e le facce delle insegnanti.
Dove va la musica quando finisce? 

Lizzie si affaccia, bionda, spiritata, parole a mitraglia: "devo dire ai bambini che te ne vai?"
Le rispondo con una risata e ci intendiamo, come abbiamo da subito provato a fare.

Curioso, ancora me ne stupisco, di quanto mi abituo a persone e luoghi e poi vado via, come fossi appena passato. Chissà che rimane, che mi porto dietro. E tutti questi bambini?

via, via, vieni via di qui
niente mi lega più a questi luoghi
neanche questi fiori azzurri...

lunedì 18 novembre 2013

Paolo Conte

Lo sguardo e pure il caracollare... omerico, niente farfallino ma una giacca stinta e stazzonata con le tasche gonfie di storici pacchetti di sigarette e mazzi di chiavi, nemmeno il fazzoletto, ma una manata ad asciugare  la saliva e il sudore dei baffi. 

Poi il piegarsi da un lato rigidamente, senza spezzarsi, e in piedi tenendosi a un lato del piano come fosse una ringhiera e le mani che battono il ritmo sui fianchi secondo spasmi, l'artrite del movimento palmare e il dito mignolo fermo. I pantaloni appena più che giusti in vita e la maglia nera infilata dentro, le scarpe in pelle, fruste.

Un Conte dell'aristocrazia in declino, ma senza tracce di snobismo, e poi un disincanto che dà spazio all'orchestra, agli assoli e ai talenti più del solito, mentre lui ammicca dal pianoforte come buon padre. 

Un uomo da strapaese, una faccia in prestito, uno zio di cui vorrei essere nipote, la voce di sigaretta, poi indubbiamente un poeta, dagli esametri di milonga, di tango e di jazz.

Lo vedo passare, da dove siedo, in quella camminata faticosa e affaticata: canta e suona come uno che sa e al contempo come uno che sa di non sapere: prende per il culo e poi offre un bagno caldo. La voce suadente e poi la realtà, raccolta, trasformata in immagini eleganti e quotidiane.

La platea del Royal Festival Hall (teatro strapieno) pare tutta italiana, di inglesi ci sono le mogli, i mariti, gli amici di noi italiani. Difficile scendere sotto i quaranta, diciamo sotto i trenta cinque.
Si parla, on line e nelle pubblicazioni, di Tom Waits e Cole Porter, di viaggi tra la Louisiana e Buenos Aires

A me pare tanto italiano, uno dei pochi che non ha importato musica dall'estero ma che l'ha interpretata e fatta propria, creando un genere, una specie di strapaese in note e suoni, dove ci sta dentro il kazoo, la Marisa, gli occhi allegri da italiano in gita, il rumore che fa il cellofan e tante altre immagini parlanti e atmosfere e ritmi di fumo, di serate, di erotismo e balera.

Un mondo nostro di zazzarazzazza e quanta passion. (E dopo di Lui?)*.

Io c'ero e ho visto. 

*invece dopo di lui Bobo Rondelli, domenica prossima.

mercoledì 13 novembre 2013

The colonialist

Cristiana di nuovo in Palestina, io a casa con la sua di lei to do list, a cui attenersi con il dovuto scrupolo e vu vu vu invidia punto com.

Ora che ci sono stato, ci voglio tornare, a quel caldo, a quelle sere, a quella stanchezza e a quel cibo; ora che il tedio della Londra novembrina mi rinchiude in spazi angusti e soffitti bassi, facce da Harry Potter sulla tube, un'incazzatura diffusa, l'ipocondria e le pastiglie per il mal di stomaco, o per il mal di testa (non importa, quelle lì insomma). Ora che ora che ora che ora è?

Mi trovo a fare il cuoco, e in questi giorni, a fare pure training ai cuochi. Devo selezionarne uno, anzi una, perché arbitrariamente ho deciso che sarà donna.

Il laureato - con tanto di menù autunnale stile Chiantishire -  frequenta un master in linguistica e vuole fare il cuoco, dice che le tribù dell'Amazzonia non conoscono il sale e vivono comunque.
Intelligente, sofisticato, mi sta sul culo, forse perché mi assomiglia un po' e della fatal quiete...

Lei invece ha il nome di un mese dell'anno: Aprile - che bel nome Aprile! -, viene dalle Filippine, ha sposato un italiano, e il figlio ha un nome italiano.
Starei ore a parlare e a fare domande, ma bisogna cucinare, avanti marsc'.

Oppure ancora: Lei che parla italiano, perché viene dall'Eritrea:
-I miei nonni hanno studiato italiano a scuola, e abbiamo parenti a Roma... vado spesso a trovarli.
Poi mi dice che Asmara assomiglia a Torino.

Una foto  tratta dal sito dell'Associazione Italiana Profughi dall'Etiopia e dall'Eritrea

Dunque abbiamo un passato coloniale, e in un battito di ciglia mi immagino con un completo kaki con casco, entrare in un caffè di Asmara.
Soffrire di Asmara. Asmara val bene un caffè, Asmara per favore vai via, Asmara e le alte.

-Francesco, are you ok?

Mica tanto, mi stacco troppo dal suolo "...how entirely I live in my imagination; how completely depend upon spurts of thoughts, coming as I walk, as I sit; things churning up in my mind and so making a perpetual pageant, which is to be my happiness." Virginia Wolf, from A Writer's Diary

Torno al suolo. PAM!

domenica 10 novembre 2013

Le forme tra noi leggere, Silvia Forese

Se le ombre fossero colorate e non ci inseguissero irregolari e non sparissero a tratti, infilate in qualche fessura, ma fossero più di una nostra immagine riflessa, saremmo forse più creativi, o magari più candidi, guarderemmo in faccia i nostri simulacri e forse ne rideremmo. Con grazia e con leggerezza.

Il catalogo di Silvia Forese girava per casa da un po' in attesa di un pretesto e non erano solo gli acrilici - essenziali nella loro prospettiva elementare - ma in particolare le installazioni, fatte con il nastro adesivo, il tape colorato o bianco, a interessarmi.


Accostato a poltrone fruste, sedie, attaccapanni, oppure installato all'aperto o nel chiuso di una galleria e di un ristorante, il disegno con il nastro finisce con il mostrare, anzi, inizia a mostrare, per molto più di un istante, l'ombra degli oggetti, l'ombra delle persone, del loro passaggio. 

La bidimensionalità del tratto di nastro costringue a guardare, a una riflessione non tanto sul come sarebbe o saremmo, ma sul come è, sul come siamo
L'occasione di osservare noi stessi e le cose senza gli orpelli degli occhi, senza il marketing dello sguardo, senza l'illusione quotidiana della tridimensionalità, contingente, passeggera, ubiqua.


Lo scarto (visivo e concettuale) tra il tape bidimensionale e la realtà diverte, sconcerta: lo sbigottimento di qualcosa o qualcuno osservato per la prima volta, in assenza di materia, per riconquistare qualcosa di perduto, le nostre lost property.

E un senso di gratitudine verso Silvia, che ha fatto qualcosa in vece nostra, dando forma leggera alle ombre.

 "Lost Property" mostra e installazioni di Silvia Forese al Cinnamon Soho, 5 Kingly Street, London.

lunedì 4 novembre 2013

'Cause, baby, you're a firework

Non potendo gareggiare in velocità con un airbus, mio suocero ha sfidato la EasyJet partendo domenica mattina, prima delle galline... mai che se la prenda comoda.
Da martedì sera si è dedicato a tempo pieno ai bambini: torneo di ping pong sul tavolo da pranzo (la pipa del narghilè come rete e vince il primo che fa cento punti, partite che durano un'eternita), gite al parco con scooter e attrezzatura da cricket, reiterato gioco a nascondino fino allo sfinimento dei partecipanti (ucci ucci sento odor di cristianucci), pressanti richieste di nuovi pattini (voi provvedete al necessario, io al superfluo).

Matilde e mio suocero hanno in comune l'effetto trapano: insistere fino a vincere gli avversari, io e Cristiana, per sfinimento.

Noi cediamo e non cediamo a seconda della percussione del trapano, ma talvolta cede lui se non altro fisicamente: mercoledì sera ritorno a casa dal Cinnamon Soho e Andrea giace diagonale sul divano, occhi chiusi posa rigida (colpo al cuore?!). Lo sveglio, lui recupera energie sufficienti a mettere a letto i bambini e se stesso, non necessariamente in questo ordine.

Io vago piuttosto assente tra un festa e l'altra in un tripudio di fuochi d'artificio, per fortuna non mi chiedono di accenderli: mi guardano e sanno che sarei doloso.

Da Vivek e Archie festeggiamo Diwali, il capodanno indiano, tiro fuori dall'armadio il vestito che Pratul mi regalò anni fa, inizio con il dolce finisco con il salato, vestiti, atmosfera e musiche da Bollywood, un clown intrattiene i bambini, io flirto in giro e bevo solo gin tonic, dal secondo in poi me lo faccio io. 

(La sensazione di essere invecchiato in una sera sola. Inesorabilmente.) Cambio umore e rido nello stesso minuto. A chi mi dice che ne dimostro meno, rispondo con una smorfia e un complimento. 
Solo noi sappiamo quante bugie ci raccontiamo e gli altri... beh gli altri dicano di me quello che vogliono.

Fuori piove (dio quanto sono allegri i bambini), Jacopo mangia pure il pollo affumicato, appena si accorge di avere fame, corre, non si stanca mai, Cristiana indossa il vestito charleston senza maniche, preso venti anni fa in qualche bottega di vintage.

Parlo con uno che è stato in Galles per un settimana di meditazione con un guru induista dalle fattezze danesi, mi dice che ora vive di più nel presente - lui e immagino pure il danese -; vorrei vivere anche io nel presente ma non ci riesco e non ci riesco nemmeno mentre gli parlo, comunque lui non mi ascolta, alla prima scappo a farmi un drink e lo lascio nel presente, nel suo presente.

Nel frattempo i fuochi artificiali scoppiano dentro un cielo corto, di nuvole, e pioviggina; in una specie di gabbia un fuoco reale esorcizza educato la luna - e i falò -, senza nemmeno scaldare. 
Manca un pannello nella recinzione, potrei entrare nel giardino del vicino, ma fa buio, troppo buio. 

Fuochetto scherzetto.


Quasi tutti noi ci ritroviamo il giorno dopo al di là della strada, da K. per la Bonfire Night, quasi non ci salutiamo, ma continuiamo a parlarci come se fosse la stessa festa.

K. ha coperto il terrazzo con un tendone provvisorio, che si gonfia alle raffiche di vento, giù nel giardino una carriola fa da braciere a una catasta di legna, tutt'attorno sfrigolano e scintillano i carboni; 
poi K. porta in giardino una cassa intera di fuochi d'artificio, sui fianchi il nome Desert Storm, io intanto porto il vino e dimentico il mio bicchiere in giro (voglio provare quel gin mezzo inglese e mezzo islandese, ma sparisce subito e poi sto andando di rosso o in rosso).

Edmund non viene perchè ha un terribile raffreddore, considerato che lo vedo una volta l'anno proprio qui alla festa di K., vorrà dire che questa sera niente libri e letteratura, ma fuochi fatui, fatali, artificiali.

Intanto inizia la sarabanda, alla balaustra ci sporgiamo a turno, alle signore piace l'odore di bruciato delle detonazioni, a me invece ricorda l'odore dei mozziconi di sigaretta bagnati. In silenzio mi ripeto che preferisco le grigliate. 
Mi consumo parlando con Laura un tempo infinito, lei mi racconta della sua vita in Australia interrotta a diciott'anni per seguire i genitori in Inghilterra. Non è più tornata in Australia
Sfinito, aspetto di ballare e ballo quasi da solo. 

Fuochetto, scherzetto.

lunedì 28 ottobre 2013

England - Wales: 2 - 0

dalle tre del pomeriggio mi sono sorbito: due ore di allenamenti indoor (seduto su un pavimento in gomma nera polverizzata ed erba finta), un'ora di happening con autografi, face painting di stampo, anzi di pennello, nazionalista, free styling (che Matilde dice di voler perfezionare: trattasi di come far rotolare e palleggiare la palla utilizzando tutto il corpo) e infine una partita del girone di qualificazione ai mondiali di calcio femminile, in programma in Canada nel 2015.
La prima in uno stadio, dal vivo.

Biglietti gratis in prima fila forniti dalla Polisportiva (traduzione mia), di cui non ho ancora memorizzato il nome, come del resto non ho ancora memorizzato i nomi dei vari allenatori, i quali comunque, per una legge della fisiognomica, si assomigliano tutti, anche nei nomi.

Parentesi: gli allenatori di cricket sono più longilinei, quelli di calcio no, la differenza tra correre  e stare a guardare.

Comunque salgo gli ultimi gradini prima di raggiungere gli spalti, quando si apre la vista, una boccata di verde, effetto tappeto rosso, fari allo iodio e guizzo di blu (papi stai calmo, sei troppo eccitato)

Non riesco ancora a urlare England (per il Wales difficile tifare; battute sul fatto che l'isoletta ha tre nazionali meglio non farne), ho quell'aria del pesce pers(ic)o, con il libro di Banks, il cellulare, la borsa della tuta e l'esoftalmo; nelle conversazioni anche solo occasionali con i padri galleggio allo zero virgola, con le madri non va meglio (ieri una: tu hai sempre fatto arte immagino...), gli allenatori invece mi salutano per nome, Matilde's father non il mio nome; poi ne arriva uno, mai visto prima ma uguale a tutti gli altri, che vuole l'indirizzo e il telefono, le solite domande, where are you from?. Italy, oh great! now I understand.

Ecco spiegato il talento della puella: veniamo dalla nazione del calcio! all'anonimo allenatore mi presenterò offrendo pizze al pomodoro cantando volare accompagnato da un mandolino e per concludere una scarica di lupara, lei non sa chi sono io! Am Matilde's (god)father!

Ma lei è così felice che mi passa tutto, fino quasi a crederci e poi la vedo che guarda le ragazze correre sul campo davanti a me: ragazze che sudano e scattano, mai una bestemmia, una sputata, ma gioco fisico, elegante di cosce e di palloni, di seni e di capelli a coda, a caschetto.
Matilde fa il tifo, il Wales sta sempre nella propria metà campo. Devo imparare la terminologia, in due lingue (sono rimasto a Nando Martellini e Sandro Ciotti).

La BBC 3 trasmette in diretta (tutte donne ai microfoni), la solita pioggia, si intravvedono sul passante i treni per London Bridge, le chips e il the caldo contro il freddo, nel kit della serata la guida Turn your passion for football into your job, e i consigli alimentari.

Gli spalti sono semi vuoti, ma mi dicono che ogni anno il pubblico aumenta, intanto il tipo della sicurezza, assonnato, infreddolito, ci siede di fronte, di spalle al campo da gioco; un cartello dice che se scavalchiamo scatta la multa e la prigione.

Poi dal cielo a cavedio si sfolla con calma, per famiglie, come a teatro, dentro i corridoi gialli al neon, i soffitti bassi, le giacche arancioni della security.

Voglio esserci per vedere come va a finire.

Torniamo a casa in otto (quattro adulti e quattro bambini) sulla familiare di Emma, io siedo contromano e mi viene un po' di nausea, Matilde ride, su BBC 4 danno Montalbano e abbiamo fame.

Intanto parlano tutti della prossima tempesta; il Guardian: The storm (is) named after St Jude – the patron saint of lost causes whose feast day is on Monday.
San Giuda? quello Taddeo (non Iscariota, che avrebbe trovato il modo senza pentirsi) è il patrono delle cause perse. Non sapevo ma rincuora sapere che la legge di Murfy ha un antenato illustre.

Niente treni fino alle 9am. Prenderò il bus...
è arrivato il temporale,
chi sta bene e chi sta male,
e chi sta come gli par... 

mercoledì 23 ottobre 2013

Il quarto comandamento

Good technique, mi dice Dawson, l'allenatore di calcio.
Raccolgo Jacopo e tutto quello che dissemina, non rimango a bocca aperta perchè in fondo lui ha sette anni e io quarantadue anche senza resto di due.

Buon sangue non mente, non il mio, non quello di Cristiana, ma il sangue della sorella. 
Due che giocano a calcio in famiglia non è male.

Don Camillo a Veruno capitò che mi presentasse un prete barbuto, giovane: 
E' appena andato a trovare suo padre con la sorella. Si vedono ogni tanto... anche la sorella è suora.
Io ridevo a pensare a quel padre che o era un devoto o qualche domanda se la deve essere fatta, se proprio tutti e due i figli si sono votati alla vita religiosa.

E rido anche adesso pensando che quel padre sono in fondo io, devoto o meno al dio del calcio, non importa. Non mi rimane che prendere atto, con un sorriso. 

E dato che finora non sono stato sufficientemente esemplare, non rimane da chiedersi in che cosa mai io lo sia e se lo sarò? Il tempo poi passa e le risposte, se tardive, hanno l'amaro sapore del rammarico.


Invece che essere contento, mi direbbero i soliti, ma io sono contento! vado pure alla partita Inghilterra vs Galles, femminile, un evento no? Il fatto che vada per la prima volta allo stadio perché Matilde gioca a calcio.

-Speriamo Matilde non veda per caso una partita di Curling-

Ma io sono contento, anche se il mestiere di padre rimane il più difficile al mondo.

(Il quarto comandamento: Onora i tuoi figli. Postilla al quarto comandamento: Resistere a volere i figli come noi vogliamo che siano, e poi lasciarsi andare)

E se mi iscrivessi a Curling: pulire affannosamente con la scopetta davanti a quella palla a ferro da stiro, detta stone o rock, per farla scivolare via, senza toccarla mai.

Nemmeno fuor di metafora.

martedì 15 ottobre 2013

L'effetto che fa




il Lego in fotografia: pixel. I Lego come pixel della, anzi, nella realtà.

La bella addormentata nel bosco e il bel rimbambito sembrano (!) più reali dal vivo? e la foto cattura un'incursione del virtuale nel reale? 
Il Lego - me ne sono accorto da ieri - non solo costruisce ma de-costruisce.

Girando sui trenini dentro il paese di Legoland, trentadue anni dopo avere chiesto invano a mia madre, l'unica che ne capisse, una base verde e una massiccia dose di cubetti, la cosa che mi piace di più sono le statue disseminate dovunque. 

Il resto è un misto, un po' datato, di Gardaland e Ondaland, ma non importa, conta assai che io mi sia divertito un sacco. 
Perché sono e rimango uno splendido quarantenne. 

Jacopo con le paure di bimbo, Matilde con la sicumera della sportiva, lei impavida, lui che prova a scollinare. Gli inglesi che incuranti del tempo e delle temperature si bagnano, mangiano hot dog a tutte le ore e si divertono.

(C'era) Una volta - tanto tanto tempo fa - però si costruiva con i Lego, da zero, dalla famosa base verde, alla ricerca del pezzo mancante (certe losanghe o il mattonino curvo, le converse, i lucenari, le torrette del tetto); oggi si ricostruisce il modello o il personaggio. 
L'intero set di Guerre Stellari si può legolare... (ah Guerre Stellari!) poi impazza un certo Chima, un aggressivo Lego-leone con il suo mondo di animali, foreste e gadget.



C-3PO poi, se l'occhio riuscisse a fissare l'immagine sulla retina senza fibrillare troppo, diventerebbe più vero di me.

Costruire, Ricostruire, De-costruire.

lunedì 7 ottobre 2013

Endless stairs

Ci sale Jacopo soltanto, fino all'ultima balaustra, sospesa come un trampolino e divisa dal vuoto da uno spesso parapetto di vetro. 

L'infinito finisce lì e rimane oltre quella siepe di vetro in chi volesse dolcemente naufragare, planando dall'alto sopra il fiume. Non è poesia, nemmeno impotenza, piuttosto delusione.


Si tratta di scale senza fine, fatte di un materiale, il legno, con una tecnica di assemblamento nordico, pulito, di listelli e piastre. 

Sul prato davanti alla Tate e al Tamigi, di fianco alle betulle, le scale si alzano intersecandosi a rampe plurime di legno* chiaro, cangiante alla luce. Il nuovo cemento! (di alta qualità e sostenibile): almeno secondo uno degli architetti dello studio dRMM che hanno disegnato Endless stairs.

Credevo, vedendola, che l'illusione di Escher, a cui l'installazione si ispira, si materializzasse, che il trucco prospettico e bidimensionale fosse svelato dal talento dei designer, dalla furberia degli architetti.


E invece no: le scale tra loro s'aggrovigliano nel scendi-sali (nel weekend la calca s'accalca) e i bambini corrono su e giù, ignari al solito delle metafore e dei sensi riposti.

E il dramma e poi il terrore  delle xilografie di Escher si dissolvono in cento-ottasette gradini così senza ansia, senza figure incappucciate, senza trucchi, nemmeno i trucchi della tecnica.

(quello che manca all'architettura per essere arte?) e quello che manca alle scale è la casa, meglio: il prolungato ingresso alla casa.
E mi disturba che non portino a niente, che la loro natura accessoria vegna così messa a nudo, anzi che la loro discreta ma implacabile necessità sia uno schiaffo a noi umani.

Rimangono l'autoreferenzialità, le tassellatture, la ripetizione delle forme, propria dei frattali, ma, come dire, cose che non importano molto, anzi a conferma del limite di noi umani: salire e scendere per gradini, con le piante dei piedi, senza ali. 

Per spiegarmi l'antimateria un professore mi disse: devi immaginare di fare sulla spiaggia un castello con la sabbia, poi un'onda porta via il castello. Quello che rimane, il vuoto del castello, è l'antimateria.

Oggi, davanti alla Tate, per spiegare l'infinito: metti una scala su un prato, in riva al fiume, poi il fiume o il tempo la smonta, quel che rimane, il vuoto della scala, è l'infinito.


Jacopo arriva in cima, si tiene lontano dal parapetto di vetro trasparente, ha paura, gli faccio qualche foto, poi scende di corsa.

Non erano le scale, non era salire l'ultimo gradino, era per lui non poter continuare, non volare e poi scendere.

*Legno dell'Albero dei Tulipani, (liodendro o liriodendro) assemblato as cross-laminated timber (CLT), prodotto in Italia dalla Imola Legno.

giovedì 3 ottobre 2013

T(r)ip to Isle of Wright

A meno di due mesi dall'inizio della Secondary, Matilde va in gita per una settimana.

All'Isle of Wright (la romana Vectis, conquistata dai nostri avi... ma questo poco importa).

Non mancano le istruzioni della scuola, e non manca questa in particolare con tanto di neretto dove occorre:

The children will stay in single sex rooms. Under NO circumstances are boys allowed in girls room or vice versa and this applies during "down time" as well. Staff will be on hand all times.

La classe di Matilde, come tutte le altre, non è mista: girls con girls, boys con boys.
Down time virgolettato significa?:
"Papi non lo sai!? vuol dire dopo cena quando hai il piagiama!!"

Mi sono venuti in mente i Salesiani e le regole non scritte, che in Italia si seguono quanto quelle scritte.
E comunque noi a undici anni non si andava via sei giorni con la scuola.
O tempora, o mores.

Le due pagine, indirizzate a noi genitori, finiscono così:
I would like to remind you the exemplary behaviour is expected all the time whilst your daughter is on this trip. I want them to have fun, but they must be aware that misbehaviour will be dealt with severely and may culminate in you being asked to collect your daughter from the site at your expense. I am sure you will emphasise the importance of good behaviour.

Gli inglesi raramente usano must. Quindi noi enfatizzeremo i nostri must con Matilde.

La direttrice di Year 7 poi ha lo stesso cognome del primo ministro inglese (che non è la stessa cosa di una circolare firmata Letta).

Io: Se during down time mettessi il piagiama, invece della vestaglia.... che ne dici?
Cristiana: ...(imbecille)

mercoledì 25 settembre 2013

Battersea Power Station

-Tu in curva buttati quando mi butto io.
-Come buttati? Mi piego piuttosto.
-Allora piegati.

Adesso non devo farla tanto lunga per un giro in moto alle otto del mattino di domenica (Londra deserta). Istruzioni dettagliate di Oscar, compresa la procedura di vestizione del casco (la tiara dei motociclisti), maglione anti gelo, (giornata uggiosa, ma tiepida), la borsa nel bagaglio da sessanta litri (litri? e vada per un barilotto di barbera).

-volersi grattare il naso e il dito incontra la visiera: un classico, che non ho mancato e non ho mancato nemmeno l'incontro con il vicino di casa, Sig. Mohamed, una cosa tipo Lauda vs Hamid Karzai-


Nonostante la postura da coccio rigido, la proprietà della guida e l'affidabilità del mezzo mi hanno portato ad una certa confidenza, di cui vado fiero; non ho superato la barriera del suono, ma quella psicologica sì.

Potrei tentare un triplo carpiato senza avvitamento, perché la sensazione Mission Impossible mi è subito salita, oltretutto sono di cinquanta millimetri più alto di Tom Cruise e se lui può, io può. 
Il problema, in moto come in altre occasioni, è durare. 
Un'ora seduto su un bolide s'avvicina all'idea di eternità. Ma in Italia in moto ci andrei, per dire.

Comunque:

parcheggiamo, anzi Oscar parcheggia dalle parti di Lupus Street, strada indubbiamente (di seconda declinazione, nominativo) singolare, poi si attraversa il ponte e si inizia la fila per visitare la cattedrale elettronica dell'ultimo deserto londinese: la Battersea Power Station.
Davanti e dietro di noi qualche migliaio di londinesi di ogni età, alcuni seduti sul telo da picnic, altri con libri, bevande calde, in coppia, in gruppo, da soli, molti con le macchine fotografiche, come Oscar, alcuni con il cappello, come me.

Porte aperte ieri e oggi, domenica, per l'Open House London 2013: settecentocinquanta tra spazi, case private, infrastrutture, aree verdi e cantieri, normalmente non agibili o non visitabili, aperti gratuitamente al pubblico, in tutti i quartieri della città.  E noi si è scelto Battersea.

Dopo meno di un'ora la fila si muove, entriamo con il primo gruppo (in migliaia), prima sotto il ponte, poi fuori dal buio: il Tamigi a sinistra con gli scheletri arrugginiti delle gru, a destra un muro altissimo: la facciata colossale della centrale elettrica.


Attraverso una galleria arriviamo dentro quell'enorme pancia, svuotata da un incendio (dopo un cataclisma, dopo un bombardamento chirurgico, ho visto cose che voi umani); attorno arrugginite le strutture di acciaio che supportano il perimetro sembrano posticcie, fragili. I fianchi del vulcano elettrico forse si reggerebbero da soli, appesi a quel mastodontico vuoto.

Nel giro di cinque anni, dentro questo cavedio surreale, sorgerà un centro commerciale, piscine e campi da tennis sul tetto, e attorno palazzi a più piani, rigorosamente in vetro: quindici mila posti di lavoro, una nuova fermata della metropolitana, un molo per i battelli fluviali, ristoranti, eccetera: un altro City Centre.


Mettiamoci pure le lobby, il culto per Mammona, e pure la Hubris greca, ma questo sarà un altro volto di una città che non si ferma, che si trasforma, che fa circolare denaro, interessi, opportunità e Battersea, come venti anni fa Southbank, diventerà un posto dove andare e per alcuni dove vivere.

Intanto il maiale dei Pink Floyd è volato via con i suoi quasi quarant'anni, se si alza lo sguardo, (e qui alzarlo è faticoso: bisognerebbe sdraiarsi sul prato) si vede solo il cielo e il bianco plumbeo delle ciminiere; ormai quel roseo porcello rimane soltanto nell'immaginario collettivo, il nostro, come questa Power Station, così imponente, reale e statuaria, da riuscire a sopravvivere e mimetizzarsi nel tempo troppo umano che stiamo vivendo.

The last brick in the Wall.

Switch off, switch on.

giovedì 19 settembre 2013

Afterschool Club

Ore quindici e trenta, orario critico, che sfuma, dovrebbe, nell'abitudine: Matilde rientra da scuola, Jacopo va preso a scuola, io arrivo dalla mia scuola.

Ore quindici e trenta di ieri: Beatrice mi aspetta fuori di casa, non ha le chiavi, non c'è nessuno: Cristiana e Paola sono andate a prendere Jacopo. Entriamo: le valigie di Paola sono nel corridoio.

Arriva Matilde con la sua amica Vittoria
Ciao Papi, oggi faccio Cricket con Merle, Merle dice che ci portate voi. Lei è Vittoria, forse fa cricket con noi, ma tra poco viene sua mamma e ne parliamo.

Assertiva la ragazza (o la bambina?).

Rientra Cristiana con Jacopo (che alle tre ha la fame chimica): Ma non dovevi fare Journalism
Matilde: No, voglio fare cricket.

Journalism, No! Cricket, no Giornalismo, Cricket, fai già Football due volte alla settimana, ma faccio una lingua, Cricket, Journalism, no Football e basta, faccio già Mandarin e chitarra, sono troppi due sport vuol dire tornei macchina sabati e tornei, no voglio fare sport!

Intervengo: comportamenti da unità di crisi...

...di pianto con Vittoria che, baguette in mano, basita, guarda il nostro teatro, Jacopo fruga nella dispensa, la gatta fa stretching sulle valigie di Paola che esce a fumare, Beatrice mi offre dei dolci coreani di un suo amico, pare sia il Natale coreano, i dolci, color vescica, non sono dolci, non sono salati, sono disgustosi.

Torcetti Massera di Jacopo vs Dolcetti coreani: 6 - 0

Cristiana chiama la mamma di Merle al telefono, arriva la mamma di Vittoria, una spagnola di Alicante, con figlio e il barboncino Ringo al seguito. Beatrice va in bagno.

Esperanto e volemose bene.

Mentre si discute sul cricket, Ringo arringa, singulta e vomita tra le valigie di Paola, prendi il disinfettante, la carta assorbente, no meglio i tovaglioli, Matilde ancora con la cravatta, cricket, il dolce coreano fa schifo e adelante Ringo con juicio, la gatta, le lacrime si asciugano, Merle aspetta, Victoria sconfitta saluta e va via con la madre ispanica, amica di Paola, le valigie all'ingresso, il the per Beatrice (se il cane fosse femmina si chiamerebbe Ringa, la Ringa, l'Aringa, puzzicchia come un'aringa)

Che cosa può ancora succedere?
Che piova

Succede che porto le ragazze (o le bambine?) in macchina a Forest Hill, sono solo in quattro a fare cricket, much ado for nothing, at least for Matilde.

Bisogna tirarla una morale a fine favola, che questa sia la vita quotidiana, possibile, che sia un errore nel sistema (i déjà vu, Ringo che vomita, Poltergeist, i dolci vescica), o piuttosto l'imbuto del tempo, i desideri di una bambina che si scontrano con quelli degli adulti (no vi prego il conflitto generazionale no) o quel che resta del giorno.

Ascolto Mina a palla (Palla, palla!) e me ne fotto dei dossi, parcheggio; Cristiana va a yoga, a casa preparo la minestrina della nonna, Beatrice litiga su skype, Jacopo mi si aggrappa addosso sul divano: ha bisogno di storie, di coccole. 

Sentirmi l'albero pieno, accorgersi del soffio al cuore e poi il tarlo che svuota.

E a proposito della Palestina, intuire la differenza che passa tra meaningful meaningless
Comprendere è ancora un passo troppo lungo.

Ma questo in generale.

mercoledì 11 settembre 2013

Il succo del Melograno

contiene la vitamina C B E, ferro magnesio selenio calcio... acido lipoico e acido ellagico, quest'ultimo con il più alto potere anti-ossidante presente nella frutta e verdura che mangiamo.

Attributi che levano di torno non solo il medico, i radicali liberi e tutti i nostri più acerrimi nemici: rosso come il vino, spremuto fresco, dal retrogusto amaro che asciuga la bocca, insomma  mi sono bevuto succo di melograno tutti i giorni e più volte al giorno. 
Cristiana lo preferisce mescolato al succo di due arance. Street food che si trova in ogni angolo di Nablus.

Le zucchine - (kussa) ripiene, piccole, escavate da un taglierino, piene di carne trita e cipolle - resistono prima alla frittura poi alla cottura nello yoghurt, al palato intatte e anche nel colore,  accompagnate da un piatto di riso.

Incontrare solo bambini e anziani e persone dai cinquant'anni in su: dove sono i trentenni dove sono i quarantenni? Devo dirlo dove sono?

lunedì 9 settembre 2013

La parola del Samaritano

Nel silenzio asburgico (le piastrelle a schacchi come nei collegi salesiani, la toponomastica di Cecco Beppe, gli infissi ottocenteschi) dell'Austrian Hospice, mi accorgo di avere bisogno di questa calma d'ovatta e naftalina, della mobilia cristiana, dell'iconografia cristiana. 

Gerusalemme qui sotto rumoreggia di sussurri e grida, muezzin e campane e per qualche ora, di riposo e di sonno (Cristiana dorme e sono le tre del pomeriggio) me ne sto a scrivere respirando lentamente: nelle orecchie la vita del suk nablousino e il mal di testa della sequenza Nablus - Ramallah - Calandia check point - Gerusalemme,  attraverso la porta di Damasco, ah Damasco!

(e l'urbanistica damascena che ha lasciato a Nablus quei - rari ormai - balconi coperti di legno intagliato, così letterari e così veneziani)

Sette anni fa entrai da qui alle sei del mattino: le pietre luccicavano, piene della imminente vampa agostana, nelle strade vuote una sola donna a vendere menta, il passo concitato di due ebrei ortodossi il caffè al cardamomo e Shadi che mi porta al sepolcro, la messa latina in sottofondo.

Oggi mentalmente esausto, capisco la stanchezza di Cristiana, quando diceva che i giorni a Nablus hanno un peso e una durata diversa e... tolgono energie mentali e fisiche.

E mi pare di scrivere un po' a vuoto in cerca di una sintesi o, banalmente, di un inizio. 
Risalire cioè soltanto a ieri e raccontare di padre Cohen Husni Wasef e dei Samaritani del Monte Jerizim

Ma prima, prima di un altro post, computo per me solo, e senza cronologia, le ultime ore:
quanto avessi bisogno di una cena occidentale (ho ordinato carciofi come antipasto e come piatto principale), di bere alcolici, di vedere abiti leggeri e baci appassionati e non più sguardi d'intesa e bellezza da immaginare dietro il velo dietro il trucco; 
quanto avessi bisogno di una certa volgarità, di un paio di stereotipi (il chill out per esempio) e di un pub con la musica*. 

E pensare che a Ramallah con Shadi non volevo andare.

Invece sono contento di avere visto ancora la casa bianca sopra la collina, dove abita la sua famiglia, a Ram, un sobborgo della West Bank e quanto sia per me importante averlo ascoltato.

Come se Shadi mi avesse raccolto e con le parole mi avesse anche un po' guarito.

*da leggere la descrizione del post nel link sopra (e occhio al dominio)

domenica 8 settembre 2013

In the soap

A guardarlo lavorare, inginocchiato, le gambe da un lato, il sedere sul cuscino non sapevo se fosse la sua manualità, così femminea, nel confezionare i cubi di sapone, o la calma dignità di quello sguardo non rassegnato, ma vispo, a colpirmi di più, a farmi commuovere.

Il nome purtroppo, ora non lo ricordo, ma questo uomo anziano lavora a carponi da cinquantanni in completa solitudine nella centenaria fabbrica di sapone, una delle tre rimaste, nel centro di Nablus.

Siamo in un edificio industriale simile alle fabbriche tessili del biellese, dove si prepara l'impasto in un bacile di pietra; al piano di sopra si fa colare sul pavimento la mistura che in poche ore si solidifica.

Immaginate una distesa di sapone spessa cinque centimetri, su cui, camminandoci sopra, un operaio, con un timbro per ogni mano, martella la superficie con il marchio della fabbrica, mentre un altro operario taglia il sapone con un cutter affilato. 

Immaginate cilindri formati dai saponi impilati come mattoncini e lasciati asciugare per settimane: modelli di scenografie oniriche, dietro le quinte del teatro. 

I carelli in legno, il pavimento, i gradini della scala, le colonne, tutto è coperto da una patina sottile, lucida e scivolosa di sapone.

sabato 7 settembre 2013

Al hammouz Cafè

Alle quattro del mattino la voce del muezzin si materializza verticalmente dal minareto che guardacaso sovrasta la nostra camera.
Prima che nelle orecchie mi entra sotto pelle, dentro nelle coronarie e mi sveglia: il ritorno della voce nell'altoparlante, che a debita distanza cullerebbe, ha l'effetto di una sciabolata di aaaaaa e di rimbombi di uuuuuu. Il Vota Antonio, Vota Antonio di un Totò arabo.

Non prendo sonno fino a mattino inoltrato, ma tanta è la voglia di vedere, capire e sapere che mi va bene anche l'insonnia e forse sono i caffè di ieri, nerissimi, al cardamomo con i residui spessi e granulosi sul fondo. 

Nablus val bene un muezzin.

Il suk coperto della città vecchia! la pianta romana di Flavia Neapolina, con il cardo e il decumano, pieni di negozi, di bancarelle e di gente: un'area considerata dall'Onu povera e depressa ma che nasconde, anzi che mostra, per esempio, (più ai nostri occhi che a quella dei nablusini di classe media che popolano i quartieri nuovi e le colline) la ricchezza della cucina, dentro l'architettura di pietre millenarie.

La porta della casa di Fatima e Saed dà sul suk, una porticina di ferro poi gradini ripidi e stretti che si aprono su un cortile quadrato di pietra bianca. 
Qui si consuma l'intera loro vita in cinque stanze con i soffitti in volte a crociera. L'intera vita di Fatima nel mondo semichiuso del suk, lei che mette il velo perchè arrivo io, lei che cucina per l'unico pranzo della giornata.

Mentre con gli occhi arredo la casa secondo il mio gusto - un vizio immaginare lo so, ma che divertimento -, escono dalla cucina i piatti e i vassoi e mi accorgo che è una fortuna conoscere attraverso il cibo seduti a tavola quello che altrimenti mi sarebbe sconosciuto.


Il pasto è dedicato alla melanzana: il piatto forte è la fatteth meqdus, un'altro dei piatti stratificati di qui, melanzane fritte, pane fritto, yoghurt e sopra carne trita;
poi le meqdus: piccole melanzane ripiene di prezzemolo, olio e noci: appena scottate in acqua e poi riempite le melanzane hanno poi tempi di cottura che possono variare a seconda del tempo di conservazione.

venerdì 6 settembre 2013

Sama Nablus

Sono seduto e sto guardando la città dall'alto. I nablusini la sera vengono qui, sul Monte Ebal
Saed, il marito di Fatima, ha uno street bar, con cucina alla griglia: i narghilè (shi-sha) in fila, una stufa da campo dove si scalda l'acqua per il the alla menta e la cioccolata per i bambini. 
Basta una bombola a gas, la brace e una presa elettrica attaccata al palo della luce. 
 
Anziché passeggiare nel suk, o camminare lungo una via di negozi nella città nuova, si sale fino a Sama Nablus, il cielo di Nablus, il cielo sopra Neapolis.

Soffia una brezza rinfrescante, come un vento, senza una direzione precisa. E io mi lascio trasportare dal vento e dal taxi, che corre sui tornanti ignorando precedenze, semafori e la gravidanza di Beatrice che siede dietro.

E rido, la situazione mi fa ridere: il taxista con la cravatta, il volante rotto con l'airbag a vista, infilato come una maglietta dentro un bagaglio improvvisato, le cantilene arabe alla radio, mentre i clacson urlazzano e le mani si agitano.
Tutta la grande famiglia di Fatima e Saed che guarda discreta ogni nostro gesto: il passo discreto e sospeso dell'ospitalità.

Cristiana sta chiacchierando con Fatima, i suoi figli corrono intorno e dietro di noi, intanto macchine di grossa cilindrata, taxi stracolmi, automobili usate e fruste rallentano e parcheggiano lungo la strada.

Un ragazzino rotea con il braccio destro un pentolino bucato pieno di braci, lo deposita sul tavolo, afferra con una pinza una carboncino, la depone sul filtro dell'essenza e mi fa segno di aspirare. Fatima mi dice che per la prima sera mi ha fatto preparare un'essenza di mela non troppo forte, per farmi abituare.

Davanti a noi, oltre la balaustra, la vallata dove si distende Nablus: sulla collina di fronte a destra la comunità samaritana con il celebre tempio, sulla collina di fianco il palazzo palladiano di uno degli uomini più ricchi della Palestina, Muneeb Al Marsi; in fondo dove il sole sta tramontando le luci di Tel Aviv, ad ovest il confine con la Giordania

Se si abbassa lo sguardo il campo profughi di Balata, le cisterne nere dell'acqua, le parabole, sui tetti piatti delle case cime, dietro di me il profilo del Monte Ebal e un posto di vedetta israeliano circondato da un bosco di pini marittimi.

C'è il rischio, mi dicono, che lungo questa costa collinare si costruiscano palazzi e si trasformi questa meta popolare in una colata di cemento.
Intanto si accendono i neon appesi agli alberi del boschetto: ci portano semi di girasole, lupini, bicchieri di the alla menta.