domenica 10 giugno 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 20.12

Il cielo corre veloce, verso il mare. Io non posso non guardare in alto. Sono in un deserto di paesaggio, in posti estremi, ultimi. Il fiume si dilata, il verde sparisce nel cemento, che diventa acqua e poi ancora cemento.

Qui Londra finisce, come fosse Alcatraz; ha un confine,  ma un confine che non si può superare, senza un oltre. 

Il vento pare un cuneo dove si infilano disordinate le nuvole, le onde, gli alberi, i radar, le industrie, le gru, i viadotti, le chiatte. Un grumo di Wasteland, una Venezia dilatata e inelegante, un palcoscenico vuoto ma pieno, come una gigantesca scacchiera devastata. 

Noi, gli uomini, quelli che traghettano dal sud al nord del fiume, siamo piccoli in uno scenario da Gulliver, senza Gulliver.

Con la macchina saliamo su una chiatta quadrata, che disegnando un arco muove fino alla riva opposta; dalla pancia concava della zattera escono i passeggeri, tenendosi con le braccia i fianchi per ripararsi dalle raffiche gelide del vento. 
Dove vanno e dove abitano? In quelle lontane-vicine council house? Nelle moderne palazzine bianche a vetro e balconate, stile Miami, non so se più decenti o più fredde? Intanto, dietro una fila di pioppi, gli aerei spariscono nel City Airport quasi senza far rumore.

Sulla destra, l'immenso complesso industriale della Tate Lyle, un famoso zuccherificio, metà in disuso, metà attivo, una sequenza di archeologia industriale, di tubi e ciminiere fumanti; sulla sinistra, verso l'interno,  discariche organizzate per la raccolta differenziata e, protetti da doppie recinzioni, qualche casa murata e un pub, ridotto a macerie.

La DLR taglia l'orizzonte del lungo fiume, una linea metropolitana senza metropoli: i pilastri di cemento, la piattaforma bombata con i vetri panoramici.

In silenzio saliamo le scale della fermata di Pontoon Dock*. Dal binario si vede un imponente fabbrica simile a un immenso palazzo senza ingressi, circondato da un dock di acqua sottile, immobile e di fronte una distesa di cemento, che fa da parcheggio a una roulotte bianca e un vecchio autobus a due piani; sullo sfondo i vetri colorati di quello che sembra un complesso alberghiero.

Il nuovo non ha eliminato il vecchio, entrambi convivono e deperiscono, immobili, paralizzati. 

Scendiamo verso il Thames Barrier Park: lati di siepe di bosso e file di sempreverdi e fiori, piantumazioni orizzontali e dritte fino a un prato a onde che porta alla balconata sul fiume.

Anche il Tamigi corre, ma a guardarlo i trucchi del vento ingannano la sua direzione. Enormi cappelli di acciaio,  si aprono e si alzano, barriere a fermare la marea, come inimmaginabili bastioni di Orione.

Poi il parco di betulle: l'erba tagliata si alterna a quella alta, qualcuno fa jogging fino a imbucarsi tra le siepi o negli alveari vetrati dell'anfiteatro che sorge in questa sponda di fiume.
Non è la fantasia di un giorno nuvoloso e mutevole, al pari degli umori che tempestano le mie lune, ma una realtà distante, una premonizione onirica. De Chirico. Blade Runner. Deserto Rosso.

Dove sono? dove siamo? Anche quando ci sarà sole senza vento, questo paesaggio rimarrà sempre lo stesso e chiederà di essere guardato, esattamente come le cose che non so e che continuano a stupirmi e tormentarmi. 
Amen.
Il fra 
*la descrizione sul sito della DLR è interessante, nel senso che è vera "relativamente" eccola qui

2 commenti:

  1. Ma lo sai che a volte sei proprio un poeta?
    La Pol

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  2. grazie Paola. Stavo male, non sapevo neanche perche' e il paesaggio e' diventato un imbuto. Appena prima sono andato a Maryon Park, il santuario dove appendo i miei ex voto in silenzio e da solo.
    il fra

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