domenica 19 febbraio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 07.12

Nessuna allegoria, forse anche nessuna allegria, le persone, le facce e i corpi per quello che sono. 

Dipinti dopo averli osservati per ore, per giorni, dopo averci trascorso del tempo, durante brevi o lunghe chiacchierate nello studio di Holland Park, perché si può fare il ritratto solo di chi si conosce.

Lucian Freud dunque, a pochi mesi dalla morte, lo scorso luglio, e che sia un evento lo dimostra il numero di visitatori e il tutto esaurito. 

Difficile ignorare la consacrazione del mostro, già da tempo consacrato. Trattavasi infatti di un artista assai legato con l'establishment, ma che ha guardato in faccia a tutti, aristocratici, plebei, uomini, donne e bambini, perché tutti sono animali fatti della stesse pelle, formati e sformati dalle stesse cavità e dagli stessi colori.

Percorro le sale al pianterreno della National Portrait Gallery in silenzio britannico, quadro dopo quadro, con gli addetti, giovani e trasparenti, che con un gesto mi fanno entrare, sala dopo sala, in coda a tutta quella gente.

Sulle pareti, il tempo e il paesaggio della faccia e del corpo umano; come quando osserviamo da vicino i nostri figli mentre dormono o giocano o guardati non ci guardano; come quando si fa l'amore al buio o alla luce e si vedono i dettagli delle rughe, i chiarori e le ombre della pelle, le radici dei capelli, la forma dell'ombelico, l'aggrumarsi dei capezzoli, il viola delle unghie, la piega della bocca, la posa scomposta di una caviglia, di un ginocchio o gli spasmi del sonno quando non sai se è un presagio di morte o un indizio di vita.

Si può passare vicino ai quadri e vedere l'intimità dei corpi stazzonati e guasti, più corpi che persone, l'afrore delle facce senza trucco, più facce che sguardi. 
Le ossa che scattano, si dinoccolato e scavano la posa di una guancia, un polso, un'anca, un occhio; la nostra anatomia arrabbiata, cruda, non artefatta dalla posa, dalla classicità della forma, dalla bellezza primordiale coperta dalla foglia di fico. 

L'archetipo non c'è, soltanto la nuda fisicità in carne ed ossa e il suo dramma.

Altro non mi riesce di dire, tranne che la collezione mi é molto piaciuta, anche l'ultimo splendido ritratto incompiuto, e ancora adesso mi rimane nell'occhio come un paradigma possibile e come modello di confronto con la realtà, per guardare meglio, scrutare e scrutinare. 
Affogato dentro una cupcake di Peyton and Byrnes, cara ma schifosamente buona, e soddisfatto così il mio istinto animale, osservo i clienti nel Café della National e mi accorgo di quanto inevitabilmente piatta e orizzontale sia l'immagine che abbiamo degli altri. 
E' così semplice fotografare qualunque cosa o persona, che l'atto in sé ha molta più importanza del suo significato, un accumulo fugace, non un repertorio a futura memoria. Cogliere l'attimo, tutti gli attimi, e poi dimenticarli.

Se invece allenassi l'occhio e seguissi una ruga, se alle parole rispondessi con uno sguardo invece che sfoderando ancora parole e bla bla, magari potrei conoscere meglio gli altri (non tutti gli altri, ma alcuni), potrei forse amare di più.
Se, se se. Ma non sono Freud, né Sigmund, né Lucian.
Il Fra

2 commenti:

  1. mi piace questo filone del ritratto!io e i ritratti ci guardiamo ma facciamo fatica a capirci, eppure o forse proprio per questo, ne sono irresistibilmente attratto...questa tua analisi mi ha aiutato ad inquadrare il taglio che voglio dare al progetto che ti dicevo...ti scrivo in privato appena ho un po' di tempo..ciao!

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  2. grazie Jack, quando vuoi scrivimi, a presto
    il fra

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