lunedì 3 settembre 2012

Settembre, quello che siamo

Non ho fratelli. E probabilmente non ne ho sentito la mancanza, compensata forse da una discreta autostima, da mio cugino Massimo e da una manciata di amici, quelli che pure il giardiniere costante talvolta trascura, quando confida troppo nelle stagioni.

I primi fratelli capitati sulla mia strada sono (stati) Cristiana e Emanuele: fratelli con poteri da medium, capaci e abituati a far co(p)pia e incolla di ogni informazione capiti loro a tiro, e legati (ancora oggi) da un invisibile ma resistente cordone ombelicale.

In un "paghi uno e compri due" di tre decadi fa il mantra della fratellanza, del suo linguaggio criptato e dell'esclusione degli incomodi (terzi e non) entrò nella mia vita, fino ovviamente a convertirmi fino a dove potevo, anzi potevamo: due figli, ovvero due fratelli. 

Combinazioni desossiribunucleiche crearono lo stampo della famiglia da pubblicità, prima lei poi lui, quattro anni di differenza, indubbiamente con tratti in comune, ma due caratteri diversi, lei che gioca con lui, lei che sopporta lui, lui che fa un po' fatica a starle dietro, lei che comunque ci tiene, lui che un po' se ne fotte.


Ogni tanto in cerca di un qualche paragone oso chiedere: "ma era così anche il Manu?
E mi viene rivolto lo stesso sguardo che la scienziata della particella di dio rivolge a uno stagista raccomandato e con tono assertivo mi sento rispondere: "Noi litigavamo sempre". (= non puoi capire, pirla!)
Amen.

La premessa di cui sopra perché Matilde e Jacopo hanno consenzientemente deciso di dormire in camere diverse e da due giorni sono separati in casa.
E l'unico rimastoci come un Karamazov sembro essere solo io: mi dispiace e mi sento pure un po' perso.

A parte lo spostamento di letti (svitamenti e avvitamenti carpiati in cui, cara Boggio, sì ho mostrato un'innata forza hobbystica!) e le due mani di vernice sul legno (Cristiana, io odio i pennelli), i due hanno mostrato solo qualche cedimento: Matilde la solitudine del buio e Jacopo una reiterata incontinenza: appena ha lavato i denti e fatto pipì, vuole di nuovo fare pipì e poi fare pipì ancora e magari rilavare i denti.

Non manca qualche scambio di accuse, perché poi per entrambi è dura ammettere che tra desiderare una camera propria e starci dentro da soli qualche differenza passa.
E la differenza non passa attraverso una adulta ammissione di debolezza, ma con piccoli e comici transfer di orgoglio.

Un micro lutto? l'accorgersi che scegliere ha delle conseguenze? un legame che cede al carattere? un modo diverso di amarsi? 

Settembre - accidenti - cala con temperature tiepide, con la gente delle Parolimpiadi, con le parole che si scambiano i bambini e una lista di sport da fare come promesse... nel pieno della nostra quotidiana umanità.

2 commenti:

  1. All'inizio degli anni 80 cominciai a pensare che volevo andarmene da via Garibaldi 8 , chi mi conosce sa anche perché(e perchè mi trovo ancora lì adesso) ma fra i perché c'era anche il fatto che volevo che i due fratelli con poteri da medium avessero una camera personale. La storia racconta come è andata a finire ! Per certi versi è stato un bene , per altri un male - (e non mi dilungo a spiegare i motivi )Ai miei figli l'ardua sentenza .
    La Pol

    RispondiElimina
  2. Pol, scoop in famiglia!
    ecco perché' quando i bimbi volevano separarsi tu mostrasti sostegno all'iniziativa.
    Anarchica e liberista da sempre, attitudine opposte a quelle della suocera media.
    Io invece vorrei un fratello, non un siamese, adesso. O forse no. Boh.
    Il fra

    RispondiElimina