martedì 3 luglio 2012

E che Damien! ma quanto sei acidòacidà

Confesso che entro con il dente avvelenato, ma entro.

Vado in un giorno della settimana, mercoledì e prima di incontrare K. a Goodge Street. Vado che quasi mi vergogno e non so esattamente perché, ma la carogna mi monta subito sulla spalla, con uno squittìo di scimmia. Forse alla vista degli animali o per tutto questo spreco, la scimmia salta giù, mi fa strada nelle sale e poi mi dice che:

L'arte non abita qui (alla Tate Gallery fino al nove settembre), l'artista non c'é, la furbizia sì e pure il furbo.

Di talentuoso Damien Hirst ha certamente la furbizia, il fiuto per il business imparato da Saatchi. Davvero geniale farsi un'asta da Sotheby's* senza passare dal gallerista e diventare trilionario: "Tutti questi dipinti dorati, l'oro, i diamanti... mi sentivo proprio come Re Mida". Appunto Re Mida, il fenomeno e la noia.

Aiuto! sarà la gelosia, la mia scimmia va a passo di tango, ma vedere in vasche di formaldeide mucca e vitello tagliati a metà e leggere le parole di Re Mida: "è stato come creare le emozioni scientificamente... tu tagli a metà e vedi che cosa c'è dentro e fuori allo stesso tempo". Però! che parole taglienti in sottigliezza d'artista! 


Vedere uno squalo sempre nella formaldeide e: "sapete ho pensato: se ho uno spazio grande abbastanza, se lo metto in un liquido, grande abbastanza da spaventarti al punto che tu pensi di essere lì con lo squalo, allora funzionerebbe"... che stupore! che scandalo!  neanche Spilberg trenta anni fa!
L'animale inscatolato diventa così l'emblema dell'inutilità e dell'assenza di messaggio e significato dei lavori di Damien Hirst.

Sull'immaginario questo vuoto di idee colpisce, il personaggio vende gadget al pari di Lady Gaga e fa passare per misticismo le ali di farfalla (e il loro motivo ripetuto su molte opere), per alienazione del contemporaneo l'esposizione in fila di pillole medicinali, per caducità del vivere le cicche di sigarette in giganteschi portacenere e per esorcismi il teschio di diamanti. 

Ma si tratta esattamente di quello che si vede, non di più. Solo quello che il pubblico vuole trasformato in abili gigantografie e che il Nostro ha saputo costruire a forma di mito e vendere a peso d'oro. 
Pare oggi che, a garanzia del talento, tanto più l'opera è grande di dimensioni tanto più è degna di considerazione e pregna di significato. Insomma per dipingere la parete grande serve il pennello grande.

Mi dispiace ma il ragazzo non mi incanta, non mi dice niente e mi irrita pure, una pallida copia di Duchamp, Koons, Pollock...etc
A che pro? che dimensione pubblica? che cambiamento? che modo di vedere la vita suggerisce questa esibizione di diamanti e medicine? a che tipo di sguardo nuovo su un problema umano invita questo compiaciuto catalogo di materiali translucidi e organismi asettici e mosche e farfalle?

Damien Hirst esibisce denaro e marketing all'ennesima potenza, una tappa obbligata per chi crede che nella vita comunicazione é tutto, e contenuto e messaggio un accessorio inutile.

Il livore (sentimento assai inutile) mi sparisce davanti agli arazzi di Alighiero (e) Boetti (alla Tate fino a fine maggio**, in una galleria privata fino al sette luglio), davanti alle parole di sedici lettere, alla magia, al simbolo di questi ricami di forma quadrata opera di artigiani afghani rifugiatisi a Peshawar nei primi anni ottanta.

Fuso ma non confuso.

Il silenzio è d'oro. 

*correva l'anno 2008, il primo artista che va all'asta da solo senza intermediari.
**ora c'è Munch.

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