martedì 23 ottobre 2012

Russel Beach

Esco dal lavoro: quella che sarebbe, cantando, una giornata uggiosa, qui diventa mist, drizze, fog.
Le cinque della sera come le sette del mattino. Londra sembra un infinito contenitore, alcatraz direbbe Yossarian: non solo non si vedono i confini della prigione, ma nemmeno lo Shard dai binari di London Bridge.
Pure il vicino di casa sparisce con il suo cane, con un effetto luminal sui marciapiedi di New Cross Gate: i bus compaiono all'improvviso dalla nebbia verso la nebbia, la pioggia... un trattamento facciale.

Questo tempo non deprime, no! soffre di depressione di suo; io, di solito resistente e allergico anche a chi vuole a tutti i costi tirarmi su di morale (frase che tende a deprimermi), mi sogno il mare.
Mi andrebbe bene anche Southampton, un mare d'inverno -  un concetto poco moderno che nessuno considera più -, mi basterebbe anche quella roba blu che si vede dalla Voltri Sempione quando si scende dal Turchino.

Domenica a Russel Square per il Bloomsbury Festival ho ingollato qualcosa di mediterraneo (una chorizo pie di Pieminister), Cristiana una tapa messicana, i bambini i churros e nonostante tutto pareva di stare nella bruma, nella bassa, nella tundra, mentre l'umidità saliva dal parco, fangoso come un prato di un concerto rock annullato.
Temperature che sarebbero state anche di stagione se il solito vento metropolitano non prendesse a schiaffi ad ogni svolta.

Intanto i bambini si fanno fare ritratti, disegnano, incollano, guardano. Io ho la malaugarata idea di farmi spiegare da una scienziata in erba della vicina università che alcuni insetti dal ciclo di vita breve (quattordici giorni) vengono utilizzati come cavie al posto dei ben noti roditori, che invece metabolizzano i veleni più con calma (tre mesi). Abbiamo con gli insetti il sessanta per cento di DNA in comune.

svolazzzzzando con il mio 60% sul fango di Russel Square

Sulle pareti della tenda acari ingranditi, vermi solitari e lavatevi le mani che portate cacca in giro senza neanche accorgervi! (la mia chorizo pie galleggia in cerca di bicarbonato di sodio, che tolga con la pesantezza pure la memoria).

Inizio a starnutire, ma andiamo a preparare il burro come la signora Dickens era solita fare: panna da cucina a temperatura ambiente, minipimer dell'ottocento a rischio tetanica, mussolina per far colare il latte, guanti di lattice.

Un odore di verde muschiato sale dal pantano e tranne qualche pazzoide sembriamo tutti dei licheni che camminano, poi scappo nel bookshop, dove con un altro umore avrei comprato il famoso libro di Swedenborg (conosciuto sul posto, e subito la compulsione...). 
Niente però mi mette tristezza come un tendone bianco, un tappetone grigio scuro, i tavoli addossati ai lati e l'odore che ha la carta quando implora un colpo di phon. Esco con la voglia, insoddisfatta, di caffè.

Riusciamo, bambini al seguito, a fare un salto alla Brunei Gallery della Soas per una mostra documentale sul mandato britannico in Palestina, Cristiana, al solito serena, fa serenamente delle foto, io invece ho un paio di travasi di bile, meglio che taccia.

Comunque la piazza e l'area valgono bene una visita, per la facciata della metropolitana, il Museo Dickens che riaprirà beautifully restored, l'aria morbosa e gotica del Russel Hotel, la neoclassica Swedenborg Hall, la Soas e l'incredibile biblioteca stile Metropolis che giganteggia alle spalle. Una zona di fantasmi e di vecchia Londra insomma.

Citazione dickensiana obbligatoria: Ideas like ghosts... must be spoken to a little before they will explain themselves.

Nessun commento:

Posta un commento