martedì 30 ottobre 2012

The Big Red... Bus

Il senso di colpa mi viene a tratti nelle giornate di ferie dal lavoro, come le due appena trascorse. Residuo che appartiene a uno dei tanti tratti ereditati da mio padre, un signore stakanovista con le ferie pagate in busta, che in vacanza non ho mai avuto il piacere di vedere.

Siamo all'interno di un bus, sul retro di un pub, a Deptford Church Street, Creek Side.
Io e Jacopo. Mi guardo fare il padre, mentre Jacopo colora di rosso il modellino cartaceo di Big Red.

Matilde, protetta da tuta e casco antisommossa, sta sparando pallettoni di vernice (Paintballing) a una manciata di coscritti in un bosco di Orpington, per festeggiare il compleanno di Eshaan. A colpi di calibro dodici.

- Sono geloso. Avrei dato un braccio per fare strage di nemici vestito da Actarus nei gloriosi anni ottanta, invece i miei furori nipponici si armavano di cachi più o meno maturi a spese di galline, del cane e della zia Aurora, già rimbambita per conto suo. -

Ma parlavo di un bus, sul retro di un pub, Deptford Church Street, Creek Side.

Due ragazzi infagottati in sciarpe cappucci maglioni, continuamente dentro e fuori e su e giù dal double-decker bus; il menù pizza e pasta fatta in casa, si direbbe italiano, nonostante l'afogatto e le solite doppie al posto sbagliato (ma chi non fa errori oggi, congiuntivi compresi).
Il posto non è esclusivo, anzi: sotto un pilone della DLR, a rischio freddo e gelo, tende di plastica a dividere gli spazi, l'aria informale dei camerieri (lei un outfit lappone, lui una capigliatura da mocio con il pantalone cascato al ginocchio) e nessun piatto da classifica, o memorabile, pazzesco, da urlo o (di nuovo) esclusivo.

Il posto è pure un po' sottotono, da andarci a piedi, chè non si parcheggia sullo stradone trafficato. Simile al Deptford Project, meno moderno, quasi uno stand alla festa dell'Unità, ma a forma di vecchio bus.
Nel fine settimana si fa pure del cinema per i bambini, al mattino alle undici.

A The Big Red tutto sembra casuale (nonostante l'ingresso da discoring), shabby no chic, leggero come una bevanda lievemente sgasata dall'uso, non esclusivo, nemmeno inclusivo... puzzette sì (i sedili usati, i bambini che scorrazzano) ma nessuna sotto il naso.

Si potrebbe rendere più elegante, vestendo i giovani hoodie con una divisa nera o color melanzana ... non è il mio ristorante accidenti, ma l'aria allegra e improbabile lo rendono simpatico e non ci si può lamentare delle pizze.

Noi due siamo stati bene.

domenica 28 ottobre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 26.12

Da queste parti il sistema elettorale vigente da più di un secolo è il maggioritario secco, all'inglese appunto. First pass the post: chi prende più voti, vince il seggio. Punto.

Capita sempre che su base nazionale il partito che ha la maggioranza relativa o assoluta dei seggi abbia un abbondante trenta per cento di suffragi, non di più. I partiti grandi sono tre, poi ci sono quelli locali, i verdi (una donna in Parlamento) e l'ultradestra (nessun seggio).

Capita anche che dal voto non esca alcun partito vincitore, nel qual caso o il partito con il maggior numero di voti forma una colazione o si torna a votare.

Attualmente al governo c'è una coalizione (la prima da cinquantanni), che ha concordato lo svolgimento di un referendum per la riforma del sistema elettorale, ritenuto da uno dei due partiti della coalizione, poco funzionale e poco rappresentativo.

Il referendum è stato indetto e perso: gli inglesi (quei pochi che sono andati a votare) si tengono il maggioritario. 
Il governo di coalizione non è caduto anche se un partito faceva la campagna referendaria uno contro l'altro, ma continua a governare.

Ad Albione (ma anche al di là delle Alpi) non abitano né santi né vergini ma le regole sono chiare, che piaccia o meno.

In Italia abbiamo il Porcellum, nomignolo affibbiato alla maialata dal suo stesso inventore, e all'orizzonte in zona Cesarini (o troppo a ridosso della festa) si profila una riforma peggiore, che sostanzialmente permette di formare solo governi di larga coalizione.

I danni del Porcellum sono (stati) tremendi: un sistema che blocca e alimenta la casta, non consegna governi stabili, confonde coalizioni con partiti, stacca i candidati dal territorio, rende gli elettori impotenti e non cambia gli eletti, che fanno le pecore e i porci a seconda del vento (con il sospetto da verificare che sia l'italianità più che il sistema elettorale).

Che fare?

Un anno fa, quando scambiammo il sollievo generale come l'inizio di una nuova era, con l'accorato beneplacito della sinistra e con qualche pacca sulla spalla, si parlava di riforme costituzionali, elettorali, fiscali, in un clima di unità nazionale (si deve, bisogna, l'Europa lo chiede!) e via con: su su! maccheddici? Votare adesso con questa legge? MAAAAAIIIIIIIIIII.

Ahimè uno. Porcelleremo anche questa volta e saremo certamente così liberi e forti da chiedere a chiunque vinca una nuova legge elettorale nei primi cento giorni di governo, anziché nomine, prebende e trucchi negli ultimi dieci (minuti).

Tutti pensiamo a destra o a sinistra o su per i Monti che un sistema elettorale chiaro e condiviso una volta per tutte, le cosiddette regole del gioco aiutino a giocare meglio.
Ma non succede.

E ahimè due: le primarie a sinistra replicano la confusione di regole, buone intenzioni e silenziose fregature*, di cui la politica italiana è stracolma.

Perché nel caso delle primarie il sistema di voto non è stato scelto PRIMA, molto PRIMA che la competizione iniziasse? perché non partire per tempo? (con otto, sei mesi di anticipo, votando regione per regione, in settimane diverse, come in America ma in scala più piccola?), perché sono primarie di coalizione e non di partito? in ballo non dovrebbe esserci un partito progressista, invece di un insieme di cose diverse che si sbranano, si smembrano e non si rimembrano più?
Le primarie a due turni** sono, per chi si candida, un giro di prova fatto come se la partita fosse già vinta, perchè questi figuri credono di vincere e governare: progressisti con la sfera di cristallo.

Esortazione in chiusura: che si muovano i giovani, gli studenti (quelli choosy, quelli non choosy), che ficchino carote in ogni pertugio libero, che riempiano le piazze, che okkupino uffici e quartieri.
Difficile in un paese dove chi viene fischiato scappa, e chi manifesta viene quasi subito picchiato (d'altronde da un ministro prefetto che cosa altro si può aspettare?). 
Difficile ma possibile.

Vado a farmi un altro caffè, no sandwich, ma lingue di gatto Massera: le prediche fanno venire fame.
Il frai quello che il saggio dice, non fare quello che il saggio fra
*la cosa più terribile votata dai parlamentari di sinistra senza colpo ferire e dopo essersi pubblicamente detti contrari è la norma sul pareggio di bilancio in costituzione, un imprimatur eterno sulle politiche di riduzione dei costi e taglio dello stato sociale.
**ridicolo, lo sarebbe meno se avessimo il doppio turno come sistema elettorale, il più vicino ai bisogni della politica italiana.

martedì 23 ottobre 2012

Russel Beach

Esco dal lavoro: quella che sarebbe, cantando, una giornata uggiosa, qui diventa mist, drizze, fog.
Le cinque della sera come le sette del mattino. Londra sembra un infinito contenitore, alcatraz direbbe Yossarian: non solo non si vedono i confini della prigione, ma nemmeno lo Shard dai binari di London Bridge.
Pure il vicino di casa sparisce con il suo cane, con un effetto luminal sui marciapiedi di New Cross Gate: i bus compaiono all'improvviso dalla nebbia verso la nebbia, la pioggia... un trattamento facciale.

Questo tempo non deprime, no! soffre di depressione di suo; io, di solito resistente e allergico anche a chi vuole a tutti i costi tirarmi su di morale (frase che tende a deprimermi), mi sogno il mare.
Mi andrebbe bene anche Southampton, un mare d'inverno -  un concetto poco moderno che nessuno considera più -, mi basterebbe anche quella roba blu che si vede dalla Voltri Sempione quando si scende dal Turchino.

Domenica a Russel Square per il Bloomsbury Festival ho ingollato qualcosa di mediterraneo (una chorizo pie di Pieminister), Cristiana una tapa messicana, i bambini i churros e nonostante tutto pareva di stare nella bruma, nella bassa, nella tundra, mentre l'umidità saliva dal parco, fangoso come un prato di un concerto rock annullato.
Temperature che sarebbero state anche di stagione se il solito vento metropolitano non prendesse a schiaffi ad ogni svolta.

Intanto i bambini si fanno fare ritratti, disegnano, incollano, guardano. Io ho la malaugarata idea di farmi spiegare da una scienziata in erba della vicina università che alcuni insetti dal ciclo di vita breve (quattordici giorni) vengono utilizzati come cavie al posto dei ben noti roditori, che invece metabolizzano i veleni più con calma (tre mesi). Abbiamo con gli insetti il sessanta per cento di DNA in comune.

svolazzzzzando con il mio 60% sul fango di Russel Square

Sulle pareti della tenda acari ingranditi, vermi solitari e lavatevi le mani che portate cacca in giro senza neanche accorgervi! (la mia chorizo pie galleggia in cerca di bicarbonato di sodio, che tolga con la pesantezza pure la memoria).

Inizio a starnutire, ma andiamo a preparare il burro come la signora Dickens era solita fare: panna da cucina a temperatura ambiente, minipimer dell'ottocento a rischio tetanica, mussolina per far colare il latte, guanti di lattice.

Un odore di verde muschiato sale dal pantano e tranne qualche pazzoide sembriamo tutti dei licheni che camminano, poi scappo nel bookshop, dove con un altro umore avrei comprato il famoso libro di Swedenborg (conosciuto sul posto, e subito la compulsione...). 
Niente però mi mette tristezza come un tendone bianco, un tappetone grigio scuro, i tavoli addossati ai lati e l'odore che ha la carta quando implora un colpo di phon. Esco con la voglia, insoddisfatta, di caffè.

Riusciamo, bambini al seguito, a fare un salto alla Brunei Gallery della Soas per una mostra documentale sul mandato britannico in Palestina, Cristiana, al solito serena, fa serenamente delle foto, io invece ho un paio di travasi di bile, meglio che taccia.

Comunque la piazza e l'area valgono bene una visita, per la facciata della metropolitana, il Museo Dickens che riaprirà beautifully restored, l'aria morbosa e gotica del Russel Hotel, la neoclassica Swedenborg Hall, la Soas e l'incredibile biblioteca stile Metropolis che giganteggia alle spalle. Una zona di fantasmi e di vecchia Londra insomma.

Citazione dickensiana obbligatoria: Ideas like ghosts... must be spoken to a little before they will explain themselves.

venerdì 19 ottobre 2012

Bait al Karama da Fazio lunedì 22 ore 21.05 (ma non solo!)

e sono soddisFAZIOni!!!

La delegazione di Bait al Karama sarà ospite insieme a Carlo Petrini – fondatore di Slow Food –  a Che Tempo Che Fa in onda lunedì 22 Ottobre alle 21.05.


In vista della partecipazione al Salone del Gusto e Terra Madre, una piccola delegazione di Bait al Karama parteciperà inoltre al Mercato della Terra di Bologna, in programma sabato 20 ottobre dalle ore 9 alle 18 nel cortile del cinema Lumière. Il Mercato organizzerà una lezione di cucina palestinese aperta al pubblico (costo 20 €), tenuta dalle cuoche di Bait al Karama.

La partecipazione al Mercato della Terra di Bologna rientra in un percorso formativo organizzato dalla Fondazione Slow Food, assieme alle Ong Overseas e ACS, per aiutare la rete di Terra Madre in Palestina a sviluppare iniziative innovative a supporto delle piccole produzioni di qualità. Un percorso di sei giorni che prevede la visita ad associazioni, condotte e Presìdi Slow Food in Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Lombardia, che si concluderà con la partecipazione di Bait al Karama al Salone del Gusto e Terra Madre a Torino (dal 25 al 29 ottobre a Torino, Lingotto Fiere e Oval).

Per biglietti e informazioni http://salonedelgustoterramadre.slowfood.com/

lunedì 15 ottobre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 25.12

Tempo di decidere e liberarsi della zavorra. Non troppa zavorra, altrimenti volerei in alto, al pericolo delle correnti. Per quanto aiutato, affascinato dal loro aut aut, le decisioni mi fanno paura: l'errore del treno perso, il rimpianto e tutto il romanzo d'appendice o d'appendicite che ne segue.

Non che io non ami pensare, trastullarmi nel flusso di coscienza, nel cinismo che mi si rimprovera e una certa inazione, non proprio pigrizia, piuttosto... voglia di cioccolato. 
Ma le decisioni sono da prendersi da soli, obbligatoriamente, tanto é difficile capire quanto siano influenzate da fattori esterni e dalle persone a me vicine.

A Londra, a parte l'imminenza di Halloween, planetaria ormai, scorre il Film Festival e da tesserato BFI (un vanto impagabile la tesserina con la foto di James Stuart che guarda nell'obiettivo dalla sua Rear Window...) mi guardo, nel buio al di qua dello schermo, qualche pellicola. 
Il BFI London Film Festival* ha il pregio (o il difetto) di mostrare per lo più film già visti e presentati in altri festival, come a dire che con Cannes e Venezia non si può competere (cosa che dovrebbe fare Roma).

Milano negli anni novanta ospitava nei cinema della città tutta l'edizione del Festival di Venezia e io non mancavo, onnivoro come un maiale all'ingrasso. 
Ho ricordi fisici di quelle visioni, delle gran dormite pure, soprattutto quando trascinavo Pino che immancabilmente faceva il suo pisolino pomeridiano o quando con Silvia vidi Vive l'amour, di un cineasta taiwanese, che era presente in sala (semideserta) con i due attori protagonisti: un film quasi non parlato, stile Antonioni con tanto di lunghissimo pianto finale su una panchina in un parco di Taiwan. Finimmo con il ridere di tutto quell' esibito cinema d'autore. 

Nel frattempo sale come il cinema De Amicis sono sparite, insieme alle lunghe visioni di pellicole a tema, Pasolini, Herzog, Ferreri, Reitz
Avevo una sete... una sete assetante insomma, una specie di addiction, non smettevo più: un film tirava l'altro e quando i giornali iniziarono a vendere videocassette fu la volta di prenotazioni e corse all'edicola e di collezioni impilate da pavimento a soffitto.

E capitava di beccare quello che si vantava di avere visionato e poi aveva le cassette ancora incelofanate sugli scaffali pre-Ikea dell'appartamento, qualche volta quel tale ero io medesimo: contava possedere piuttosto che vedere. Onnivora era anche l'ansia, una compulsione più appagante della conoscenza.
 Venne poi il momento che mi pareva fondamentale condividere, nell'illusione delle affinità elettive: l'amicizia sembrava più forte se i gusti cinematografici erano gli stessi.

Il cinema mi sembra ancora l'unica forma possibile di self education, di auto apprendimento.
Il cinema non è la chiesa, la famiglia, l'autorità civile o militare, ma una piscina dove si nuota senza maestro e senza nemmeno essere buttati dentro, una pedalata libera davanti alle immagini di migliaia di storie, vere o false che siano.
Ieri al BFI Jacopo prima della visione di Zarafa, un cartone animato francese che racconta la storia della prima giraffa di Francia, ha dato un calcetto innocente a una signora, insomma ha colpito e la conversazione è partita. Lei a settantanni avanzati mi dice che lavora nei cartoni animati da una vita e che da piccola aveva paura in particolare della voce al telefono di una rana (un cartone intitolato The Frog appunto); da cinquantasei anni viene al Festival e ha pure assitito all'apertura del BFI

Jacopo intanto al cinema ha fatto a meno delle cuffie, che facevano eco, delle scarpe, che gli "fermavano" i piedi, e si é goduto lo spettacolo, lamentandosi di non avere i pop corn, insomma la sua ora di self education. Per conto mio poi la visione domenicale a Leicester Square di Rust and Bone, sempre francese: una storia d'amore, di pugni, di ossa, di acqua e di ghiaccio**.
Il cinema con un inizio, una fine non troppo aperta, un accenno di possibile felicità, sentimento che ha molto a che fare con il raccontare una storia, con il dare vita all'immaginario.
Per prendere decisioni, non per forza giuste, tocca immaginare.
Il fra
*in concorso l'italiano E' stato il figlio di Ciprì
**la stessa angoscia di del primo episodio del Decalogo... così per fare il cinefilo

venerdì 12 ottobre 2012

Strangers on a train

Lei dà un'occhialuta occhiata a me e al libro, al libro e a me, e io:
-Un grande
-Davvero?
-Sì. Questo magari meno, ma La Busta Arancione, gliela consiglio
-Ne ho sentito parlare, lo leggerò, grazie, ciao
-Ciao
Schiacciati in metropolitana tra Westminster e St James's Park, il tempo di un paio di sguardi inquisitivi ma ammiccanti, lei una signora con i vestiti in ordine, il trucco, la stanchezza delle cinque de la tarde, il ciao come solo noi sappiamo dirlo, scivolando sulle vocali, io, beh io al solito (ecco non in vestaglia!)...

Che Soldati sia il mio genio degli incontri occasionali?
Da quando Cristiana sullo scaffale dei libri al Sainsbury di New Cross Gate trovò un'edizione inglese anni sessanta de La confessione!? Incredibile, che ci faceva un libro così raro in un supermercato? un che di vocazionale quasi.

Oppure da quando trattenni a stento una delle prime innocentissime slippery erezioni dentro l'elastico degli slip (qui non è il caso di prendermi le misure, perchè nei primi anni ottanta si portavano slip elasticizzati, molto stretti, troppo) guardando la copertina de La Sposa Americana: una coppia, lui di schiena in boxer (non in slip) e lei di schiena nuda con un grembiule da cucina; una roba eroticissima per un dodicenne!

Da quando alla Feltrinelli di Biella chiesi: Avete libri di Soldati? e una ragazza candidamente mi trascinò all'angolo Militaria, mostrandomi un librone sui Marines in Iraq. Effettivamente non ero stato chiaro, anche se non ho proprio quel fisico d'assalto incursore paracadutista "Col Moschin" in congedo.
Anyway, trovai quello che cercavo e ringraziai la feltrinella con contratto da apprendista (feci convesazione, tanto per sdrammatizzare).

Ma ero a St James's Park, la fermata della metro, e tenendo la destra sono uscito dal lato di New Scotland Yard e poi verso Strutton Ground, una via acciottolata e pedonale dove ogni giorno della settimana c'è uno dei mercati ortofrutticoli più centrali di Londra. Arrivo però troppo tardi (ma questa del mercato l'ho scoperta dopo) e allora mi infilo da Oxfam books e trovo una edizione italiana di....

Basta. Questo faccio, non potendo salvare l'anima mia e tantomeno quella altrui, salvo oggetti di carta, usati, se non dimenticati, certo trascurati, che un po' cerco e un po' mi corrono incontro.

domenica 7 ottobre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 24.12, Secondaria Sacumdà

Il foglio excel mentale di Cristiana finisce con la L*** School, sabato mattina e quindi vado anche io: scuola numero sette, per un totale di cinque pubbliche e due private.

Tocca alla privata e non si scherza e per non so quale casella del foglio excel andiamo in taxi, per darci un tono, ma anche per evitare la levataccia e la rincorsa a quel caso umano su quattro ruote che è il P13 (New Cross Gate - Streatham), bus che ha la ventura di passare dalle parti del ricco e verde quartiere di Dulwich.

All'ingresso angeliche creature preuniversitarie distribuiscono brochure e test d'ingresso, l'aria che tira è bianchissima britannica, informal chic stile Nasty Tory veste Prada.
Noi rispondiamo con una sciarpa della Westwood io, molto champagne socialist e una scollatura naturale (l'unica) Cristiana, alla quale passa per la mente un pensiero veniale come: "Ma se la prendono, che regali di compleanno dobbiamo mai fare ai figli di questa gente?!".

In una sala Harry Potter, l'Head Master nel benvenuto menziona subito la parola chiave: Cambridge. Dove -dice- ieri si trovava: pioveva a dirotto e invece guarda oggi che sole! Non poteva certo aver cenato e studiato a Luton il gemello di David Cameron, poi la citazione, quando si scusa delle tende -agghiaccianti- da Oscar Wilde sul punto di morte: "Either the drapes go or I do".

Poi tanto per vivisezionarlo (eccheccazzo quindicimila pound l'anno!) schiocca la lingua a fil di labbra, spalma la retorica dei vincitori, in un inglese perfetto, citando en passant così en passant  (un po' di francese non guasta, fa molto establishment appena dopo Waterloo), si siede di tre quarti e la parola torna all'Head teacher delle prime classi. 

Questi evidentemente meno retorico prende neanche troppo velatamente per il culo (mi si passi il volgare, ma nipote di contadini sono) la vanagloria del pupillo di Cambridge,  e parla con meno compiaciuto fanatismo della dura realtà della scuola e degli esami di selezione: qui entra la crème però cerchiamo non il genio, ma il potenziale genio (la sregolatezza no!). 
Scorre sangue vittoriano in questa enclave sud-londinese, qui si forma il Tory che c'è in ogni gentleman britannico, financo nell'acquisito, persino nel mediterraneo italico: Tu regere imperio populos, Romane, memento!

Poi si visita il complesso, guidati da una puella che mai in vita sua ha conosciuto l'ebbrezza della scuola pubblica: laboratorio di ritrattistica, psicologia, biologia, design, piscina, campi da gioco all'aperto (si dice all weather sports). Matilde guarda, con una invidiabile dose di innocenza, i posti e gli spazi, non le persone e si fa una classifica dove entra un po' tutto. 
La invidio: io fui catapultato in una santa cattolica e privata Scuola, dove tra medie e liceo rimasi otto anni. 
Non scelsi io; ricordo però quanto male vissi lo strappo dai miei compagni delle elementari che finirono tutti nella scuola pubblica del paese vicino. Solo con il senno di poi capii le motivazioni di mia madre.

Lascio Cristiana e Matilde alla fermata del 176 sulla Lordship Lane, diretti alla lezione di nuoto, faccio a piedi North Cross Road, poi Berry Road, Nunhead, Pepys Road, stranamente non ho voglia di fare shopping e nemmeno di un caffè, arrivo a casa e mi accorgo di non avere le chiavi.

Sul bordo del vialetto, ammonticchiati con ordine, una pila di mozziconi di Ms Club: quando piove, Paola fuma davanti a casa. Contrabbanda il suo letale vizio con un po' di geometria euclidea: il quadrato dei mozziconi impilati sul vialetto è uguale alla somma dei quadrati dei mozziconi infilati nei due vasi del giardino.

Rassegnato ad aspettarla, apro un libro, ma Paola Pitagora arriva caracollando con una sigaretta tra le dita, tenuta come fosse il lembo di un guinzaglio strappato, al cui estremo, libero come una gazzella, cammina Jacopo, rifocillato da una mattinata di patatine, dolci e anarchia.

Le racconto della visita a Dulwich e lei: Aspetta, prima fumo una sigaretta.
Poi esce sul retro: sole, vento sud sud est, sedici gradi Celsius.
Il fra

martedì 2 ottobre 2012

Sneaking out Harts Lane with a grin

Giocare con le parole potrei a lungo: Art, Heart, Hurts Lane, Wild at Harts...

Che cosa un garage prima squottato e ora legittimato - più che legittimo - dalla comunità, possa diventare, se uno studio di tre talentuose donne (architetto artista e curatrice) o un hub pubblico ancora non si sa.


Di certo gli artisti della zona, la più densamente popolata dal genere (non protetto e mai in estinzione), hanno riempito il garage di parole, opere e qualche omissione. 
I compratori infatti latitano, per il paradosso che dove brulicano gli artisti, scarseggiano i denari e conta finalmente poter mostrare qualcosa in libertà senza dimostrare nulla a nessuno. Qui a Sud, dell'East London abbiamo solo la lettera E nel postcode.

Si trattava, domenica, di riempire uno spazio.

Poi, nel bel mezzo della mostra, sono scappato al BFI per Rear Window, il giusto contrappasso per chi come me tende sempre un po' a sgattaiolare dalla porta sul retro, with a grin.