domenica 29 gennaio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 04.12

Ambrose Chapel non esiste piú, stava dalle parti di Brixton, con il nome di St Saviour; per gli Ambrose Chapel in carne ed ossa invece bisognerebbe sfogliare la rubrica telefonica: nessuno di loro oggi  ha un negozio di animali imbalsamati a Pender Street, Camden e forse non esistono nemmeno.

L'uomo che sapeva troppo é stato il primo film di Hitchcock che ho visto, avevo dieci anni. 
Mia madre mi disse "un film si vede dall'inizio alla fine", frase che interpretai così alla lettera al punto che oggi pretendo l'attenzione religiosa di tutti quando ne guardiamo uno.

Il giochino allora era vedere quando compariva il regista (il famoso cameo), che fine faceva il piccolo Hank, aspettare che Doris Day attaccasse Que será será (canzone che sentivo canticchiare in casa), chiedere dove fosse Marrakesh, Londra e quanto grande fosse l'Albert Hall. Non ricordo tutto di quel giochino, ma non mi sono dimenticato nulla dell'emozione che provai.

Non mi sarebbe tornata in mente la mitologia di Hitchcock, se non avessi messo piede a Leytonstone, il quartiere a nord est di Londra, dove Gayle ha la sua nuova casa. E' bastata una frase di lei, buttata lí nel mezzo di una conversazione, mentre facevamo una passeggiata: "ah sí qui é nato Hitchcock, guarda."

Ho guardato. Su un murales neanche ben dipinto ma dallo sfondo psichedelico la faccia del nostro e quella di James Stewart; poi attraversando il corridoio di ingresso della metropolitana di Leytonstone una ventina di mosaici con le scene piú note di quasi tutti i film di Hitchcock.

Talvolta basta una emozione da poco, il richiamo di un graffito, per farmi ricordare la dipendenza che avevo e le notti passate a vedere e rivedere un film dopo l'altro a casa o al cinema De Amicis e al Mexico in quel di Milano.

Dieci anni fa durante il viaggio negli Stati Uniti sono addirittura andato a Bodega Bay e Muir woods sulle orme di Uccelli e La donna che visse due volte (un titolo che non traduce Vertigo, ma molto evocativo per un bambino), un pellegrinaggio che mi viene rinfacciato ancora oggi.

Ora non ho piú la stessa smania compulsiva del cinefilo che poi discute con la sicumera del critico, certo che no... ma se un film per me oggi é soprattutto l'opera di un regista e se rispetto alla cronologia e all'ambientazione io preferisco la tecnica e l'estetica della narrazione, cioé non che cosa si racconta ma come lo si racconta, lo devo a L'uomo che sapeva troppo. 

E tutto quello che mi piace del cinema l'ho imparato allora, con quella dose di stupore e di istinto che forma l'intelligenza di un bambino e la conserva per tutta la vita. 

Non escludo di ritornare in completa solitudine (condizione ideale in un pellegrinaggio che si rispetti) a riguardarmi i mosaici come fossero ex voto e non escludo anche con la coda dell'occhio di vedere il profilo panciuto di Hitchcock comparire per qualche secondo.

Sono ancora dentro al film. 
Colpa di Alfred.
Il fra

mercoledì 25 gennaio 2012

Oxleas Wood

Mai fidarsi del tom tom (nome onomatopeico per navigatore), la voce di donna che lo abita non porta mai alla destinazione impostata, ma molto vicino, un modo per ricordarci che le cartine stradali e le domande ai passanti, a finestrino abbassato, sono ancora un segno di umanitá.

Destinazione sud est dunque, Oxleas Wood, una delle foreste decidue piú antiche dell'isola, situata nel comune di Greenwich; noi si parcheggia sul colmo della collina di Shooters Hill, precisamente a Ankerdine Crescent;  da qui sopra il Tamigi pare un lago svizzero e il capannone dell'O2 un enorme ombrellone bianco che riverbera la luce del sole. Giornata adatta per un gita ottimista al limite dello scoutismo.

Attraversata a piedi la A2, dopo qualche minuto ci troviamo davanti una specie di rifugio con il tetto a capanna, la cafeteria, rivolta a sud verso un enorme prato in pendenza (il common) sui due lati i boschi. Se non fosse per il rumore del traffico in lontananza, pare di stare in montagna.

L'ideale per me sarebbe starmene al sole, seduto al tavolo, sorseggiare una bevanda di caffé, mentre i bambini al playground fanno esercizi ginnici. Ma oggi faccio il padre, mio suocero non c'é, peccato! lui si sarebbe trasformato in un coetaneo dei miei figli e li avrebbe fatti correre con rigore e disciplina.

La mia dottrina quisilegge non puo' nulla contro la sua dottrina quisisana, ovvero aria aperta, scoutismo, ardita competizione e spirito olimpico, mica libri, etimologie, ricette e trasformazioni sociali.
Sempre lui si sarebbe poi divertito a fare bird watching in cerca di pappagalli... sí perché i piratical parrots riempiono Oxleas Wood; per ragioni che non ho ancora scoperto, esiste una colonia numerosa nei boschi del sud est londinese. Sono piccoli ma di un verde cosí vistoso che d'inverno e con gli alberi spogli si distinguono subito.

A dire il vero prima di andare a vedere i pulitissimi quattro ruderi di Lesnes Abbey, avremmo dovuto visitare a due passi dal common il Severndroog castle, che la vedova ha dedicato al marito capitano dei mari e vincitore sui pirati.

La pirateria una volta si combatteva per mare.

domenica 22 gennaio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 03.12

Whitechapel di cristiano conserva probabilmente solo il nome, qui infatti batte il cuore della Londra islamica: quasi di fronte all'uscita della metropolitana, dal minareto di una delle moschee più grandi d'Europa cantilena cinque volte al giorno il muezzin.

Gli spaziosi marciapiedi ogni giorno ospitano il mercato di frutta e verdura; nere, coperte dal burqa o quasi, le donne fanno le spesa e abbassano gli occhi, in mezzo a uomini un po' obesi, con la barba ispida, le camicie a righe abbottonate male, le cinture che segnano la pancia e i pantaloni stazzonati. 

Alcune, forse più ricche e con lo sguardo truccato e le scarpe color oro, chiacchierano con disilvontura; mi chiedo se siano le regine del focolare e se tutto quello che non sono e non mostrano alla comunità umana ottengono e concedono dentro le mura domenstiche; hanno un passo troppo disinvolto per essere delle vittime.
Non che mi senta propriamente a mio agio: anche se di nero vestito, sono un white others o addirittura un white british, che qui infatti camminano spediti e pallidi, le ragazze soprattutto, per esempio quella con le lentiggini e il rossetto viola...
Nei negozi di abbigliamento per esempio, entrano solo donne arabe o bengalesi, che comprano anche per i loro mariti e figli; le vetrine sembrano la versione popolare di Harrods.

Non è quella che ho appena passato una settimana all'insegna dell'integrazione. Giorni fa al lavoro una mia nuova collega dell'amministrazione, coperta dal velo, si è rifiutata di stringermi la mano: da musulmana osservante non può toccare il maschio, tanto più se infedele.

Sono diventati comici tra noi due gli scambi di penne o documenti che avvengono in punta di dita e a debita distanza, mentre sulla scale o nei corridoi, dove capita di incrociarsi, devo praticare il Galateo come lei il Corano... prima le donne insomma soprattuto se religiose.

Per carattere sono in grado, se di buon umore, di parlare anche con dei paracarri catarinfrangenti e non nascondo di provare un certo sadico piacere nel vedere fino a che punto posso alzare l'asticella e immaginare così equivoci e espedienti stile Pierino in un collegio di suore. Sto giocando con il fuoco, basta.

Nel frattempo -va detto- sempre lei, la collega con il velo, mi ha chiesto se ero sposato (che goduria risponderle con un tono da impenitente impunito che non lo sono e che ho due figli) e anche notizie sul mio gatto (una gatta in realtà, senza velo) perchè lei ne vorrebbe uno (o una con il velo).

Boh! Si può convivere insomma anche senza toccarsi (!); poi mi fa ridere pensare che cosa accadrebbe se nessuno toccasse nessuno, che si fa? ci si tocca poi a suon di parole? con la forza del pensiero?
Non è questa però la morale, dato che stavo passeggiando dalle parti di Whitechapel e parlavo di negozi.

Uno mi piace particolarmente, il Poshak Mahal (223 Whitechapel Road), nel seminterrato ci sono abiti maschili in tinta unita e prima o poi me ne comprerò uno.

Ma tre sono i posti che vale la pena visitare (nell'ordine dall'uscita della metropolitana): 

la Whitechapel Bell Foundry, la più antica manifattura di Inghilterra (established Anno Domini 1570) dove ancora oggi si forgiano le campane.
Si entra da una faccaita in legno chiaro in un piccolo museo quasi sempre deserto; prenotando c'è la possibilità di fare la visita guidata alla fonderia. A dirmelo un'impiegata della Foundry che mi ha invitato nel suo ufficio, dove un finto gatto bianco di peluche stazionava su un tappetino frusto davanti a una stufa elettrica,  un caldo disumano e lei che ti dice "it is cosy, innit?".
la Whitechapel Gallery, con mostre di arte contemporanea ad entrata libera; mai visto niente di memorabile, nemmeno questa volta, ma si tratta di gusti.

il Freedom bookshop, una libreria anarchica, da scovare infilandosi al lato della Gallery in un improbabile vicolo: dentro libri in piena libertà e controcorrente da pagare in contanti e da salvare dall'umidità.

Meglio tornare a casa, finire la serata declamando un qualche versetto satanico e cucinare cinese per festeggiare il capodanno.
Arriva il drago, non proprio un animale che si lascia toccare...
Il fra

giovedì 19 gennaio 2012

P R N D 3 2 1 Vauxhall

Abbiamo una macchina, non è nostra, ma di David e Manali, che sono in India

Per l'esattezza una Vauxhall modello nonsoche, nel continente una Opel modello sempre nonsoche, differenza a tutela dell'orgoglio britannico per l'americana General Motors.

Insomma si chiama car sharing, si legge crisi di coppia.

Cristiana da tempo cullava l'idea e sfoderava cocciutaggine e spigliatezza, io invece nicchiavo con la nota pigrizia; l'eventualità di guidare a Londra parevami remota.

Mi sbagliavo: in pochi giorni Cristiana fa l'assicurazione (ottanta pound) con il mio nome da aggiungersi a quello dei proprietari, perché la sua di lei patente è stata rinnovata da poco e per alcuni mesi non può guidare. 
Io comunque ostentavo sicurezza, Lella tempo fa mi aveva detto che guidare a destra é molto facile, basta tenere il volante al centro della strada.

Lella aveva ragione. Il problema della Vauxhall modello nonsoche non è la guida a destra ma P R N D 3 2 1... il famigerato cambio automatico, che poi sono sette marce!

Decidiamo (plurale d'obbligo) di fare una prova, io al volante, lei alla navigazione, al volontariato e alle esperienze sensoriali.

Mi siedo, tento di prendere la cintura di sicurezza a sinistra trovando il vuoto, giro la chiave, la mia mano destra cerca invano il cambio con movimenti improvvisi e sincopati e sbatte contro la portiera, mi accorgo che manca il pedale della frizione, assenza che rende estremamente delicato, per non dire drammatico, l'utilizzo errato del pedale del freno.

Brividi e capri espiatorii

Il supermercato dista cinque minuti a piedi, trenta in macchina con la complicità della voce femminile del tom tom (nome onomatopeico per navigatore). 

Pronti, partenza a singulti e strappi e via! 
Cristiana urla, io friziono e freno e sfioro e sudo e tu non hai la patente e tu non sai guidare e tu remi contro e tu non servi a niente e vai dallo psicanalista.

Abbiamo tirato fuori pure l'avvocato (ovviamente entrambi lo stesso) fino a quando la Vauxhall modello nonsoche con moto sussultorio arriva a destinazione.  Lo shopping compulsivo ci salva.

Diario di bordo: sabato  Oxleas Wood (qui un'ultima litigata con reprimenda e vittoria della navigatrice volontaria e esperta sensoriale) e Lesnes Abbey; domenica pranzo a Crystal Palace e abitino giapponese di sartoria.

Tutto by car, by Vauxhall, model unknown.

domenica 15 gennaio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 02.12

The Mistery of Edwin Drood è l'ultimo romanzo di Charles Dickens.

La vicenda ruota attorno a Rosa, una ragazza titolare di una cospicua dote, che potrà ereditare solo sposando il giovane Edwin.
Ma di Rosa sono innamorati anche Jasper, zio di Edwin, organista e fumatore d'oppio e pure Neville, un orfano proveniente da Ceylon con la sorella gemella.

La trama prima si complica, poi sembra risolversi quando Neville e Edwin cenano insieme e si riappacificano... il giorno dopo però Edwin scompare.

Iniziano le ricerche, il mistero si infittisce per l'ingresso di altri personaggi fino a quando muore... Charles Dickens.
Ebbene sì, il Nostro termina il capitolo 23 "and than falls to with an appetite", disegna una specie di spirale in fondo alla pagina manoscritta e muore, uno o due giorni dopo, colpito da infarto.

Fine della storia, il mistero, già nel titolo, avvolgerà per sempre l'opera.

Quello che doveva essere un amen, l'addio di uno straordinario romanziere, è invece diventato un festival di ipotesi su come sarebbe andata a finire.
Quattro film, due serie televisive, quasi una decina di scrittori cimentatisi nella continuazione e tutti con finali diversi*.

In Italia ci hann provato pure Fruttero & Lucentini con La verità sul caso D, anglofili e geniali da e come sempre.

Nel bicentenario dickensiano, la BBC ha prodotto una serie in due puntate, riducendo la trama di The Mistery of Edwin Drood all'essenziale e eliminando qualche personaggio.

In questa versione televisiva Jasper diventa colpevole ma non dell'assassinio di Edwin, che invece ricompare sano e salvo, dopo un breve soggiorno in India (!).

Le ragioni commerciali non bastano a spiegare l'ostinazione dei continuators, i continuatori del romanzo.
Perché serve dare una conclusione a un romanzo che una conclusione non ha?
Suona davvero troppo banale rispondere: una vicenda che non si compie (che non arriva a una fine) non sembra compiuta, non può stare per aria, non può accontentarsi di uno svolgimento parziale, deve concludersi?

La sensazione è che giri nell'aria l'odore di una sorta di necrofilia letteraria, di un'ansia guardona che trae conforto soltanto quando il senso della vita, anche se lettararia, è regolarmente rispristinato, portato a termine.

Non mi piace. Lo trovo inutile e persino poco confortante, un palliativo; non sarebbe stato più interessante, nel caso dei film, seguire la trama con più rispetto e finire con la colazione di Dick Datchery, il personaggio che "falls to with an appetite?" e, nel caso dei libri, accontentarsi di Dickens, di quei ventitre capitoli**.

Sarà che viviamo di apparenti sicurezze e di fragilità, sarà la necessità di dare un senso alla trama un po' casuale della vita, ma di fonte all'incompiuto o di fronte al non finito rimaniamo smarriti: a nulla serve il riscontro oggettivo della morte del demiurgo autore o della sua eventuale volontà a non pubblicare.

L'ansia della trama sospesa (chiamamola così) non corrisponde forse alla nostalgia che abbiamo di un personaggio tanto amato, che, con la fine del libro dobbiamo lasciare? Quanti di noi vorrebbero vedere "la continuazione" della vita di quel personaggio, o quanto di lui o di lei ci rimane oltre le pagine?

Se sopportiamo questo trascinamento dentro la nostra vita, perché non sopportiamo la drammatica sospensione, il cambiamento inatteso o l'assenza improvvisa?

Forse perché queste ultime capitano spesso, ci colgono impreparati e sono difficili da accettare.
Have a good appetite.
Il fra
*Lo stesso trattamento a Sanditon, opera incompiuta di Jane Austen.
**Un disagio simile come se spiassi i luoghi e i resti di una vita altrui ho provato visitando la casa museo di Dickens dalle parti di Russel Square. Una visita inutile: camere stanze quadri poltrone fogli lettere, di interessante solo la cafeteria ricavata nel retro della casa vittoriana.

mercoledì 11 gennaio 2012

Duemilaundici libri o quasi

Cenato presto questa sera all'ora inglese, l'ora delle galline in Italia.

Sere ancora lunghe, a twist in my sobriety, un bicchiere da e di whisky in mano.
Andy il falegname ci ha detto che quello blended va preso con ghiaccio, quello puro come bottiglia comanda e a temperatura ambiente.

Whisky o meno e in attesa degli scaffali in legno dello stesso Andy, i libri per ora s'ammucchiano su superfici piane e si infilano nel mobile porno indiano dove un giovin signore sta kamasutrando una sovrastante donna opulenta, immagine che si ripete su ogni anta e per ogni lato...

Sto divagando. Per dire che i libri sono cose intime certamente, ma da tutti palpeggiabili: zatterine minuscole di rado robuste a cui qualche volta mi aggrappo con la fame chimica del naufrago compulsivo, che poi nessuno è meno naufrago di me.

Insomma di almeno una trentina o forse più di libri letti nel duemilaundici mi sono rimasti (e senza perdere una diottria) questi:

Aracoeli, Elsa Morante.
Avevo letto due anni fa L'Isola di Arturo, che trovai bellissimo.
Storia di un figlio, della madre spagnola, del padre ufficiale della marina sabauda, Roma, Torino, la Spagna alla fine del Franchismo...
"La mia mente è una stanzaccia promiscua, dove possono ritrovarsi in coabitazione balorda la rigida miscredenza e le superstizioni più futili". Una frase che vorrei aver scritto.

The God Delusion, Richiard Dawkins.
Biologo evoluzionista, etologo e ateo militante, non arrabbiato, piuttosto persuasivo, colto e leggibilissimo. Humor e pragmatismo tutto inglese.

The End of the Affair, Graham Green
Nella Londra di Clapham Common durante gli anni del Blitz e dell'austerity, un amore e un tradimento mistico, una passione in bianco e nero, forse un po' troppo maschile, non so se maschilista, ma la favola dimostra che l'orgoglio talvolta è una brutta bestia che semina vittime. Non una grande novità, ma scritto benissimo da un cattolico con gli attributi.

The It-Doesn't Metter Suit, Sylvia Plath.
La favola di Max ultimo di sette fratelli che voleva un vestito che andasse bene per tutte le occasioni della vita, un piccolo capolavoro trovato a 50 pence in un bookshop a Greenwich.

The sense of an ending, Julian Barnes.
Ho anche dimenticato di scendere dal treno più di una volta mentre lo leggevo, centocinquantapagine disilluse ma lucide, ancora il punto di vista maschile, abbastanza sincero, dove l'abbastanza sono i trucchi della memoria.
Londra dal finestrino della macchina: "Convenient stores, cheap restaurant, a betting shop, people queuing at a cash machine, women with bits of flesh, spurting from between the joints of their clothes, a slew of litter, a shouting lunatic, an obese mother with three obese children, faces from all races:an all-purpose high street, normal London"

A river dies of thirst, Mahmoud Darwish
Poeta palestinese, uno che guarda dentro e aiuta a capire tutto quello (molto) che non so di quella parte di mondo.

Ci sarebbero anche pezzi di libri come fior da fiore, qualche stroncatura, ma ho scritto troppo.
Mi vado a bere un whisky.

Meglio un succo di frutta.

domenica 8 gennaio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 01.12

Una ricetta ci seppellirà. Intendo noi essere umani tutti.

Un augurio che mi fa godere: a tavola insomma, tutti a tavola, non che poi seduti si possa cambiare le sorti del mondo, però si può provare iniziando da un buon piatto di pasta con le sarde o con la bottarga, alla Norma con un Bellini, una carbonara clandestina, al nero (Wolf) di seppia con una birra Stout , olio aglio e peperoncino.

Per esempio: far diventare quest'isola al dente e abolire il cibo stracotto insapore, fare sparire le verdure da Sainsbury's.

Le verdure queste sconosciute, noiose e che non riempiono. Se provassi a servire a mio suocero un piatto senza carni o un pasto che inizia con una zuppetta di carote direbbe "C'è qualcuno malato?". Non è il solo, qui sarebbe poi in buona compagnia, nel paese dove non si cucina, le verdure sono poltiglie di acqua compressa che, se cotte, tendono a stingere.

Eppurtuttavia lungo New Cross Road nel giro di qualche settimana sono spuntati due nuovi greengrocer, veri verdurieri, Dig the Nursery e The Allotment, su una strada che speriamo decolli a modo suo senza scimmiottare troppo le carinerie da famiglie con passeggino della vicina Lordship Lane a East Dulwich.

The Allotment è il più fine, con i commessi in ordine, il rischio gioielleria (solo il rischio) e con qualche prodotto italiano confezionato in vendita, ma le verdure sono selezionate con cura e con un criterio stagionale.

Dig the Nursery sul ponte della ferrovia ha un aria invece più contadina: il tipo che gestisce lo spazio pare appena tornato dall'orto, dopo aver appoggiato la vanga; vende verdure e frutta di stagione: le mele, ammaccate e maculate, e il compost nei sacchetti.

Fa impressione averli a due passi da casa, anzi no; sa molto invece di paese, quello da cui veniamo anche noi italiani, quello dove il verduriere era appunto a due passi da casa.

Il quartiere attorno intanto è in cerca d'identità o meglio la sua identità consiste nell'esserne in cerca; la biblioteca per esempio, poco più di uno stanzone, dopo i tagli del Council che ne prevedeva la chiusura, è gestita da un gruppo di volontari che non solo la mantengono aperta molte più ore di prima.

Si tratta insomma, qui come altrove, di combattere contro lo strapotere delle catene dei supermercati che tendono ad occupare gli spazi commerciali delle strade più frequentate, togliendo personalità e carattere al quartiere e offrendo però beni di consumo a prezzi abbordabili.

Lungo New Cross Road le attività commerciali e i pub sono gestiti e frequentati dai bianchi, i neri invece, che hanno invece qualche deli e soprattutto gestiscono attività di parrucchieri, preferiscono i centri commerciali e non frequentano i pub.

Mentre il quartiere è de facto multiculturale, ancora una volta l'integrazione si esprime solo come contiguità e non si manifesta ancora con la frequentazione degli stessi posti e la condivisione delle stesse abitudini.

Una convivenza senza scontri, fatta di quotidiani contatti, una demografia culturale qui al sud est che cambia, ma solo al millimetro, destinata in qualche modo ad evolvere verso un qualcosa difficile da prevedere o immaginare.
Mi verrebbe da dire che l'unica integrazione sia la commistione da consumarsi negli unici due luoghi dove realmente accade: la tavola e il letto.

La gloriosa rivoluzione delle verdure e dei parrucchieri?
Il fra

venerdì 6 gennaio 2012

Palloni, palle, libri e silenzi

Dopo una settimana per certi versi indimenticabile, vado a prendere i bambini a scuola.

Prima Jacopo poi Matilde che, appena esce dall'aula, si precipita a giocare in cortile.
La recupero e subito mi dice che oggi ha segnato tre goal: ha fatto una partita di calcio, perchè l'ora di piscina del mercoledì è stata annullata.

Silenzio I

Ora, io non mi aspetto che mia figlia declami versetti del Bardo o l'inizio dell'Iliade (tradotta dal Monti, l'avo di Super Mario Poppins) con la scioltezza di un'attrice di prosa, però... incasso, montessorianamente mi congratulo e chiedo dettagli (quelli che ho sempre evitato di chiedere in azienda durante la pausa caffè alla macchinetta).
Lei dettaglia e poi saluta Gary; Gary ricambia, correndo verso di noi.

Il Marcantonio in questione, in tuta da ginnastica, fischietto al collo e zazzera rasta, a balzi raggiunge il bipede con soprabito nero, cappello nero in testa e Jacopo in spalla e dice (sempre al bipede):
"Outstanding! Matilde gioca benissimo a calcio, conosce cose che io cerco di insegnare ai suoi compagni di classe da almeno tre anni! Ha visione, tecnica e sa che cosa fare. Bravissima."

Il labbro inferiore del bipede cade e la Biblioteca d'Alessandria viene rasa al suolo dalle fiamme.

Silenzio II

Matilde se la ride, io inebetito balbetto qualcosa di banale, Gary mi stritola la mano e se ne va.

Torniamo a casa Jacopo dice che sente delle formiche nelle gambe (le stesse che mordicchiano il mio cervello), scende dalle spalle e corre verso casa.

-Matilde, sono allibito....
-Ma perché?
-Non sapevo fossi così brava a - non riesco a dirlo - a ca... a calcio
-Beh ma dai, è solo un gioco!

Qui avrei potuto chiosare un: "Sì fai bene a pensare che sia solo un gioco", ma l'avrei detto con quell'aria tipo: "Una canna ogni tanto male non fa" e quindi Silenzio III (La casa vuota)

Lei ready steady go corre via con scatto felino e abile mossa.

A casa racconto e cerco solidarietà, ma Cristiana:
"Beh anche tu non fai mica le cose che fa tuo padre..."

Silenzio IV

Ho perso quattro a zero senza aspettare i tempi supplementari (tanto per stare in tema), oltretutto quando sento parlare di papà è come se mi beccassi un'improvvisa manata nei testicoli. Il minimo accenno a Laio mi rende infatti ipersensibile.

Ovviamente a Cristiana tutto è lecito e come al solito non pare particolarmente preoccupata per la deriva stile ginnasta della DDR che sta prendendo nostra figlia.

Sto esagerando? Non so.

I libri sono silenziosi strumenti musicali e non (solo) rifugi come lo sono stati per me.
Pacemaker o copertine di Linus io li trasloco, li impilo, li curo, li leggo o li trascuro come i pensieri e talvolta come le buone intenzioni.
Una passione che vorrei condividere.

E pensare che questo doveva essere un post sui libri e sulla carne halal.

Castello ululì, lupo ululhalàl.