domenica 29 aprile 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 14.12

Arrivati o quasi davanti al Natural History Museum, vediamo una folla in fila sui marciapiedi di Cromwell Road giù fino a Cromwell Place, centinaia e centinaia di persone... di questo passo non entreremo mai al museo, pensiamo noi.
Ma la calca si ferma davanti a un edificio bianco con all'ingresso la bandiera francese insieme a quella europea, il Lycee Francais Charles de Gaulle.

Si vota per le presidenziali d'Oltralpe e l'affluenza al seggio (per fortuna non al museo) sembra alta: stipati e orgogliosi l'esercito di votanti esercita il voto con la dovuta e paziente allure. Nessun voto per posta dunque, piuttosto "per sforzo", in  eleganza domenicale e arietta snob, che ci sta proprio.

Mi tocca entrare al Natural dunque, non posso camuffarmi nella folla, infilare un voto per Hollande e fare salire così lo spread (unico scopo della politica di oggi pare infatti la reazione dei mercati, unica ossessione il pareggio di bilancio... insomma l'economia è diventata tecnicamente sovrana, come voleva Lei, professor Monti).

Ma siccome una fila domenicale non manca mai nemmeno ai Musei, l'unico modo per eluderla è armarsi di un biglietto formato famiglia per vedere una mostra temporanea, nel caso nostro Animal inside out, che "goes more than skin deep, allowing visitors to strip away the flesh and travel on an anatomical safari of the natural world."

Ecco non andateci! perché di vedere oltre la pelle degli animali, riprodotti in scala uno a uno, con i loro organi, i tendini, i muscoli, i vasi sanguigni, imbalsamati e seccati, vivisezionati eccetera non ci importa assolutamente niente.  Troppo tardi. Del senno di poi sono piene le interiora.

La curiosità di conoscere la nuova tecnica di conservazione dei corpi (nota come plastination* e comunque già poco interessante di suo) non ha vinto il disgusto di queste maschere di sangue, anzi di capillari... come camminare da comune visitatore (non da scienziato in cerca dell'ipofisi) in una fabbrica dell'orrore, in una specie di studio di anatomia o peggio, di obitorio.

Certo innocente il visitatore non è mai, almeno non al punto da non sapere che il sangue cola dovunque, che un'ambulanza proprio adesso che sto scrivendo può portare un corpo distrutto da una pressa meccanica, intubato in un disperato fine vita. 

Ma che cosa c'è di divulgativo nell'anatomia? nella frantumazione del corpo? nel ventre gravido di una capra, nell'apparato nervoso di un gattino, in uno squalo dissezionato? e via macellando...
Niente. Non si divulga niente. Si mostra, anzi si sputtanano le interiora per il gusto di sputtanarle, per spostare l'asticella, per costruire la trappola, nella quale cascare per soli ventisette pound e per dire "l'ho visto, c'ero!".

Oggi il nostro occhio progressista tollerante curioso non può fare altro che accettare tutto e il suo contrario; il problema è che non tutto lo scibile è mostrabile, non tutto è risultato, non tutto è passaggio o stadio finale, opera, costruzione.
Esiste anche il processo, l'allenamento e la prova, il dietro le quinte, il magazzino, l'esperimento, il taglio: quello che non si mostra non deve essere per forza un mistero da svelare, può trattarsi solo di tecnica e passaggio dello svelamento.

Insomma mi interessa insomma l'orologio, non il suo meccanismo, però veniamo continuamente sollecitati a curiosare, come se mostrarci il meccanismo significasse capirne il funzionamento.

Invitare a non visitare una mostra è di fatto un invito ad andarci.
Ma c'è un Ma... Mentre a me e Cristiana il disgusto aumentava ad ogni cavia, con il terrore di vedere nell'ultima sala un esemplare della nostra specie appena uscito da un'aula di medicina, i bambini erano abbastanza indifferenti, non certo spaventati e comunque Jacopo continuava a fare domande.

Si potrebbe concludere che mentre noi siamo vittime e carnefici della spettacolarizzazione delle carni e del dolore, i bambini forse vedono ancora lo spettacolo e il miracolo, come se quello che sta dentro (more than skin deep) sia solo il contenuto di un contenitore e non il messaggio da mostrare.

Il franatomico 
*sulla tecnica e sul suo inventore, che ha recentemente esibito un crocifisso, si veda qui

mercoledì 25 aprile 2012

Cominciamo da qui

Mi accorgo del venticinque aprile.

Un'eresia? o piuttosto un giorno di riposo? ma solo in Italia; bello sarebbe se da espatriati si potesse onorare le feste del paese che si lascia, per ricordarlo, e del paese che si trova, per rispettarlo. Impossibile.

Così qui sembra una data come un'altra e la liberazione (l'atto di liberarsi) è un fatto interiore, che se si vuole e per il gusto di fare l'intellettuale di sinistra, potrei legare al venticinque aprile, ma io sono appunto un eretico. 

Lo sono diventato con il tempo, ero un tipetto, mai oltre il metro e settanta, abbastanza allineato e abbastanza vigliacchetto.

Non dico che sono cambiato, infatti sono rimasto lievemente al di sotto del metro e settanta, ma diciamola così: mi sforzo di trovare un individual sense of identity. 

A scapito degli altri? Ma no, mi sto impegnando anche su quel fronte, piuttosto a scapito delle ideologie, delle tradizioni e degli interessi costituiti. Ho un'età in cui non ho più niente da dimostrare e ho per fortuna molte cose ancora da dire e da fare.

Così oggi mentre cercavo di tradurre dal cockney le assurde istruzione del mio capo e cercavo di spiegarmi perché ho lasciato un lavoro comodo per iniziarne uno faticoso, mentre la testa, al solito, era imprigionata dal Quarto Comandamento, mi sono accorto di aspettare buone notizie, che poi sono arrivate, notizie che richiedono movimento e azione e creatività e anche follia.

La poesia spiega meglio di me  la brevità a cui Londra sottopone il suo viaggiatore e il sentimento del mio casuale venticinque aprile:

A chi chiedere aiuto? E' desolato deserto il panorama.
Si faccia avanti chi sa fare il pane.
Si faccia avanti chi sa crescere il grano.
Cominciamo da qui*

E allora cominciamo!

*Mariangela Gualtieri, Bestia di Gioia, Einaudi 2010

domenica 22 aprile 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 13.12

A certo punto compare pure la ricetta dello Yorkshire Pudding che "deve gonfiarsi parecchio, deve diventare dorato e croccante e quando ci si accinge a tagliarlo si scopre che all'interno è tutto vuoto."

A scrivere è Cecyl, un'impiegata di Marks and Co. Booksellers all'84 di Charing Cross Road, London WC2, in risposta alle lettere di Helene Hanff, una allora squattrinata sceneggiatrice di teatro, che vive a New York e ama i libri di letteratura inglese.
Ma Helene Hanff intrattiene l'epistolario più numeroso con Frank Dole, il libraio capo di Marks and Co.

Siamo nel primo dopoguerra e a Londra fino a metà degli anni Cinquanta si viveva di cibi razionati, Helene, grata per i libri ricevuti ad un prezzo dignitoso, inizia a regalare al personale della Libreria carni in scatola, dolci e uova, in pacchi provenienti da un distributore danese, per la gioia non solo di Frank ma di tutto il personale della libreria.

L'amore per la letteratura antiquaria diventa così l'occasione per scambiarsi informazioni sulle vite di ciascuno: quella della scrittrice in cerca di successo, che vorebbe venire a Londra, ma le spese dentistiche glielo impediscono e quella familiare di Frank, di Nora, la moglie irlandese e delle loro due figlie.

Nasce un'amicizia solida, forse una specie di sentimento idealizzato, ma sincero: due caratteri diversi, lei aperta e spontanea, lui chiuso e riservato e tutto questo viene fuori da un epistolario intenso, dove l'amore, quello fisico, è riservato solo ai libri, al profumo della carta (le incisioni dorate, le rilegature in pelle...).

Helene e Frank non si incontreranno mai, ma lei raccoglie le lettere in un libro che diventa di culto e soltanto per il lancio di 84 Charing Cross Road finalmente arriva a Londra, ma la libreria è ormai chiusa (1970), Helene fa in tempo a entrare nell'edificio in via di ristrutturazione: "Che ne dice, Frankie, finalmente ce l'ho fatta!"

Poi il film, che Mel Brooks ha regalato a Anne Bancroft, sua moglie, per l'anniversario di matrimonio. Bello farsi regalare un film da interpretare, ovviamente se te lo puoi permettere.
Ma libro e film* sono una bella coppia, come Helene e Frank, due sconosciuti uniti da una passione, una professione, un gusto, una musica, abitudini, luoghi, città.

Non conviene a questo punto fare un elogio all'epistolario, allo scriversi via lettera, non si usa più, sono tempi di Amazon a cavallo e di e-mail, anzi la e- è quasi sparita: "mandarsi una mail" non significa "spedirsi qualcosa", ma "guardare la casella di posta (elettronica)".

L'aria al posto della carta, il contenuto del messaggio al posto del contenitore, twitter al posto del piccione. L'ansia di un beep al posto dell'attesa (della busta o del postino).

Comunichiamo così, tutti o quasi senza eccezioni, ovvero quelli che non sono al passo con i tempi veloci rapidi velocissimi rapidissimi.
.
Noi bipedi però siamo sempre gli stessi, forse appunto più ansiosi, con il braccio armato di appendici elettroniche, in attesa della prossima applicazione che cambi la vita o il girovita.
Ormai viene da chiedersi che cosa facevamo prima, domanda che i miei figli non si faranno, perchè il loro "prima" è solo una tecnologia meno avanzata o una tastiera pesante e spessa.

Così non so se per obbedire al richiamo di quello che ero prima e forse sono ancora adesso, prendo in mano 84 Charing Cross Road**, un breviario laico: due persone che non ci incontrano, un posto che non c'è più.

Nella speranza che la differenza tra quello che esiste e che non esiste scompaia compiendo l'unica azione di cui mi posso vantare: leggere.
Il fra
*film degli anni ottanta con la Bancroft, Antony Hopkins e Judi Dench, interpretato in modo superbo da attori che ci credono.
**su Charing Cross non ho trovato l'84, inettitudine certo... 

giovedì 19 aprile 2012

Vita "la vite"

e poi incontro Vita nella cucina della scuola, lei lava i piatti da mezzogiorno alle due, poi quando finiamo di lavorare facciamo un tratto di strada insieme e con la voglia di farsi conoscere mi dice che ha cinquantasei anni (e ne dimostra quaranta) e dodici figli (e ne dimostra due).
Io mi fermo, posso avere frainteso: come dodici?
Dodici, dodici: otto maschi e quattro femmine.  
Sorride e come si fa a non risponderle con un sorriso

Ieri sempre sul marciapiede fuori dalla scuola Vita mi dice che tutti i giorni della settimana fa il turno notte al St George Hospital, dalle nove di sera alle sette e mezza del mattino.
Vedova da un anno esatto, lui è morto per un problema al cuore,  in casa Vita vive con il figlio più piccolo, gli altri undici hanno ormai la loro, di vita.
Sorride, perchè secondo lei bisogna sempre sorridere
e come si fa a non volerle bene.

Oggi in cucina: Vita, come si scrive il tuo nome?
Lei: Nella tua lingua V-i-t-a, mia mamma però ha voluto V-e-i-t-a. Nella tua lingua vuol dire "vita", nella lingua francese significa "veloce".

E Vita ride, chissà se raccontare tutto serve a diventare più sereni. 

Lei ogni tanto segue le musiche della radio, mentre lava e pulisce senza un minuto di tregua.
Sembra felice. Vita, la veloce.

martedì 17 aprile 2012

Into the boobs

Nuovo lavoro dunque, ma non potevo lasciare quello di prima senza salutare Pansy... dopo mesi di battute sulle sue di lei boobs.

Lei ne va fiera e i baby di cui si occupa alla nursery dormono su quelle morbidezze gemelle, cullati appunto dalla di lei tanto soffice maternità.

Le salutavo ogni giorno e, ricambiato, mi sorridevano in un rimbalzo sincronizzato e qualche bizzarra geometria fuori dagli elastici. 

E così l'ultimo giorno me le ha fatte toccare, spiegandomi le modalità corrette per avvicinare e carezzare queste appendici giunoniche, sollazzo e riso di inconsapevoli bambini e causa di (neanche troppo) furtivi esoftalmi miei.

Ho salutato tutti da Tarik in giù, da Vania in su, sono stato a West Dulwich per un anno e mezzo, forse l'eredità più bella che ho lasciato è stato il pane, quella che mi hanno lasciato loro, la fiducia.

Da queste parti se si fa presto a cambiare lavoro*, ci vuole sempre un po' però a capire tutto il resto.

Esempio: nella umorale vampa d'aprile i ciliegi di Troutbeck Road sono fioriti, come le migliori delle ipotesi.

*A breve poi telefonata al fisco per aggiornare la mia posizione e pulirsi la coscienza.

domenica 15 aprile 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 12.12

Sul centosettantasette il lunedì di Pasquetta (il nome Pasquetta mi ha sempre fatto ridere come Macedonia o cremagliera) alle dieci e mezza della mattina di una giornata uggiosa e fredda siedono casi umani,cagnette al guinzaglio, single incattiviti con anelli al dito, trolley vuoti, diretti al traino dei loro padroni, verso i centri commerciali di Woolwich.

Tra i casi umani ci sono anche io, solitario, come un diacono agli esercizi spirituali che ha un'ora d'aria fuori dalla curia. 
In realtà sono in pellegrinaggio, destinazione Maryon Park; volevo andarci da almeno due anni, ma non trovavo il momento.
La prima volta che ho visto Maryon Park non sapevo fosse Maryon Park, ai tempi della swinging London: una videocassetta dell'Unità, con Alberto e il Flaco che guardavano il film con me. 

Loro ridevano per i lunghi silenzi, la noia: "questo che gira con la macchina fotografica in mano e che fa? non fa niente, poi arriva questa donna nel parco..."; forse si sono anche addormentati o hanno lasciato perdere, io invece l'ho visto fino in fondo, la pelle d'oca in almeno un paio di sequenze, le lecrime o quasi all'ultima. Più tardi, da solo me lo sono riguardato.

Blow up é uno di quei film che nell'età delle amicizie passionali, ho rifilato più o meno a tutte le persone che conoscevo per l'ansia di condividere e di essere per questo piú amici.
Poi visti gli scarsi risultati e con il passare del tempo, Blow up é diventato un mito personale: tocca corde solo mie (e non fa vibrare quelle altrui); quali corde ovviamente non so. Sarà per questo che ne parlo con gratitudine e anche con rispetto.

Da lunedì Blow up è diventato per me anche un posto dove andare, un parco: ma come nei santuari si venera la reliquia di un qualche santo di cui si porta il nome o si è pregato, io lì trovo uno spazio aperto e enigmatico, dove abita un significato importante per me, come se andando portassi un ex voto a una divinità familiare. Di Maryon park so tutto e tutto ignoro.

Cosí salgo sulla collina, intatta, identica a quella del film, nonostante siano passati quasi 50 anni. E inizia l'archeologia: qui David (nome sia del fotografo Bailey sia dell'attore Hemmings) ha fatto le foto, qui il sentiero dove Vanessa Redgrave non voleva farsi fotografare, qui l'abbraccio, qui la pistola dalla boscaglia verso cui Lei guarda, poi il cadavere, il vento le cime degli alberi le foglie il bianco e nero. 
Lo stormir delle fronde.

Antonioni in Blow Up riesce a filmare anche lo stormir di fronde, parla per e di immagini, talmente semplici e forti che spiegano senza spiegare che parlano senza parlare.
Non importa quanto lenta e nuda sia la sequenza o lungo il silenzio: quanti giorni passiamo a osservare e quanti giorni passiamo senza dire nulla? quanto dentro la cornice del nostro sguardo contano e valgono le cose che vediamo, che crediamo nostre? accadono veramente? ci riguardano davvero? e ci appartengono?

Anche io conosco l'ansia bulimica di (fotografare e) conoscere piú per accumulo e per il gusto di esserci; anch'io sono vittima o artefice di incontri occasionali, goffi e precipitosi; anche io non mi accorgo di vivere mentre sto vivendo, così alla giornata come se il tempo non passasse; anche io mi chiedo sempre (i soliti) perché: dove sta il vero e il falso, la finzione e la realtá e quale strumento umano o meccanico piú vi si avvicina; anche io credo che le immagini e l'estetica talvolta raccontino di pú delle parole, le omissioni piú delle opere.

Poi scendo verso il prato, piove una pioggia fine, non c'è un'anima, non è più inverno, piuttosto una primavera acerba e immatura.
Arriva una camionetta aperta a tutta velocità, scende un gruppo di clown, non mi guardano neanche e vanno verso il campo da tennis. 
Iniziano a giocare, in realtà mimano la partita, non c'è la palla, non ci sono le racchette: lei una faccia da Pierrot con un lacrimone sulla guancia, lui risponde di diritto e di rovescio. 
Continuano fino a quando la palla non vola oltre la rete verso di me;  la ragazza Pierrot mi chiede di raccoglierla, io la prendo e la lancio indietro.

Una vita a cercare la palla, ma accidenti la palla non c'è e quel nocciolo duro non è semenza.
La partita sì, quella tocca giocarla... (fino alla) Fine e titoli di coda.
Il fra