lunedì 15 ottobre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 25.12

Tempo di decidere e liberarsi della zavorra. Non troppa zavorra, altrimenti volerei in alto, al pericolo delle correnti. Per quanto aiutato, affascinato dal loro aut aut, le decisioni mi fanno paura: l'errore del treno perso, il rimpianto e tutto il romanzo d'appendice o d'appendicite che ne segue.

Non che io non ami pensare, trastullarmi nel flusso di coscienza, nel cinismo che mi si rimprovera e una certa inazione, non proprio pigrizia, piuttosto... voglia di cioccolato. 
Ma le decisioni sono da prendersi da soli, obbligatoriamente, tanto é difficile capire quanto siano influenzate da fattori esterni e dalle persone a me vicine.

A Londra, a parte l'imminenza di Halloween, planetaria ormai, scorre il Film Festival e da tesserato BFI (un vanto impagabile la tesserina con la foto di James Stuart che guarda nell'obiettivo dalla sua Rear Window...) mi guardo, nel buio al di qua dello schermo, qualche pellicola. 
Il BFI London Film Festival* ha il pregio (o il difetto) di mostrare per lo più film già visti e presentati in altri festival, come a dire che con Cannes e Venezia non si può competere (cosa che dovrebbe fare Roma).

Milano negli anni novanta ospitava nei cinema della città tutta l'edizione del Festival di Venezia e io non mancavo, onnivoro come un maiale all'ingrasso. 
Ho ricordi fisici di quelle visioni, delle gran dormite pure, soprattutto quando trascinavo Pino che immancabilmente faceva il suo pisolino pomeridiano o quando con Silvia vidi Vive l'amour, di un cineasta taiwanese, che era presente in sala (semideserta) con i due attori protagonisti: un film quasi non parlato, stile Antonioni con tanto di lunghissimo pianto finale su una panchina in un parco di Taiwan. Finimmo con il ridere di tutto quell' esibito cinema d'autore. 

Nel frattempo sale come il cinema De Amicis sono sparite, insieme alle lunghe visioni di pellicole a tema, Pasolini, Herzog, Ferreri, Reitz
Avevo una sete... una sete assetante insomma, una specie di addiction, non smettevo più: un film tirava l'altro e quando i giornali iniziarono a vendere videocassette fu la volta di prenotazioni e corse all'edicola e di collezioni impilate da pavimento a soffitto.

E capitava di beccare quello che si vantava di avere visionato e poi aveva le cassette ancora incelofanate sugli scaffali pre-Ikea dell'appartamento, qualche volta quel tale ero io medesimo: contava possedere piuttosto che vedere. Onnivora era anche l'ansia, una compulsione più appagante della conoscenza.
 Venne poi il momento che mi pareva fondamentale condividere, nell'illusione delle affinità elettive: l'amicizia sembrava più forte se i gusti cinematografici erano gli stessi.

Il cinema mi sembra ancora l'unica forma possibile di self education, di auto apprendimento.
Il cinema non è la chiesa, la famiglia, l'autorità civile o militare, ma una piscina dove si nuota senza maestro e senza nemmeno essere buttati dentro, una pedalata libera davanti alle immagini di migliaia di storie, vere o false che siano.
Ieri al BFI Jacopo prima della visione di Zarafa, un cartone animato francese che racconta la storia della prima giraffa di Francia, ha dato un calcetto innocente a una signora, insomma ha colpito e la conversazione è partita. Lei a settantanni avanzati mi dice che lavora nei cartoni animati da una vita e che da piccola aveva paura in particolare della voce al telefono di una rana (un cartone intitolato The Frog appunto); da cinquantasei anni viene al Festival e ha pure assitito all'apertura del BFI

Jacopo intanto al cinema ha fatto a meno delle cuffie, che facevano eco, delle scarpe, che gli "fermavano" i piedi, e si é goduto lo spettacolo, lamentandosi di non avere i pop corn, insomma la sua ora di self education. Per conto mio poi la visione domenicale a Leicester Square di Rust and Bone, sempre francese: una storia d'amore, di pugni, di ossa, di acqua e di ghiaccio**.
Il cinema con un inizio, una fine non troppo aperta, un accenno di possibile felicità, sentimento che ha molto a che fare con il raccontare una storia, con il dare vita all'immaginario.
Per prendere decisioni, non per forza giuste, tocca immaginare.
Il fra
*in concorso l'italiano E' stato il figlio di Ciprì
**la stessa angoscia di del primo episodio del Decalogo... così per fare il cinefilo

Nessun commento:

Posta un commento