martedì 14 agosto 2012

Munch, Tate Modern

Arrivo alla Tate, sapendo di andare sul sicuro: il conforto e il confort di un pittore ormai parte dell'immaginario collettivo.

Al punto che la scelta di Munch potrebbe apparire piatta e di costume, una parentesi in attesa di un qualche artista scomodo e contemporaneo, più chiacchierato.

In realtà un motivo in più per andare e poi manca L'Urlo, l'opera per cui varrebbe la pena. Dodici sale, nessuna coda, Norvegia e luci del nord.

E non mi pento.

Munch vede quello che dipinge, dilata il soggetto, non lo scava, lo imprime su di sé e lo esprime sulla tela in toni e gesti da stato d'animo.

Se i lavori di Lucian Freud chiedono di guardare con più attenzione gli altri, attraverso il sincero, disarmante, nudo spettacolo (della pelle) del corpo, quelli di Munch riguardano la resa (come sono resi ma anche l'arrendersi) dei sentimenti personali nell'ambiente e nelle persone.

La pittura perde gli oggetti e le prospettive, si fa piatta, deformata, istintiva, mostra e ripete l'angoscia di un'infanzia tormentata dalla tubercolosi (la madre e la sorella morte e pure Munch stesso gravemente affetto) e coltivata nell'ambiente della conservatrice Oslo, allora Kristiania.


A volerne sapere di più sulla vita e le opere del pittore norvegese il film di Peter Watkins, uscito nel 1974, Edvard Munch, intimista e bergmaniano, originale nel combinare il documentario con la ricostruzione d'epoca (oggi si dice docufiction) e centrato sulla vicende familiari del pittore (dal diario di lui), sulla cittadina norvegese e sul gruppo di bohèmienne anarchici, sulla Berlino del Kaiser Guglielmo dove l'incompreso in patria si rifugia e via... pitturando.

Ma di interesse nell'opera di Munch sono il Reworking e il Photography and Portraiture (uso i titoli di due delle sale espositive nella Tate).

Prolifico al punto da rifare più volte uno stesso quadro e non solo per accontentare i collezionisti.
Copiare, ritornare sullo stesso soggetto (la sorella morente e i due amanti che si abbracciano): un modo per allontanarsi da un'ossessione? per imitare se stessi? all'occhio di chi guarda i colori della replica impallidiscono in una distanza consapevole. Il tempo attutisce, senza guarire.

Poi curioso, Munch si imbatte nella fotografia e si compra una Kodak, si auto scatta delle foto, un gesto per quei tempi nuovo e oggi così comune e banale.
La fotografia come la pittura? Munch ammette nei diari che la "meccanica" può produrre buoni risultati. L'occhio che vuole esserci e sempre vedere, anche quando la sua vista deteriora per un'emorragia (all'occhio destro). Con schizzi documenta quello che riesce a vedere: cerchi di luce, macchie accese, pallide, distorsioni di figure e superfici... Ma colori già presenti sulle sue tele, ben prima della malattia alla vista.

Come la casa rossa, come le sue figure di uomini e donne che senza volto si espongono ai bordi del quadro e guardano fuori. Vividi, allucinati, ossessioni ricorrenti, angosce, sintomi di un male di vivere, di cui la sua pittura sembra se non la cura, almeno lo stato di convalescenza.

In mostra fino al 14 Ottobre.

al secondo piano della Tate, all'uscita da Munch

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