domenica 15 aprile 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 12.12

Sul centosettantasette il lunedì di Pasquetta (il nome Pasquetta mi ha sempre fatto ridere come Macedonia o cremagliera) alle dieci e mezza della mattina di una giornata uggiosa e fredda siedono casi umani,cagnette al guinzaglio, single incattiviti con anelli al dito, trolley vuoti, diretti al traino dei loro padroni, verso i centri commerciali di Woolwich.

Tra i casi umani ci sono anche io, solitario, come un diacono agli esercizi spirituali che ha un'ora d'aria fuori dalla curia. 
In realtà sono in pellegrinaggio, destinazione Maryon Park; volevo andarci da almeno due anni, ma non trovavo il momento.
La prima volta che ho visto Maryon Park non sapevo fosse Maryon Park, ai tempi della swinging London: una videocassetta dell'Unità, con Alberto e il Flaco che guardavano il film con me. 

Loro ridevano per i lunghi silenzi, la noia: "questo che gira con la macchina fotografica in mano e che fa? non fa niente, poi arriva questa donna nel parco..."; forse si sono anche addormentati o hanno lasciato perdere, io invece l'ho visto fino in fondo, la pelle d'oca in almeno un paio di sequenze, le lecrime o quasi all'ultima. Più tardi, da solo me lo sono riguardato.

Blow up é uno di quei film che nell'età delle amicizie passionali, ho rifilato più o meno a tutte le persone che conoscevo per l'ansia di condividere e di essere per questo piú amici.
Poi visti gli scarsi risultati e con il passare del tempo, Blow up é diventato un mito personale: tocca corde solo mie (e non fa vibrare quelle altrui); quali corde ovviamente non so. Sarà per questo che ne parlo con gratitudine e anche con rispetto.

Da lunedì Blow up è diventato per me anche un posto dove andare, un parco: ma come nei santuari si venera la reliquia di un qualche santo di cui si porta il nome o si è pregato, io lì trovo uno spazio aperto e enigmatico, dove abita un significato importante per me, come se andando portassi un ex voto a una divinità familiare. Di Maryon park so tutto e tutto ignoro.

Cosí salgo sulla collina, intatta, identica a quella del film, nonostante siano passati quasi 50 anni. E inizia l'archeologia: qui David (nome sia del fotografo Bailey sia dell'attore Hemmings) ha fatto le foto, qui il sentiero dove Vanessa Redgrave non voleva farsi fotografare, qui l'abbraccio, qui la pistola dalla boscaglia verso cui Lei guarda, poi il cadavere, il vento le cime degli alberi le foglie il bianco e nero. 
Lo stormir delle fronde.

Antonioni in Blow Up riesce a filmare anche lo stormir di fronde, parla per e di immagini, talmente semplici e forti che spiegano senza spiegare che parlano senza parlare.
Non importa quanto lenta e nuda sia la sequenza o lungo il silenzio: quanti giorni passiamo a osservare e quanti giorni passiamo senza dire nulla? quanto dentro la cornice del nostro sguardo contano e valgono le cose che vediamo, che crediamo nostre? accadono veramente? ci riguardano davvero? e ci appartengono?

Anche io conosco l'ansia bulimica di (fotografare e) conoscere piú per accumulo e per il gusto di esserci; anch'io sono vittima o artefice di incontri occasionali, goffi e precipitosi; anche io non mi accorgo di vivere mentre sto vivendo, così alla giornata come se il tempo non passasse; anche io mi chiedo sempre (i soliti) perché: dove sta il vero e il falso, la finzione e la realtá e quale strumento umano o meccanico piú vi si avvicina; anche io credo che le immagini e l'estetica talvolta raccontino di pú delle parole, le omissioni piú delle opere.

Poi scendo verso il prato, piove una pioggia fine, non c'è un'anima, non è più inverno, piuttosto una primavera acerba e immatura.
Arriva una camionetta aperta a tutta velocità, scende un gruppo di clown, non mi guardano neanche e vanno verso il campo da tennis. 
Iniziano a giocare, in realtà mimano la partita, non c'è la palla, non ci sono le racchette: lei una faccia da Pierrot con un lacrimone sulla guancia, lui risponde di diritto e di rovescio. 
Continuano fino a quando la palla non vola oltre la rete verso di me;  la ragazza Pierrot mi chiede di raccoglierla, io la prendo e la lancio indietro.

Una vita a cercare la palla, ma accidenti la palla non c'è e quel nocciolo duro non è semenza.
La partita sì, quella tocca giocarla... (fino alla) Fine e titoli di coda.
Il fra

4 commenti:

  1. In attesa di immortalare lo stormir di fronde..

    RispondiElimina
  2. Spero tu abbia restituito la palla...adesso immagino te e ti vedo in stop motion sull pratone costeggiato dalla strada, vicino al gabbione dell area tennis con il trench del nonno che ti veste, cappello e sorrisetto enigmatico e in completa solitudine, raccogliere la palla e con slancio di chi sa di averne una in mano lanciarla nel vuoto e inevitabilmente sorridere...blow up sul fra!!! Sandra

    RispondiElimina
    Risposte
    1. certo ho restituito la palla, sono stato al gioco, sai da quarantanni sto al gioco... blow up sempre!
      il fra

      Elimina