domenica 18 marzo 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 11.12

"L'abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana.
Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso,il roast-beef e il budino(...); ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll'anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. (...) Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo.

Un intelligentissimo professore napoletano, il dott. Signorelli, scrive: "A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo".


La pastasciutta, nutritivamente inferiore del 40% alla carne, al pesce, ai legumi, lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento. Perchè opporre ancora il suo blocco pesante all'immensa rete di onde corte lunghe che il genio italiano ha lanciato sopra oceani e continenti, e ai paesaggi di colore forma rumore che la radiotelevisione fa navigare intorno alla terra? I difensori della pastasciutta ne portano la palla o il rudero nello stomaco, come ergastolani o archeologi. Ricordatevi poi che l'abolizione della pastasciutta libererà l'Italia dal costoso grano straniero e favorirà l'industria italiana del riso."

Nel manifesto della cucina futurista,1932, la pasta è una patologia religiosa per rammolliti, poco nutritiva e pesante, al punto da inibire lo spirito creativo italiano...  parole che alla politica autarchica di allora andavano assai bene, a tutto vantaggio del risotto... e della borghesia cittadina che si divertiva con il futurismo. Il Duce dal canto suo non perdeva tempo a mangiare e ingollava solo latte e frutta, dieta che alla lunga gli causò una notevole acidità di stomaco.

Quando nel suo viaggio in Italia William Black visita Carbonia e Arborea  (ex Mussolinia) le tracce dell'Italia fascista sono assai visibili nell'urbanistica: dagli edifici alla tavola il passo del ricordo è breve.

Bello questo viaggio culinario (Al Dente il titolo originale; in Italia con l'assurdo titolo I bucatini di Garibaldi), fatto nei primi anni duemila seguendo un itinerario, ai miei occhi almeno, originale e che mi ha fatto venire la voglia di un viaggio in Italia, in mezzo alla gente che cucina, alle tavole di casa e alla trattorie.

Gli Agnolotti Cavour, la Finanziera, la Bagna Cauda a Torino, i Tajarin al tartufo ad Alba, il Caciucco e le Triglie a Livorno, la Torta di Ceci a Genova, la Panissa a Vercelli e poi Comacchio (Brodetto), Gaeta (Tiella), Alghero, Carloforte, Orgosolo (Pane fratau, Ministru), Ischia, Bronte, Lipari (Nacatuli, Mostarda) Stromboli, Amalfi, Pisa... dove Mazzini morì sotto le mentite spoglie di Mr Brown.

L'Autore segue le tracce delle sue origini italiane e risorgimentali -fa di cognome Rosselli per parte materna- e regala una descrizione del Bel Paese che finisce con un atto d'amore nei confronti della cucina della "young nation".

Può darsi che un italiano che vive in Inghilterra e legge un libro di un inglese sull'Italia abbia sentimenti diversi da un italiano che vive in Italia e legge lo stesso libro e che quindi io sia accecato dalla nostalgia, ma ho l'impressione che l'Italia sia il paese che conosco meno e per conoscere la Patria (parola immediatamente retorica) non basta parlarne la lingua, ma serve viaggiarci attorno e dentro, come fosse il corpo di una persona amata...

o un piatto di penne al pistacchio.
Il fra   

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