domenica 12 febbraio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 06.12

I Re della Repubblica. Titola cosí l'Europeo, in un numero monografico sui presidenti della repubblica italiani.

Re o presidenti? Si direbbe soprattutto re, quando emerge a tal punto la personalità del politico, dove invece la Costituzione assegna il mediocre ruolo (da understatement ) del garante.
Mediocre mica tanto, in condizioni normali il ragazzo, di ragazza non si parla ancora, spesso un ottuagenario, ratifica promulga nomina presiede e gironzola per il Paese a rappresentare l'Italia.

Ma Re non è, anche se Re magari lo vorremmo: qualche giornale americano ha infatti chiamato l'ultimo geriatra King George,  non male per un (ex?) comunista migliorista.
Si tratta ovviamente di un "si fa per dire", per sottolineare appunto che quello che non puó la Costituzione, supplisce il carattere, come se si facesse diventare "a vita" una carica che invece è "a termine".

Intanto abbiamo festeggiato i centocinquantanni dell'Unità d'Italia: in mezzo due forme costituzionali, la monarchia e la repubblica, e la contraddizione o la ricchezza di una storia interrotta a metà tra eroi repubblicani alla Mazzini, devoti ma pragmatici monarchici alla Cavour, eroi di ideali e di battaglie alla Garibaldi, dittatori tragicomici, politici del tirare a campare e un qualche statista... mi fermo qui.
L'Unità d'Italia è qualcosa di lontano, non nel tempo, ma piuttosto per la brusca interruzione: il tragico e doloroso passaggio, attraverso il fascismo e la guerra, da monarchia a repubblica, con un referendum di cui non sono nemmeno rimaste le schede: meglio farle sparire che archiviarle.

La mia nonna materna e la di lei sorella lavoravano per la contessa Beatrice Visconti Savorgnan di Brazzá (Viendalmare) ed erano ferventi monarchiche; il mio nonno materno, ragazzo del novantanove, cavaliere di Vittorio Venero era socialista, contadini entrambi che al referendum probabilmente votarono due cose diverse.
Insomma l'una avanti Savoia!, l'altro Avanti! e basta.

Quando sentivo (mi capita anche adesso) parlare dei Savoia, pensavo ai savoiardi, che in casa si mettevano nello zabaione e nel tiramisú.
Il destino dei  Savoia/savoiardi non sembra oggi piú legato all'ignominia della dittatura, al re in fuga con la sua corte e a Umberto lungo e magro che tanto somigliava al mio di nonno, quello socialista.
Ogni volta che tale Emanuele Filiberto, l'erede al trono che non c'é, veniva apostrofato da un giornalista (la cui indipendenza sta tutta nel cognome: Fede), principe (p minuscola) di Napoli o ballava al Teatro delle Vittorie o si candidava all'Europee per l'uh!diccì, avremmo dovuto cortesemente ricordargli che se le colpe dei padri non ricadono sui figli (la tragedia greca insegna diversamente, la commedia all'italiana no), decenza vorrebbe un profilo basso e compìto, una buona educazione da cittadino della repubblica.
Ma che importa? Oggi i rampolli Savoia sono ormai stati sdoganati.

A proposito di biscotti e di monarchi, nella perfida Albione, corre l'anno del giubileo di diamante: Elisabetta II regna da 60 anni, ormai ottuagenaria, anche lei come il Nostro King George.
Ora tutto questo potrà sembrare troppo inglese e troppo da rotocalco per essere di un qualche interesse però the Queen non è lì per caso.

Walter Bagehot, il primo direttore dell'Economist scriveva nell'ottocento: "Una famiglia reale addolcisce la politica insaporendola con eventi piacevoli e graziosi. Introduce fatti irrilevanti per l'amministrazione del governo ma capaci di parlare al "cuore degli uomini" e di tenere impegnati i loro pensieri... La monarchia è una forma di governo dove si concentra l'attenzione della nazione su una persona che fa cose interessanti. Una repubblica è un governo in cui l'attenzione è divisa tra molti che fanno cose per nulla interessanti. Pertanto, fintanto che il cuore umano sarà forte e la ragione umana debole, la monarchia sarà forte perché fa appello al sentimento diffuso, e le Repubbliche deboli perché fanno appello alla comprensione»*.
Serve un'altra citazione, più simpatica, di un articolista del New Statement: "La monarchia costituzionale è un mezzo sottile che ci rende capaci, antropologicamente parlando, di adorare o di uccidere i nostri re; dividendo l'autorità suprema in due. noi inglesi possiamo adulare la monarchia e cacciare quando vogliamo il governo."

La Regina per esempio ogni anno legge davanti al Parlamento, in una cerimonia suggestiva e retorica, il programma del suo governo, ma lei non é il governo, rappresenta lo stato e il Commonwealth ma non ha alcun potere reale (!), né quello legislativo, né quello esecutivo.
La monarchia rappresenta soltanto la continuità, attraverso i riti della tradizione; insomma si tratta di una repubblica camuffata... fondata sul sentimento.

I sudditi britannici e d'oltremare festeggeranno il giubileo allestendo banchetti per le strade... poi le regate sul Tamigi, i fuochi d'artificio, i programmi televisivi dedicati, le tazzine, il the e i biscotti di Fortnum and Mason.
Tutto quello che pur nel pieno della secolarizzazione e di una buona dose di indifferenza rende il Regno Unito una nazione o un insieme di nazioni unite (Inghilterra + Scozia + Galles + Irlanda del Nord) si alimenta con il sentimento.

Ecco noi italiani non abbiamo la continuità e nemmeno il sentimento, non ancora almeno.
La forma costituzionale non c'entra nulla, tocca lavorare sul sentimento che è il cuore del senso del dovere. Siamo troppo giovani, non ancora italiani.
Lo diventeremo (e qui, quale segno grafico digito? un punto, un punto esclamativo, un punto di domanda o i tre puntini?)
Ai posteri, anzi ai postumi, l'ardua sentenza... tre puntini
Il fra
*in questo articolo de La Stampa

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