mercoledì 30 maggio 2012

Francesco e Cristiana Squotti (Harts Lane)

Chissà come andrà a finire l'avventura? Come reagirà il Council? che cosa farà del garage di Harts Lane? che altro spazio ci offrirà? nel caso voglia offrircelo.

Intanto le acque si sono mosse, la mostra durata il solo pomeriggio di domenica è andata molto bene e noi siamo soddisfatti.

Ma è solo l'inizio. 


la banda sul tetto che scotta
interno giorno con ragnatele
con Tisna e Sigrun

domenica 27 maggio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 18.12

Ubriachi magari no, ma alticci sì dopo avere bevuto e ballato, con un bicchiere di vino in mano io (basso e alticcio) e Ed (alto e alticcio) leggiamo alcuni passi di Something Fresh di P.G. Wodehouse.
Anche Ed fa Wodehouse di cognome, ed è un lontano parente dello scrittore inglese.

Insomma mi ha chiesto una penna e mi ha fatto la dedica sul libro. In fondo se non fosse stato per lui non avrei mai letto Wodehouse, per quel pregiudizio tutto classico che chi scrive romanzi in stile commedia è uno scrittore di serie b.
Errore, Wodehouse scrive divinamente, fa ridere a pagina aperta: un antidoto alla noia e al male di vivere, che di mattina o di sera prima o poi si incontra.

Comunque ora ho un libro di P.G. Wodehouse autografato da E. Wodehouse

***

Da umani, pavoni si diventa: quelli che per ore e ore coniugano la prima singolare e poi quando tocca a te parlare annuiscono e guardano il cellulare. E tu magari proprio in quel momento a pieni polmoni spareresti loro addosso l'urlo rauco e grattato del pavone.

Da pavoni, pavoni invece si nasce: alcuni esemplari maschi dal collo blu cobalto e con il ciuffo di penne dritte sulla testa trascinano lo strascico nei giardini di Holland Park. Lì i pavoni salutano con il loro sgradevole verso e camminano come vecchi calciatori dentro bassi recinti o tra i pilastri specchianti di una scultura contemporanea. I pavoni: simboli dell'immortalità, come noi umani, almeno finché dura.

Holland Park inizia elegante e cade nel disordine di un bosco, dove si infilano podisti equipaggiati e sportivi firmati, mentre noi invece si piega verso il Kyoto Garden, che di zen ha solo le carpe colorate nelle vasche, e poi verso la cafeteria con un portico dalle pareti piastrellate di foglie di vite.

Tutti hanno il cane di razza (nessuno con il pitbull che fa troppo Peckham Rye) al guinzaglio e i passeggini sono del modello rialzato con ruote carenate e tate al seguito. La scena più divertente: il body builder con le vene a vista e la maglietta xs che rimprovera un chihuahua grosso come il suo alluce.

*** 

Un anno esatto fa, ho conosciuto Gaspare alla Qattan per un evento sulla Palestina. Volevo intervistarlo per Italians, ma è finito che ho iniziato a frequentare il gruppo SeL Uk e da lì in poi si è parlato soprattutto di politica.

Vivere all'estero aiuta a vedere le cose, il merito delle cose, con più distacco, ma anche ad agire con più partecipazione e passione, e per chi ama la politica e aspira al cambiamento non solo a parole non c'è scelta migliore che ritornare in Italia e iniziarlo.

Gaspare da responsabile SeL UK e da Trading and Risk Specialist della European Bank for Reconstraction and Development è diventato sindaco di Petrosino, una cittadina di settemila abitanti in provincia di Trapani
Sa molto di parabola evangelica dire che ha lasciato un incarico di prestigio per andare ad amministrare un comune difficile come Petrosino. Ma è vero. 

Il primo italiano conosciuto qui che torna a casa. In bocca al lupo Gaspare.
Il fra

giovedì 24 maggio 2012

Wild at Harts Lane

Mi guarda e puntando la mia pancia dice: Che cosa è quella lì? 
Gli rispondo che sono dimagrito. 
Poi: Ho letto sul tuo giornale che hai un nuovo lavoro? 
Non ricordo che cosa gli rispondo. 
Il giornale è il blog e lui è mio suocero Andrea.

Un podista scout dall'animo samaritano non può che salutarmi così, io infatti incasso con un'aria quasi zen.

Comunque benedetto sia il suocero che appena atterrato in una Londra tropicale (cellulare staccato e atteso invano per tre ore) ha portato i bambini al parco, maglietta e pantaloncini corti. 
Così possiamo dedicarci, io e Cristiana intendo, ad un weekend ad alto dosaggio di arte.

Andiamo con ordine: prima la mostra di Gayle a Peckham Space e pure di Tisna sempre a Peckham, a due passi insomma, divertimento e mondanità del sudest... dico così ma non so.

 Nulla in confronto ad Harts Lane.

Harts Lane sta anche a meno di due passi: basta attraversare la strada e infilarsi in un garage del comune di Lewisham che di fatto stiamo squottando, cioè occupando per la causa dell'arte con l'aiuto di People before profit, soprannominata People before pressure.

Cristiana con Tisna  cura una mostra in questo spazio, appunto un garage, che qualche settimana fa Sigrun ha iniziato ad occupare.

Mesi prima Cristiana, Tisna e Sigrun hanno risposto ad un bando del comune che metteva in vendita lo spazio ad una cifra ragionevole, solo che improvvisamente il bando sparisce nel nulla, motivo? un costruttore ha offerto una cifra moooolto più alta per farci degli appartamenti.

Scandalo o quasi; l'organizzazione People before Profit entra in gioco sul problema dell'assegnazione delle case (housing) e della speculazione edilizia e in occasione delle elezioni comunali organizza un concerto sul tetto del garage per sostenere la campagna della sua candidata Barbara Reynolds.

Da allora il garage è diventato uno studio e siccome faceva abbastanza schifo e a me piace sfasciare, ho dato una mano a Kevin, il marito di Sigrun, nei lavori di sistemazione dello spazio.
Siamo entrambi calvi con gli occhi azzurri, lui però è più carnazza di me ed è irlandese. Due Selvaggi, esse maiuscola.

Per coinvolgere la comunità e far conoscere lo spazio al pubblico noi si fa un evento domenica "A smile spreading, like a secret", io vendo caffè e derivati e il ricavato coprirà le spese di sistemazione di Harts Lane.

Tanto per star leggeri e abbracciare le cause perse. 

Magari per divertirsi.

domenica 20 maggio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 17.12

Il cimitero di Nunhead, dopo quello di Highgate, è il più vecchio di Londra: una collina di bosco a duecento piedi (60 metri) sul livello del mare e a dieci minuti a piedi (non so i metri) da casa.

Eh sì ce ne siamo accorti da poco: visitandolo per la prima volta, abbiamo trovato alcuni amici che quotidianamente portano a passeggio il cane e soprattutto scoperto un posto davvero suggestivo.

Sui pilastri all'ingresso sono scolpite delle torce al contrario, simbolo , al pari delle colonne spezzate, dei fiori tagliati e delle figure piangenti, della vita che si spegne e finisce.

Al centro del parco sorge una cappella anglicana, che pare ben più vecchia del suo anno di costruzione (1843), devastata da un incendio e da varie ruberie negli anni settanta, diventata oggi una sorta di quinta teatrale a cielo aperto.

Le tombe vittoriane, non solo degli anglicani ma dei Dissenter (atei o appartenenti ad altro credo), sono decorate con motivi classici dell'arte funeraria greco romana, in aperto e voluto contrasto con la simbologia di santi e croci, che qui sapeva troppo di Papismo.  

Salendo lungo la West Hill, si arriva a una panchina, da dove si vede da un lato i Downs, dall'altro la cupola di St. Paul... che per un attimo ho creduto fosse il Cupolone (un'altra delle mie quotidiane traveggole mentali).

Il cimitero ha avuto una storia travagliata e comune agli altri: lo splendore durato fino alla prima guerra mondiale; la dispendiosa moda delle tombe; infine i costi di manutenzione troppo, fino a quando alla fine degli anni sessanta Nunhead ha chiuso i battenti.
Da allora la natura ha fatto il resto:  sentieri, colonne d'edera, erbari intricati, balze nel terreno e un microcosmo di insetti e uccelli, in tre parole, a wood with graves in it

Sabato si teneva l'annuale Open Day organizzato dai Friends of Nunhead Cemetery, una trentina di banchetti (le organizzazione locali, antiquariato, orticoltura, libri usati a offerta libera), le attività per i bambini (la caccia agli insetti con un entomologo che identificava le specie trovate), le visite guidate alla cripta e al cimitero, il coro che cantava nella chiesa, una caffetteria con tavoli improvvisati, insomma un sacco di gente di tutte le età, una giornata nuvolosa e una bella atmosfera british.
 
I cimiteri qui sono luoghi di passeggio e di fiere locali e talvolta, come nel caso del Bromptom Cemetery, anche di cinema all'aperto. 

La differenza con le abitudini mediterranee è profonda; per noi italiani è un luogo sacro e non violabile dalle cose della vita che stanno appunto fuori, figuriamoci lo svago o il divertimento. 
Anche quando il cimitero è storico e monumentale, si deve il rispetto del silenzio e della preghiera, l'abito elegante del dolore, nessun cane al guinzaglio, nessun bambino che strilla (i quali ovviamente strillano e vengono immediatamente puniti).
Come se la perdita si ripetesse ad ogni visita, come se quello fosse proprio il luogo dei defunti, "il luogo defunto" si potrebbe dire: una specie cioè di non luogo, il non luogo dove rivivono i morti, richiamati dal nostro ricordo.

A Londra i cimiteri (soprattutto i Magnifici Sette) sono parchi, dove la natura ha preso il sopravvento sulle tombe e creato un nuovo scenario di verde e di pietra.

Poi non ci son fotografie sulle lapidi, cosa ovvia per le tombe più vecchie (1840); i morti qui non guardano nessuno, non sono volti incorniciati in tondi dorati, facce a tre quarti o di fonte, nei pallidi colori a pastello del foto ritocco.
Per questo forse i cimiteri vittoriani sono più vivibili? L'assenza degli sguardi, la natura attorno (quella che si cerca per rilassare il corpo e la mente) li rendono più ospitali, più umani? 

Chissà se questa contiguità meno drammatica con la morte si trasforma in un (inconscio) esercizio ad accettarla e in un invito ad arrendersi all'inevitabile?

Mi accorgo che entrando, mi porto dietro tutto il mio immaginario cimiteriale, quello di Veruno per esempio: la foto della signora che l'umidità aveva trasformato ai miei occhi in un ghepardo maculato, le facce dei trisavoli, arrugginite e nere, la cripta dei preti, un aviatore morto e la sua elica, il primo novembre e la visita dei parenti ("dovremmo vederci più spesso e non solo in queste occasioni") le preghiere, una certa ritualità confortevole, una bellezza anche. 

Faccio fatica ad adattarmi a questa assenza di dramma, alla rimozione del dolore (magari solo mia,) alla possibile gioia del posto. Ma ci provo e i bambini ovviamente ci riescono.

Intanto a Londra arriva la torcia olimpica, donne giovani, braccia ardite, costumi greci, muscoli in tensione e retorica di costume. 
Fiamma in su. Accesa.
Il fra 

mercoledì 16 maggio 2012

Turf

parolina da poco entrata nel gergo di Troutbeck House, sinonimo di attivitá ecologica, braccina (save money) e masochista.

Io e Cristiana tendiamo a fare qualche piccolo lavoretto poco prima di un evento o di una partenza; il lavoretto si trasforma presto in lavorone, ingigantito dalla mia pigrizia, dagli acciacchi vari e dalla rabbia del senno di poi.

Si perché invece di assoldare due giardinieri costanti che in una giornata avrebbero potuto fare tutto, turbati dal preventivo, affascinati dal fai da te, abbiamo deciso di sistemare il giardino da soli.

Risultato: abbiamo speso piú del preventivo, vangato il giardino, assoldato un sardo per portare via la terra, spostato dalla strada al giardino (che sta sul retro) 4 tonnellate di terra (non scherzo) con una carriola sgonfia, seminato invano l'erba e infine optato per 40 rotoloni (Regina) d'erba precotta, il turf!.
Nel prezzo non sono incluse (perché di inestimabile valore) un paio di litigate, colpa mia colpa tua, qualche tendine (accento sulla e), il contenzioso sui guanti, il coinvolgimento occasionale di Jason e il famigerato: "vedrai che l'erba cresce perché piove da giorni."

La favola dimostra quanto un paio di giardinieri costanti siano meglio di un paio di lasciamoperdere.

Comunque i vicini quelli del cane hanno fatto tutto da soli... si dice appunto l'erba del vicino.
srotolommi addosso

domenica 13 maggio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 16.12

Si vede anche dalle finestre sul retro di casa, si vede dovunque la vista non sia ostruita. A questo serve un grattacielo: a grattare con il cielo anche la nostra vista.

Appena fuori dalla stazione di London Bridge, dove fino al 2009 c'era un palazzo di 24 piani anonimo come quelli della Germania comunista, ora c'è una punta di trecentodieci metri di altezza, una piramide di vetro, con la cima scheggiata: lo Shard.

I numeri stanno non solo nell'altezza (trattasi dell'edificio più alto d'Europa), nell'innovativa progettazione, ma nella velocità di costruzione: tre anni a ritmi serrati, a due passi da uno dei nodi più trafficati della capitale, appunto London Bridge. 

Irvin Sellar, il magnate londinese proprietario dello Shard, ha conservato lo schizzo del progetto su un menù di ristorante.
Il cliché, o l'aneddoto, dunque c'è e pure l'architetto, che pare si sia ispirato alla linee del treno, ai velieri sul Tamigi  e ai quadri del Canaletto (che dipinse Londra).

Devo fare per forza dell'ironia qui perché il nesso tra le linee ferroviarie e i velieri del Tamigi, fermi appunto ai tempi del Canaletto o quasi e le linee della piramide di vetro è banale e ovvio, ma anche illogico, a meno che il genio risieda proprio nella banalità e nei suoi derivati.

L'architetto che ha disegnato lo Shard è Renzo Piano, che, poco prima di fare lo schizzo sul retro del menù, dichiarava candidamente a Mr Sellar: "Non sono un fan degli edifici alti, li trovo aggressivi, fallici...".
Frase che a Mr Sellar suonava come avere pagato un'inutile trasferta londinese al Nostro... poi in bianco, oltre al retro del menù, deve essere comparso anche un assegno e in quello spazio stretto tra la stazione, le strade e gli edifici, magicamente iniziò a spuntare una costruzione alta, aggressiva e fallica.

Bello però che un architetto italiano lasci una tale traccia nel profilo di Londra, l'orgoglio patrio ne esce rincuorato... non è poca cosa, ma dell'ennesimo Pene aguzzo si poteva fare a meno. 

Londra è una città orizzontale e estesa, non ascende al cielo, ma si espande a terra, lo Shard guarda ancora una volta al mondo effimero, ma così contemporaneo e influente, della City e fa il paio con gli anonimi grattacieli di Canary  Wharf e con il più lubrificato Gherkin.

Non mi piace, mi dà perfino una certa avversione vedere un oggetto che celebra le divinità contemporanee, che catalizza la luce come un abnorme obelisco, che diventa panorama di sé e spezza la calma grandiosità di un orizzonte piano (non Piano).

Onore agli ingegneri, ai progettisti e al personale che ha sfidato pesi e altezze, che sono stati assai più geniali e innovativi dell'architetto e forse rimarranno anonimi, tranne agli esperti del settore.
Anonimo a breve sarà anche lo Shard, se non fosse quell'ingombrante punta di vetro, presto parte del paesaggio*.

Poi si potrebbe aprire il capitolo "tracotanza", la "hubris" della tragedia greca, quando l'uomo sfidava troppo gli dei e veniva da questi punito perché voleva avvicinarsi o essere simile a loro.

Ecco lo Shard è troppo, troppo anche per Londra, troppo per quello che viviamo; non porta con sé nulla se non ricchezza e sperpero e vanto, vetri a specchio per le allodole di oggi.
Il fra 
* in questo documentario televisivo tutto o quasi sullo Shard.

venerdì 11 maggio 2012

Partitella

di cricket. Indoor, pure un po' soffocante come indoor, all' Askes' Sport Hall, dopo la scuola, come se il venerdì e il fine settimana non bastasse.

Matilde non si vuole fare fotografare, ma Android ha filmato, inutilmente: i miei grandangoli non rendono l'idea.
In questo palasport non ci sono spalti, così sono seduto su una panca insieme ad un paio di genitori che mi sorridono e che incoraggiano i figli nel torneo di partitelle che solo a me pare tristissimo... questo color senape e il tendone verde che divide in due il campo da gioco.

Ho qualche dubbio anche sulla plasticazza degli strumenti da gioco, di cui non so ancora il nome. L'Headteacher, il preside insomma, in casual friday, assiste alla partita...

Non chiedetemi chi vince o perde. Cioè Matilde mi dice che ha vinto 52 a 51, la penultima partita, sembra un po' persa pure lei e non ha tanta voglia di avermi intorno. In effetti gli spalti e la cefeteria renderebbero la mia presenza più discreta. Non che sia a disagio, ma un po' di folla gioverebbe.

Ho rinunciato anche ai punteggi, in questo sport la matematica è un'opinione britannica. Ora che mi sono ritagliato il ruolo di quello che non capisce, mi domando se le mamme che sono sedute qui afferrano la materia e si direbbe di sì dato che parlano di inning con una certa sicumera.

Comunque che mai ci trovano in un gioco le cui azioni durano al massimo sette secondi e undici se la palla fa un parabola diversa. E gli arbitri intanto segnano i punti.

Ok mi metto a leggere... un libro sulla storia della schiavitú e mi ci vorrebbe un aquarius, un atriensis, un lector e una untrix e una ad unguenta.
Invece Cricket.

Questo antipatico post fu scritto due settimane fa, al palasport non sono più andato; vado invece a prendere Matilde alle sei di ritorno dai tornei che Lei dice di vincere sempre. Le credo.

Di questa settimana folle in cui ho cambiato ancora lavoro e ho imparato e disimparato molte cose, l'unica immagine che mi rimane è Matilde che davanti a me mima il gesto del bowler, il braccio che dritto tira la palla di cricket, ovviamente la palla non c'è.

Della palla che non c'è ho già scritto. Ma ritorna.

Buon weekend.

lunedì 7 maggio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 15.12

"Deborah, ascoltami, ti prego, ascoltami, Deborah a a aaaaa."

Ogni volta che svolto l'angolo tra Troutbeck Road e Musgrove Road, la vedo, Deborah dico, e attacco la canzone, l'impressionante versione live di Mina, una musica jazzata all'italiana da quel genio di Paolo Conte.

Mi capita (abbastanza spesso) di cadere in un nesso logico e scappare per qualche secondo dalla realtà; un riflesso condizionato: d'altronde vivo solo in compagnia della mia mente che viaggia, intrattiene e mi fa divagare. Appunto. 

Deborah (ascoltami, ti prego, ascoltami iiiii) esiste: siede dietro il vetro di un bowindo, al piano rialzato della sua casa, tutti o quasi gli abitanti del quartiere e i bambini che escono dalla scuola li salutano....

Lei ha novantanni, vive ormai su una sedia a rotelle, il viso grinzoso, ma di rughe che ridono e tre gatti che stazionano a turno sul tavolino dove Deborah (ascoltami, ti prego, ascoltami iiiii) legge i quotidiani e saluta tutti con un cenno della mano, presidenziale, regale, britannica.

Cresciuta nel Suffolk, Deborah (ascoltami, ti prego, ascoltami iiiii) durante la guerra ha fatto la Land Girl in una fattoria, poi ha lavorato per una compagni assicurativa e dal settantanove ha preso casa a Telegraph Hill con il figlio: "London was such a great place to retire to. Free bus passes, so much to do, wonderful people, who could ask for more?"

In effetti Deborah (ascoltami, ti prego, ascoltami iiiii) ha un'aria appagata e serena di chi ha vissuto, ma pare che si tenga informata e dica con inevitabile saggezza: "The behaviour of some these days is so hard to understand. We need to show more kindness, more friendliness, more compassion to each other - especially in these uncertain times".

Ho preso queste notizie da un giornalino di quartiere (The Mixer, ma che razza di nome?!), un articolo con troppo zucchero, di Stephen, ma almeno ho imparato il nome della Nostra Misteriosa Signora dei Saluti.

Di lei non volevo e non voglio sapere niente, soltanto il nome, la leggerezza del saluto, l'idea, anch'essa zuccherosissima,  che si possa fare un cenno reciproco e spontaneo, leggero appunto, come soltanto i bambini sanno fare, quando ancora ignorano il tempo e si attaccano al mito di un gesto, e poi lo abbandonano, appena svoltano l'angolo.

Non salirò quei gradini e non le parlerò mai, lei mi piace così: le sue mani, il mio cappello che si alza, Jacopo che cerca di farsi vedere, la buona educazione, la reverenza.
Mi basta riconoscere che certe conoscenze furtive e occasionali siano come le abitudini, come i luoghi che quotidianamente frequentiamo e dedicarvi finalmente una manciata di secondi.

Qualunque passante può salutare Deborah (ascoltami, ti prego, ascoltami iiiii), una reliquia vivente, una sentinella, un lare cittadino dal profilo domestico.
 
Lei ci protegge, ogni giorno, negli incroci quotidiani con migliaia e migliaia di sconosciuti, con cui dividiamo i viaggi in metropolitana, la calca dei gomiti nelle ore di punta, la casualità dei marciapiedi, dei supermercati, delle piazze...

Poesia vorrebbe che in ogni essere umano ci sia una Deborah (ascoltami, ti prego, ascoltami iiiii), ma noi continuiamo a camminare, a pensare senza un cenno di saluto, sconosciuti tra gli sconosciuti: niente protegge di più dell'indifferenza.

Canticchio fino alla scuola; lì sale il coro dei ciao, fino ai convenevoli di rito, qualche genitore scappa furtivo, qualcuno evito io, qualcuno evita me.

Penso a Deborah, che saluta tutti. Per tutti noi.
Il fra

domenica 6 maggio 2012

Matilde, dieci anni

Il sei maggio di dieci anni fa in uno dei viaggi tra l'ospedale e casa, io continuavo a sentire Moliendo Cafè di Mina: era scoppiato il sole in un inizio maggio che prometteva solo pioggia.
Il ciddì mi era stato regalato per sbaglio, una di quelle raccolte anonime... e l'unica canzone che mi piaceva era Moliendo Cafè e andava in loop.

Tu eri nata da poco e quella canzone ti calza ancora e la voce di Mina giovane, immatura piena di talento. Io dalla tensione vagavo tra te e Cristiana e ogni tanto telefonavo a Pino per calmarmi.

Oggi. Beh oggi riceverai telefonate, abbracci e regali; io ho pensato a dieci romanzi, film e canzoni, rigorosamente italiani, che sono stati e sono importanti nella mia vita.

Ovviamente quello che è stato importante per me non può esserlo per te: vivi un'altra vita in un periodo e in un luogo diversi dai miei.

Ma spesso si confonde l'eredità con qualcosa di materiale, dove invece quella vera è immateriale, spesso intima, inspiegabile. Come il rapporto con i nostri genitori, l'essere genitori e l'essere figli, la solitudine, l'avere fratelli, l'amicizia...

Magari quando sei più grande da questo elenco prenderai quello che vorrai, oppure ti imbatterai per caso in qualche titolo, se mai sarai curiosa dell'Italia, di qualche aspetto della sua cultura. 

Perché vedi: dovunque tu sarai e vivrai da cittadina del mondo, ricorda che sei nata in Italia.

E sii libera. Sempre.

Dieci romanzi
C'era due volte il Barone Lamberto, Gianni Rodari; L'isola di Arturo, Elsa Morante; Il nome della rosa, Umberto Eco; L'arte della gioia, Goliarda Sapienza; Rimini, Pier Vittorio Tondelli; La coscienza di Zeno, Italo Svevo; Uno, nessuno, centomila, Luigi Pirandello; I sessanta racconti, Dino Buzzati; Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia; Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino

Dieci film
Mediterraneo, Gabriele Salvatores; Speriamo che sia femmina, (il grandissimo) Mario Monicelli; Amarcord, Federico Fellini; La Messa è finita, Nanni Moretti; La notte di San Lorenzo, Paolo e Vittorio Taviani; Teorema, Pier Paolo Pasolini; Ieri oggi e domani, Vittorio de Sica; Paisá, Roberto Rossellini; La meglio gioventù, Marco Tullio Giordana; Una giornata particolare, Ettore Scola

Dieci canzoni
Almeno tu nell'universo, Mia Martini; Insieme, Mina; Caruso, Lucio Dalla; Il cielo é sempre più blu, Rino Gaetano; Pensiero stupendo, Patty Pravo; Il mare d'inverno, Loredana Bertè; L'Astronave, Sergio Caputo; Amandoti, CCCP, Gianna Nannini; Bocca di Rosa, Fabrizio de Andrè; Centro di gravità permanente, Franco Battiato; Una notte in Italia, Ivano Fossati

sabato 5 maggio 2012

Ora et Labour, con Boris il rosso

Siamo andati a votare in una stanzetta di un asilo (poll station), non serve portare un documento, basta dicharare il nome.

Trattasi del sindaco di Londra e delle assemblee da votare su tre schede che non si devono piegare e da infilare nella stessa urna, mentre Jacopo gironzola indisturbato per il seggio.

Non ci sono tendine, gli scrutatori sono tre e se ne stanno lí dalle sette del mattino alle dieci di sera.

Nella scheda del sindaco abbiamo espresso la prima scelta e la seconda scelta, una specie di doppio turno incorporato.

Abbiamo votato il candidato sindaco del Labour, Barbara Raymond come membro della assemblea e ancora Labour come partito.

Come mai sembra tutto cosí semplice?

e di giovedí... un giovedí come un altro
(insomma per me mica tanto, piuttosto movimentato).

*Insomma ho perso anche queste elezioni, di poco ma le ho perso, l'unico risultato favorevole ai Tories è stato a Londra, Boris Johnson ancora per quattro anni, Livingstone infatti, Ken il rosso, era troppo dinosauro: molti voti del Labour, non il mio, sono finiti a Boris, da noi si direbbe voto disgiunto, qui si chiama democrazia credo.

Però ci sono stati problemi nello spoglio, i risultati di un council sono arrivati tardi per problemi con il voto automatico e quindi il conteggio si è dovuto fare a mano, anzichè con lo scanner. Polemiche.

Bassa l'affluenza, calmi gli altri mari e un maggio ottobrino.